STE­PHEN HA­W­KING

INTERVISTA ESCLUSIVA: L'UNI­VER­SO E IL FU­TU­RO OL­TRE LA TER­RA

Wired (Italy) - - DA PRIMA PAGINA -

NNel po­me­rig­gio del 23 set­tem­bre 2014, po­co pri­ma del­la con­fe­ren­za che avreb­be te­nu­to pres­so l’au­di­to­rium Mag­ma di Los Pue­blos a Te­ne­ri­fe, Ste­phen Ha­w­king sta­va ri­scri­ven­do parti del suo di­scor­so. Ha­w­king, che è un per­so­nag­gio in­so­li­to, es­sen­do al tem­po stes­so un uo­mo fa­mo­so e un fsi­co teo­ri­co im­pe­gna­to in al­cu­ni dei pro­ble­mi fon­da­men­ta­li del­la fsi­ca (il suo pa­per più recente, del gen­na­io 2014, si in­ti­to­la­va “Con­ser­va­zio­ne dell’in­for­ma­zio­ne e previsioni meteo per i bu­chi ne­ri”), è mol­to len­to nel­lo scri­ve­re. Ha­w­king fa fun­zio­na­re il com­pu­ter muo­ven­do il mu­sco­lo del­la guan­cia de­stra. I mo­vi­men­ti so­no ri­le­va­ti da un sen­so­re a in­fra­ros­si ap­pli­ca­to agli oc­chia­li, che gli con­sen­te di spo­sta­re il cur­so­re del­lo scher­mo di un com­pu­ter fis­sa­to sul­la sua se­dia a ro­tel­le. Com­po­ne fra­si a un ritmo di po­che pa­ro­le al mi­nu­to, una ve­lo­ci­tà che po­treb­be ri­dur­si len­ta­men­te via via che il suo con­trol­lo mu­sco­la­re si de­te­rio­ra. La con­di­zio­ne fsi­ca del­lo scien­zia­to è una con­se­guen­za del­la scle­ro­si la­te­ra­le amio­tro­f­ca, di cui so­fre dall’età di 21 an­ni (ha pre­so par­te all’ice buc­ket chal­len­ge SLA dell’ago­sto scor­so ofren­do i suoi fgli: «Poi­ché l’an­no pas­sa­to ho avu­to la pol­mo­ni­te non sa­reb­be sag­gio far­mi ro­ve­scia­re ad­dos­so una sec­chia­ta di acqua ge­li­da»). La con­fe­ren­za di Te­ne­ri­fe si in­ti­to­la­va “La crea­zio­ne quan­ti­sti­ca dell’uni­ver­so”. L’au­di­to­rium, che ha 1500 po­sti, era pie­no zep­po. «Sta­va mo­di­fi­can­do i con­te­nu­ti all’ul­ti­mo mo­men­to quin­di sia­mo an­da­ti un po’ nel pa­ni­co», dice Jo­na­than Wood, as­si­sten­te uni­ver­si­ta­rio di Ha­w­king, ruo­lo che com­por­ta re­spon­sa­bi­li­tà di va­rio ge­ne­re, dall’as­si­sten­za tec­ni­ca al­la ge­stio­ne dei so­cial me­dia. «Fa sem­pre co­sì. Io pre­pa­ro le sli­de in Po­wer­Point. Non so­no un fi­si­co, quin­di spes­so ca­pi­ta che Ste­phen par­li di cose che non ca­pi­sco e de­ve spie­gar­mi qua­li sli­de vo­glia». La con­fe­ren­za si svol­ge­va nell’am­bi­to del­la se­con­da edi­zio­ne di Star­mus, un fe­sti­val del­la scienza che ha ospi­ta­to tra gli al­tri il No­bel per la fsi­ca John Ma­ther, il bio­lo­go Ri­chard Da­w­kins e il chi­tar­ri­sta dei Queen Brian May, che è un esper­to in astro­no­mia tri­di­men­sio­na­le. Ma la star di tur­no era Ha­w­king. Mentre sa­li­va sul pal­co, aiu­ta­to da in­fer­mie­ri e as­si­sten­ti, uno scher­mo gi­gan­te mo­stra­va un mon­tag­gio vi­deo con vi­sua­liz­za­zio­ni di col­li­sio­ni tra bu­chi ne­ri e ri­pre­se efet­tua­te dal pun­to di vi­sta di Ha­w­king, ov­ve­ro dal­la sua se­dia a ro­tel­le, e in­tan­to nel­la sa­la ve­ni­va spa­ra­ta a tut­to vo­lu­me Hole in the Sky de­gli Ato­mA. Ha­w­king co­min­cia tut­te le con­fe­ren­ze con la stes­sa bat­tu­ta: «Mi sen­ti­te? » . Ne­gli ul­ti­mi de­cen­ni Ha­w­king è riu­sci­to a es­se­re sin­go­lar­men­te di­ver­ten­te nel­lo spie­ga­re le idee ar­di­te che ha svi­lup­pa­to sul­le ori­gi­ni dell’uni­ver­so. Que­sto mi­scu­glio di umo­ri­smo e fsi­ca teo­ri­ca com­pli­ca­ta è ciò per cui Ha­w­king, 73 an­ni, va fa­mo­so an­che og­gi che è diventato un am­ba­scia­to­re del­la scienza, un fsi­co il cui uf­cio è ar­re­da­to da suoi ritratti in com­pa­gnia di Oba­ma, di Clin­ton e di Spiel­berg (due vol­te) e dai fer­mi immagine del­le sue ap­pa­ri­zio­ni in Star Trek e nei Simpson. «Ero pre­sen­te al­la sua fa­mo­sa le­zio­ne di esor­dio, in­ti­to­la­ta “La fne del­la fsi­ca teo­ri­ca è vi­ci­na?”», dice il fi­si­co Neil Tu­rok, ami­co e col­la­bo­ra­to­re di vec­chia da­ta. «Fu mol­to di­ver­ten­te, sem­bra­va che rac­con­tas­se bar­zel­let­te. Ste­phen fu co­rag­gio­so e in­ge­nuo e dis­se che nel gi­ro di vent’an­ni sa­reb­be sta­to tut­to ri­sol­to. Vent’an­ni do­po ten­ne un’al­tra con­fe­ren­za, in­ti­to­la­ta “È fnal­men­te pros­si­ma la fne

del­la fsi­ca teo­ri­ca?”. E am­mi­se che pro­ba­bil­men­te si sa­reb­be do­vu­to aspet­ta­re an­co­ra vent’an­ni». L’immagine pub­bli­ca di Ha­w­king com­bi­na il fa­sci­no po­po­la­re di un Carl Sa­gan (astro­no­mo e au­to­re di fan­ta­scien­za) con la ge­nia­li­tà an­ti­con­for­mi­sta di un teo­ri­co come Ri­chard Feyn­man (Pre­mio No­bel per la fsi­ca nel 1965). Ha­w­king è riu­sci­to a con­den­sa­re con de­strez­za le sue teo­rie e i suoi pen­sie­ri in li­bri po­po­la­ri, a par­ti­re da Dal Big Bang ai bu­chi ne­ri. Bre­ve sto­ria del tem­po – un best sel­ler che qua­si da solo riu­scì a fa­re de­col­la­re l’in­du­stria edi­to­ria­le del­la scienza po­po­la­re – fno a Il gran­de di­se­gno, scrit­to a quat­tro ma­ni col fi­si­co Leo­nard Mlo­di­now nel 2010. Questi li­bri più di ogni al­tra co­sa di­mo­stra­no la pro­pen­sio­ne di Ha­w­king per le afer­ma­zio­ni sin­te­ti­che e co­rag­gio­se, in­trec­cia­te con un umo­ri­smo ori­gi­na­le. Qui, per esem­pio, Ha­w­king sta ri­fet­ten­do sull’idea del mul­ti­ver­so: l’uni­ver­so non ha un’uni­ca sto­ria, ma piut­to­sto esi­ste un in­sie­me di tut­te le pos­si­bi­li sto­rie dell’uni­ver­so, tut­te ugual­men­te rea­li e do­mi­na­te da leg­gi fsi­che pro­prie. «Po­treb­be es­ser­ci una sto­ria in cui la luna è fat­ta di for­mag­gio ro­que­fort», scri­ve. « Pe­rò noi ab­bia­mo con- sta­ta­to che la luna non è fat­ta di for­mag­gio, e que­sta per i to­pi non è una buo­na no­ti­zia». Il ruo­lo pub­bli­co di Ha­w­king non de­ve far di­men­ti­ca­re che ne­gli ul­ti­mi cin­quant’an­ni que­st’uo­mo è sta­to uno dei più au­da­ci esplo­ra­to­ri del co­smo, per­lo­me­no nel re­gno del pen­sie­ro – la sua men­te si muo­ve in di­men­sio­ni teo­ri­che, che per la mag­gior par­te restano inac­ces­si­bi­li al­la spe­ri­men­ta­zio­ne e all’os­ser­va­zio­ne di­ret­ta. Spin­to dal­la ne­ces­si­tà (non è più in gra­do di scri­ve­re equa­zio­ni), Ha­w­king ha svi­lup­pa­to un me­to­do ori­gi­na­le per ana­liz­za­re i mi­ste­ri del co­smo, che si af­da so­prat­tut­to a immagini e geo­me­trie. Questi stru­men­ti si combinano in un ap­proc­cio che mi­ra a gran­di in­tui­zio­ni ri­vo­lu­zio­na­rie, più che a una se­rie di pic­co­li passi pro­gres­si­vi ver­so la com­pren­sio­ne del co­smo. «È sta­to un pio­nie­re, ha esplo­ra­to aree del­la fsi­ca to­tal­men­te nuo­ve » , dice Kip Thor­ne, fi­si­co del Cal­te­ch ( Ca­li­for­nia In­sti­tu­te of Tech­no­lo­gy), tra i prin­ci­pa­li esper­ti mondiali di re­la­ti­vi­tà ge­ne­ra­le. «Ci so­no sta­ti pa­rec­chi sno­di chia­ve nel­la sua car­rie­ra, mo­men­ti in cui fa­ce­va scoperte fon­da­men­ta­li e tutti fa­ti­ca­va­no per star­gli die­tro, o per riu­sci­re a ca­pi­re». Il mo­do in cui è pas­sa­to da una sco­per­ta ri­vo­lu­zio­na­ria all’al­tra, in par­ti­co­la­re nel suo pe­rio­do più pro­li­fi­co – ne­gli an­ni Set­tan­ta e Ot­tan­ta –, non è sta­to or­to­dos­so, per­ché Ha­w­king non solo di­mo­stra­va re­go­lar­men­te di sa­per ve­de­re mol­to lon­ta­no, ma ave­va an­che una ten­den­za a fa­re re­tro­mar­ce spet­ta­co­la­ri. Ab­bia­mo qui un teo­ri­co che per pri­mo ha di­mo­stra­to che l’uni­ver­so ha ini­zio con un’ec­ce­zio­na­li­tà – un even­to nel­lo spa­zio e nel tem­po in cui tut­te le leg­gi del­la fsi­ca col­las­sa­no – e poi con il col­la­bo­ra­to­re Ja­mes Har­tle ha svi­lup­pa­to la sua pro­po­sta del “no boun­da­ry”, che ipo­tiz­za che il tem­po non esi­stes­se pri­ma del Big Bang, e che dun­que l’uni­ver­so non ab­bia un ini­zio («Non ha sen­so par­la­re di un tem­po an­te­rio­re all’uni­ver­so. Sa­reb­be come chie­de­re un pun­to a sud del Po­lo Sud»). È sta­to an­che uno dei pri­mi fsi­ci a pro­por­re un in­sie­me di leg­gi per la di­na­mi­ca dei bu­chi ne­ri. Una del­le sue leg­gi afer­ma­va che i bu­chi ne­ri non po­te­va­no mai rim­pic­cio­li­re, ma in se­gui­to ha sco­per­to che sì, po­te­va­no rim­pic­cio­li­re – in efet­ti po­te­va­no eva­po­ra­re per ra­dia­zio­ne (og­gi no­ta con il no­me di ra­dia­zio­ne di Ha­w­king). Il ri­sul­ta­to fu as­sai con­tro­ver­so e die­de ori­gi­ne a un dibattito du­ra­to de­cen­ni, come ri­mar­ca il sot­to­ti­to­lo – “La mia bat­ta­glia con Ste­phen Ha­w­king per fa­re del mon­do un luogo si­cu­ro per la mec­ca­ni­ca quan­ti­sti­ca” – di un li­bro pub­bli­ca­to dal fsi­co Leo­nard Sus­skind, La guer­ra dei bu­chi ne­ri. Wi­red ha in­con­tra­to Ste­phen Ha­w­king il gior­no do­po la con­fe­ren­za. La sua in­fer­mie­ra, Pa­tri­cia Do­w­dy, gli ha pre­so la ma­no e l’ha spin­ta ver­so di me per con­sen­tir­ci una leg­ge­ra stret­ta di ma­no, mentre Jean­na York, sua as­si­sten­te per­so­na­le, fa­ce­va le pre­sen­ta­zio­ni. La sua squadra ha svi­lup­pa­to un si­ste­ma par­ti­co­la­re per co­mu­ni­ca­re con Ha­w­king, fa­cen­do do­man­de che di so­li­to ri­chie­do­no solo un sì o un no come ri­spo­sta e os­ser­van­do le espres­sio­ni fac­cia­li del­lo scien­zia­to per in­ter­pre­tar­ne pen­sie­ri e sentimenti. Ha­w­king è ar­ri­va­to a Te­ne­ri­fe via ma­re (il suo me­di­co gli ave­va vie­ta­to il viag­gio ae­reo), im­pie­gan­do­ci sei gior­ni. È ap­par­so di buon umo­re, e ha sor­ri­so spes­so, con un sor­ri­so che sfi­da l’im­mo­bi­li­tà del cor­po. La con­di­zio­ne che gli è più fa­mi­lia­re pro­ba­bil­men­te è quel­la di una stan­chez­za estre­ma, ma que­sto non gli ha mai im­pe­di­to di viag­gia­re in lun­go e in lar­go, fsi­ca­men­te e men­tal­men­te. E ciò che me­glio lo def­ni­sce è la sua ca­par­bie­tà ir­ri­du­ci­bi­le. «So­no solo un bam­bi­no che non è mai cre­sciu­to», scri­ve nel­la sua au­to­bio­gra­fa Bre­ve sto­ria del­la mia vi­ta. «Con­ti­nuo a fa­re do­man­de del ge­ne­re come e per­ché. E di tan­to in tan­to tro­vo le ri­spo­ste». In aper­tu­ra, la ta­stie­ra di Ste­phen Ha­w­king e al­cu­ni co­man­di fa­ci­li­ta­ti.

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