amo la di­ver­si­tà,

VOGUE (Italy) - - CONTENT - di So­fia Mat­tio­li

«La bel­lez­za e il ma­ke-up so­no lin­guag­gi sem­pre più im­me­dia­ti, de­mo­cra­ti­ci e po­ten­ti», di­ce RANKIN. Co­me le sue fo­to­gra­fie, og­gi rac­col­te in un li­bro. Il cui ti­to­lo è già una di­chia­ra­zio­ne di in­ten­ti: “Un­fa­shio­na­ble”!

Men­tre tra uno shoo­ting e l’altro (John) Rankin, 52 an­ni, rac­con­ta la gior­na­ta sul set, con l’oc­chio del re­por­ter ana­liz­za il si­ste­ma mo­da. Non si è mai tro­va­to com­ple­ta­men­te a suo agio, pre­met­te, nel fa­shion world, a me­no che l’im­ma­gi­ne non sia il pre­te­sto per co­mu­ni­ca­re un mes­sag­gio forte. Per que­sto ora fe­steg­gia trent’an­ni di scatti di sti­le con un li­bro fo­to­gra­fi­co il cui ti­to­lo è un pa­ra­dos­so: “Rankin: Un­fa­shio­na­ble: 30 Years of Fa­shion Photography”, (Riz­zo­li In­ter­na­tio­nal) con pre­fa­zio­ne del­la sty­li­st e di­ret­tri­ce di “Lo­ve” Ka­tie Grand, un te­sto del ma­ke-up ar­ti­st An­drew Gal­li­mo­re e una con­ver­sa­zio­ne con Ka­te Moss. Un in­si­der-ou­tsi­der, Rankin. Fat­to non co­mu­ne per chi ha la­scia­to il se­gno nell’este­ti­ca di de­cen­ni, pri­ma co­me co-fon­da­to­re, con Jef­fer­son Hack, di ri­vi­ste qua­li “Da­zed & Con­fu­sed” nel 1992 e “AnO­ther Magazine” poi (2001), al tra­mon­to dell’era del­le top mo­del, tra i primi a osa­re una più rea­li­sti­ca rap­pre­sen­ta­zio­ne del cor­po. Ep­pu­re è que­sto il suo as­so nel­la ma­ni­ca. At­tra­ver­sa­re le sta­gio­ni del­la mo­da sen­za far trop­po ca­so all’abi­to. La­scia­re che altro cat­tu­ri il suo sguar­do, le evo­lu­zio­ni e ri­vo­lu­zio­ni este­ti­che, i truc­chi, le ma­sche­re.

C’è una mo­stra che le ha cam­bia­to la vi­ta?

Sì, la per­so­na­le di Wil­liam Eu­ge­ne Smi­th al Bar­bi­can di Lon­dra, nel 1986. Ave­vo vent’an­ni e pri­ma di al­lo­ra non mi ero dav­ve­ro im­ma­gi­na­to fo­to­gra­fo. I li­bri fo­to­gra­fi­ci era­no co­sto­si e io, in fa­mi­glia, non ave­vo un back­ground di que­sto ti­po. È sta­ta una ri­ve­la­zio­ne sa­pe­re che qual­cu­no po­tes­se rac­con­ta­re nel cor­so di una vi­ta co­sì tan­te sto­rie.

A pro­po­si­to di nar­ra­zio­ni, nei suoi scatti vi­so e cor­po so­no spes­so te­le per ope­re di­se­gna­te sul­la pel­le. Co­sa la af­fa­sci­na dell’ar­te con­tem­po­ra­nea?

Mi in­te­res­sa per­ché è lo spec­chio del­la so­cie­tà. Io creo sto­rie, me­ta­fo­re. Una de­ci­na di an­ni fa chie­si a Fran­ca Soz­za­ni co­sa ren­des­se un’im­ma­gi­ne di mo­da carica di si­gni­fi­ca­to. Mi ri­spo­se che è il riu­sci­re a ri­flet­te­re il pre­sen­te in mo­do acu­to o pro­vo­ca­to­rio. Il mio la­vo­ro è que­sto: una con­ti­nua in­da­gi­ne so­cia­le e una ri­fles­sio­ne sull’iden­ti­tà. E ho ca­pi­to che anche le ma­sche­re pos­so­no ri­ve­la­re tan­to.

Per­ché?

Con l’im­ma­gi­ne co­mu­ni­chia­mo qual­co­sa che ci ri­guar­da e leg­ger­lo tra le ri­ghe è il mio com­pi­to. Ne­gli ul­ti­mi an­ni la bel­lez­za e il ma­ke-up han­no avu­to una ra­pi­da evo­lu­zio­ne, so­no lin­guag­gi sem­pre più im­me­dia­ti, de­mo­cra­ti­ci e po­ten­ti. Si pen­si al ruo­lo che gio­ca In­sta­gram e all’im­pat­to che ha sui mil­len­nials.

Ha la­vo­ra­to con al­tri ma­ke-up ar­ti­st pri­ma. Co­me è na­ta la col­la­bo­ra­zio­ne con An­drew Gal­li­mo­re?

È ini­zia­ta du­ran­te uno shoo­ting per “Da­zed & Con­fu­sed” una de­ci­na di an­ni fa. Ab­bia­mo idee si­mi­li e ci in­te­res­sa­no gli stes­si te­mi.

Uno di que­sti è il co­lo­re.

Sì, non ca­pi­sco chi fo­to­gra­fa solo in bian­co e ne­ro. Non bi­so­gna aver paura del co­lo­re. Cer­co di co­strui­re un uni­ver­so che sia cre­di­bi­le, ma che allo stes­so tem­po ab­bia qual­co­sa di hy­per-real e le sfu­ma­tu­re so­no un ele­men­to fon­da­men­ta­le. Poi amo la di­ver­si­tà e que­sto mi por­ta ad amare anche ac­co­sta­men­ti con­tra­stan­ti. Qua­le co-fon­da­to­re di “Da­zed & Con­fu­sed” ha pre­sto ca­pi­to il po­te­re di magazine non-main­stream. Co­me l’edi­to­ria in­di­pen­den­te ha cam­bia­to gli stan­dard di bel­lez­za ne­gli an­ni No­van­ta?

Era­va­mo nel pie­no dell’era del fa­shion e la pa­ro­la beau­ty ave­va ad­di­rit­tu­ra una con­no­ta­zio­ne ne­ga­ti­va, qua­si fos­se uni­ca­men­te le­ga­ta a esi­gen­ze di ti­po com­mer­cia­le. Noi, co­me “The Fa­ce” o “i-D” ab­bia­mo ten­ta­to in­ve­ce di co­mu­ni­ca­re mes­sag­gi sen­za pro­por­re solo ten­den­ze. Par­la­va­no di mo­da, cer­to, ma anche di cul­tu­ra gio­va­ne e di idee.

Ne­gli an­ni Due­mi­la, poi, co­sa è cam­bia­to?

Quan­do ho ini­zia­to, trucco e hair­sty­le era­no ba­si­la­ri sul set. Poi ver­so la me­tà de­gli an­ni Due­mi­la c’è sta­ta un’evo­lu­zio­ne, siamo sta­ti par­te di un’on­da che ha cam­bia­to la per­ce­zio­ne dell’este­ti­ca. Anche Vo­gue Ita­lia c’era. So­no sta­to tra i primi se non il pri­mo a scat­ta­re una mo­del­la plus-si­ze, ho fo­to­gra­fa­to mo­del­le con di­sa­bi­li­tà. Cer­ca­va­mo di ren­de­re la mo­da in­clu­si­va. Og­gi av­vie­ne ogni gior­no, al­lo­ra era as­sur­do anche solo im­ma­gi­nar­lo. E del gla­mour an­ni Ot­tan­ta, co­sa è ri­ma­sto?

Lo sti­le, il gla­mour tor­ne­ran­no si­cu­ra­men­te o for­se non se ne so­no mai an­da­ti, han­no solo cam­bia­to for­ma. Que­sto si­gni­fi­ca che il rea­li­smo dell’im­ma­gi­ne di mo­da è solo ap­pa­ren­te?

Da un po’ di tem­po il rea­li­smo è di­ven­ta­to gla­mour; fin­zio­ne e ap­proc­cio do­cu­men­ta­ri­sti­co so­no sem­pre più in­ter­con­nes­si, e que­sto può di­ven­ta­re pe­ri­co­lo­so. È una gran­de re­spon­sa­bi­li­tà per un fo­to­gra­fo. Non so di­re se ci sia una qual­che ri­vo­lu­zio­ne in at­to. All’inizio tutto ciò in­te­res­sa­va qual­che mi­glia­io di per­so­ne al mas­si­mo, ora tutti. Ho tanta fi­du­cia nel­le ge­ne­ra­zio­ni che ver­ran­no, so­no con­vin­to che sa­pran­no tro­va­re le ri­spo­ste giu­ste. Spe­ro vi­va­men­te che non ri­man­ga­no solo ha­sh­tag. Ka­te Moss la intervista nel li­bro. Co­me ri­cor­da il pri­mo shoo­ting con lei?

Era la se­con­da me­tà dei No­van­ta quan­do l’ho fo­to­gra­fa­ta per la pri­ma vol­ta. A col­pir­mi fu si­cu­ra­men­te il suo sar­ca­smo, un umo­ri­smo ti­pi­ca­men­te bri­ti­sh. È sta­to qual­co­sa che non mi aspet­ta­vo per niente. Era di­ver­ten­tis­si­mo par­la­re con lei e lo è tut­to­ra. •

Di­stor­ted, im­ma­gi­ne rea­liz­za­ta da Rankin per Hun­ger(is­sue 8, 2015).

Less is Mo­re Ma­ke-Up, (2015). In aper­tu­ra. Ka­te Moss, in uno scat­to per Da­zed & Con­fu­sed, is­sue 43, 1998, e la co­ver del li­bro Un­fa­shio­na­ble: 30 Years of Fa­shion Photography, Riz­zo­li In­ter­na­tio­nal, in usci­ta il 27 no­vem­bre. Il vo­lu­me è cu­ra­to dal­lo stes­so fo­to­gra­fo ed è or­ga­niz­za­to con cro­no­lo­gia in­ver­sa.

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