LO­VE LO­VE LO­VE

TI SVE­LIA­MO L'AL­GO­RIT­MO PER RI­MOR­CHIA­RE ON­LI­NE

Wired (Italy) - - DA PRIMA PAGINA - Di Ke­vin Poul­sen

CH­RIS MCKINLAY ERA CHIU­SO in un cu­bi­co­lo al quinto pia­no dell’edi­f­cio di scien­ze ma­te­ma­ti­che dell’Ucla (Uni­ver­si­ty of Ca­li­for­nia, Los An­ge­les), il­lu­mi­na­to da un’uni­ca lam­pa­di­na e dal ba­glio­re del suo mo­ni­tor. Era­no le tre del mat­ti­no, l’ora idea­le per estrar­re ci­cli dal su­per­com­pu­ter del Colorado che Ch­ris sta­va uti­liz­zan­do per la sua te­si di PhD (ar­go­men­to: pro­ces­sa­zio­ne dei da­ti su lar­ga sca­la e me­to­di di cal­co­lo pa­ral­le­lo). Mentre il com­pu­ter la­vo­ra­va, il gio­va­ne aprì con un clic una se­con­da fne­stra, per con­trol­la­re la sua ca­sel­la di OkCu­pid. McKinlay, un tren­ta­cin­quen­ne al­lam­pa­na­to con i ca­pel­li in di­sor­di­ne, era uno dei cir­ca 40 mi­lio­ni di ame­ri­ca­ni al­la ri­cer­ca di av­ven­tu­re sen­ti­men­ta­li su siti come Mat­ch.com, JDa­te o eHar­mo­ny, e la ri­cer­ca fno a quel mo­men­to era sta­ta va­na. Ave­va spe­di­to doz­zi­ne di stuc­che­vo­li mes­sag­gi di pre­sen­ta­zio­ne al­le don­ne in­di­ca­te come pos­si­bi­li part­ner da­gli al­go­rit­mi di OkCu­pid, ri­me­dian­do sei mi­se­ri pri­mi ap­pun­ta­men­ti. In quel­la not­te del giu­gno 2012, mentre il suo de­pri­men­te pro­flo sen­ti­men­ta­le ve­ge­ta­va inat­ti­vo, a McKinlay ven­ne in men­te che for­se sta­va sba­glian­do. Ave­va afron­ta­to la ri­cer­ca on­li­ne dell’ani­ma ge­mel­la come un qua­lun­que uten­te, mentre avreb­be do­vu­to cer­ca­re le ra­gaz­ze con mo­da­li­tà da ma­te­ma­ti­co. OkCu­pid è sta­to fon­da­to nel 2004 da stu­den­ti di ma­te­ma­ti­ca di Har­vard, e ha con­qui­sta­to i po­ten­zia­li spa­si­man­ti con il suo ap­proc­cio com­pu­ta­zio­na­le al­la ri­cer­ca dell’ani­ma ge­mel­la. Gli uten­ti ri­spon­do­no a ca­ter­ve di do­man­de a scel­ta mul­ti­pla su ar­go­men­ti di ogni ge­ne­re, dal­la po­li­ti­ca al­la re­li­gio­ne, dal­la fa­mi­glia all’amo­re, dal sesso agli smart­pho­ne. In me­dia, un iscrit­to ri­spon­de a 350 do­man­de. Per ogni do­man­da, l’uten­te spe­ci­f­ca la sua ri­spo­sta e qua­li ri­spo­ste tro­ve­reb­be ac­cet­ta­bi­li da par­te di un even­tua­le part­ner, ol­tre a va­lu­ta­re quan­to la do­man­da sia per lui/ lei im­por­tan­te, su una sca­la che va da uno a cin­que, da “ir­ri­le­van­te” a “fon­da­men­ta­le”. Il mo­to­re di ab­bi­na­men­to di OkCu­pid uti­liz­za questi da­ti per cal­co­la­re la com­pa­ti­bi­li­tà di una cop­pia. Più ci si av­vi­ci­na al 100% – ani­ma ge­mel­la ma­te­ma­ti­ca – me­glio è. Pe­rò ma­te­ma­ti­ca­men­te par­lan­do la com­pa­ti­bi­li­tà di McKinlay con le don­ne di Los An­ge­les era ter­ri­bi­le. Gli al­go­rit­mi di OkCu­pid usa­no solo le do­man­de cui en­tram­bi i po­ten­zia­li pic­cion­ci­ni han­no de­ci­so di ri­spon­de­re, e le do­man­de che McKinlay ave­va scel­to si era­no ri­ve­la­te ben po­co po­po­la­ri. Quan­do il gio­va­ne ma­te­ma­ti­co pas­sò in ras­se­gna gli ab­bi­na­men­ti, vi­de che me­no di 100 don­ne su­pe­ra­va­no il 90% di com­pa­ti­bi­li­tà. E si parlava di una me­tro­po­li con cir­ca due mi­lio­ni di don­ne, 80mi­la del­le qua­li su OkCu­pid. Su un si­to in cui la com­pa­ti­bi­li­tà equi­va­le al­la vi­si­bi­li­tà, McKinlay era praticamente un fan­ta­sma. Si re­se con­to di do­ver far sa­li­re, e di mol­to, quei nu­me­ri. Se per mez­zo di un cam­pio­ne sta­ti­sti­co fos­se riu­sci­to a sta­bi­li­re qua­li do­man­de sta­va­no a cuo­re al­le don­ne che gli pia­ce­va­no, avreb­be po­tu­to crear­si un nuo­vo pro­flo per ri­spon­de­re one­sta­men­te a que­ste do­man­de e la­sciar per­de­re le al­tre. Avreb­be po­tu­to ab­bi­nar­si a ogni don­na di Los An­ge­les po­ten­zial­men­te adat­ta a lui, e a nes­su­na di quel­le ina­dat­te.

MCKINLAY È UN TI­PO IN­SO­LI­TO

an­che per una co­mu­ni­tà in­so­li­ta come quel­la dei ma­te­ma­ti­ci. Cre­sciu­to in un sob­bor­go di Bo­ston, si è lau­rea­to in ci­ne­se nel 2001. Nell’ago­sto di quel­lo stes­so an­no ha co­min­cia­to a la­vo­ra­re part-time a New York, tra­du­cen­do dal ci­ne­se all’in­gle­se per un’azien­da al 91° pia­no del­la tor­re set­ten­trio­na­le del World Tra­de Cen­ter. La tor­re è crol­la­ta cin­que settimane do­po. (Quel gior­no McKinlay era at­te­so in uf­fi­cio per le due del po­me­rig­gio. Sta­va an­co­ra dor­men­do quan­do al­le 8.46 del mat­ti­no il pri­mo ae­reo col­pì la tor­re). «E do­po mi do­man­dai che co­sa vo­les­si fa­re ve­ra­men­te», dice. Un ami­co del­la Co­lum­bia lo re­clu­tò per con­to del fa­mo­so team pro­fes­sio­na­le di blac­k­jack del Mit, e McKinlay tra­scor­se gli an­ni successivi viag­gian­do tra New York e Las Ve­gas, con­tan­do car­te e gua­da­gnan­do 60mi­la

dol­la­ri l’an­no. L’espe­rien­za acuì il suo in­te­res­se per la ma­te­ma­ti­ca ap­pli­ca­ta, spin­gen­do­lo a pren­de­re un master e poi un PhD in quel cam­po. Ora avreb­be usa­to la ma­te­ma­ti­ca ap­pli­ca­ta per vincere in amo­re. Pe­rò gli oc­cor­re­va­no i da­ti. Co­sì creò 12 ac­count OkCu­pid fal­si e uno script Py­thon per ge­stir­li. Lo script avreb­be cer­ca­to don­ne tra i 25 e i 45 an­ni, vi­si­ta­to le lo­ro pa­gi­ne e scan­da­glia­to i pro­fli a caccia di ogni in­for­ma­zio­ne di­spo­ni­bi­le: et­nia, al­tez­za, fu­ma­tri­ce o non fu­ma­tri­ce, se­gno zo­dia­ca­le. «Tut­ta quel­la ro­bac­cia lì, in­som­ma». Per sco­pri­re qua­li fos­se­ro le ri­spo­ste al que­stio­na­rio, McKinlay fe­ce al­tre in­da­gi­ni. OkCu­pid con­sen­te agli uten­ti di ve­de­re le ri­spo­ste al­trui, ma solo se si trat­ta di do­man­de cui lo­ro stes­si han­no ri­spo­sto. Lui fe­ce in mo­do che i suoi bot si li­mi­tas­se­ro a ri­spon­de­re in mo­do ca­sua­le a ogni do­man­da – non avreb­be usa­to quei pro­fli fn­ti per at­ti­ra­re le don­ne, quin­di le ri­spo­ste non ave­va­no im­por­tan­za – e poi rac­col­se in un da­ta­ba­se le ri­spo­ste fem­mi­ni­li. McKinlay os­ser­vò con sod­di­sfa­zio­ne i suoi bot agi­re ron­zan­do. E poi, do­po aver rac­col­to cir­ca un mi­glia­io di pro­fli, si im­bat­té nel pri­mo bloc­co stra­da­le. OkCu­pid pre­vie­ne que­sto ti­po di in­cet­ta di da­ti, adoc­chian­do con gran­de fa­ci­li­tà i pro­fli che si muo­vo­no come una mi­tra­glia­tri­ce. Tutti i suoi bot fu­ro­no ban­na­ti. McKinlay avreb­be do­vu­to ad­de­strar­li a com­por­tar­si come es­se­ri uma­ni. Si ri­vol­se all’ami­co neu­ro­scien­zia­to Sam Tor­ri­si. E lui, che era an­che su OkCu­pid, in­stal­lò del­lo spy­ware sul pro­prio com­pu­ter per mo­ni­to­ra­re l’uso per­so­na­le del si­to. Da­ti al­la ma­no, McKinlay pro­gram­mò i suoi bot in mo­do che si­mu­las­se­ro la fre­quen­za dei clic e la ve­lo­ci­tà di di­gi­ta­zio­ne di Tor­ri­si. Col­le­gò un se­con­do com­pu­ter al­la banda lar­ga del di­par­ti­men­to di ma­te­ma­ti­ca, in mo­do che po­tes­se la­vo­ra­re 24 ore su 24. Do­po tre settimane ave­va col­le­zio­na­to sei mi­lio­ni di do­man­de e ri­spo­ste di 20mi­la don­ne di ogni par­te del pae­se. La te­si pas­sò in se­con­do pia­no, mentre lui si tuf­fa­va nei da­ti di OkCu­pid. Già tra­scor­re­va la mag­gior par­te del­le not­ti nel cu­bi­co­lo, fnì per tra­sfe­rir­ci­si. Per dormire sten­de­va un ma­te­ras­si­no sul­la scri­va­nia. Per­ché il suo pia­no fun­zio­nas­se, McKinlay avreb­be do­vu­to sco­pri­re un pat­tern, uno sche­ma ri­cor­ren­te, nei da­ti re­la­ti­vi al que­stio­na­rio – un mo­do per rag­grup­pa­re som­ma­ria­men­te le don­ne in ba­se al­le lo­ro ca­rat­te­ri­sti­che co­mu­ni. La svolta ci fu quan­do scris­se K-mo­des, un al­go­rit­mo dei la­bo­ra­to­ri Bell mo­di­f­ca­to, usa­to per la pri­ma vol­ta nel 1998 per ana­liz­za­re i rac­col­ti di so­ia ma­la­ti. Al­la fne sco­prì un pun­to di equi­li­brio na­tu­ra­le, in cui le 20mi­la don­ne si ag­gre­ga­va­no in set­te di­stin­ti clu­ster, in ba­se al­le do­man­de scel­te e al­le ri­spo­ste da­te. A quel pun­to or­di­nò ai suoi bot di rac­co­glie­re un al­tro cam­pio­ne: 5000 don­ne di Los An­ge­les e San Francisco che si era­no iscrit­te a OkCu­pid nell’ul­ti­mo me­se. Un al­tro pas­sag­gio at­tra­ver­so K-mo­des con­fer­mò che si rag­grup­pa­va­no an­che que­ste in mo­do si­mi­le. Il suo cam­pio­ne sta­ti­sti­co ave­va fun­zio­na­to. Ora do­ve­va de­ci­de­re qua­le fos­se il clu­ster più adat­to a lui. Ana­liz­zò al­cu­ni pro­fli trat­ti dai sin­go­li rag­grup­pa­men­ti. Un clu­ster era trop­po gio­va­ne, due trop­po vec­chi, un al­tro an­co­ra trop­po cri­stia­no. Si so­fer­mò su un grup­po di don­ne at­tor­no ai ven­ti­cin­que an­ni, am­bien­te in­die, mu­si­ci­ste e ar­ti­ste. Quel­lo era il clu­ster d’oro. Da qual­che par­te, lì den­tro, sta­va il ve­ro amo­re. In real­tà an­che un clu­ster pros­si­mo a quel­lo pa­re­va as­sai pro­met­ten­te: don­ne leg­ger­men­te più an­zia­ne con la­vo­ri crea­ti­vi, re­dat­tri­ci o designer. McKinlay de­ci­se di pun­ta­re su en­tram­bi. Ave­va crea­to due pro­fli, uno ot­ti­miz­za­to per il grup­po A, l’al­tro per il grup­po B. Sca­vò in quel che scri­ve­va­no i due rag­grup­pa­men­ti per ca­pi­re che co­sa in­te­res­sas­se a quel­le don­ne; sco­prì che l’in­se­gna­men­to era un ar­go­men­to po­po­la­re, co­sì scris­se una bio­gra­fa che en­fa­tiz­za­va il suo la­vo­ro di pro­fes­so­re di ma­te­ma­ti­ca. La par­te im­por­tan­te, tut­ta­via, sa­reb­be sta­ta quel­la del que­stio­na­rio. McKinlay scel­se le 500 do­man­de più im­por­tan­ti per en­tram­bi

DA­TO DI PAR­TEN­ZA: ME­NO DI CEN­TO DON­NE COM­PA­TI­BI­LI, SEI IN­CON­TRI, ZERO RI­SUL­TA­TI. IN­SOM­MA UN FAL­LI­MEN­TO

i clu­ster. Ave­va già de­ci­so di da­re ri­spo­ste sin­ce­re – non vo­le­va co­strui­re la sua fu­tu­ra re­la­zio­ne su bu­gie. Ma l’im­por­tan­za di ogni do­man­da l’avreb­be sta­bi­li­ta il com­pu­ter, usan­do un al­go­rit­mo di ma­chi­ne lear­ning chia­ma­to adap­ti­ve boo­sting. E a quel pun­to creò due pro­fli: in uno c’era una foto di lui che ar­ram­pi­ca­va in pa­re­te, nell’al­tro una foto di lui che suo­na­va la chi­tar­ra in un lo­ca­le. «La­scian­do per­de­re i pia­ni fu­tu­ri, co­sa ti in­te­res­sa di più in que­sto istan­te? Sesso o amo­re?», di­ce­va una del­le do­man­de. Ri­spo­sta: l’amo­re, ov­vio. Do­po ave­re ri­spo­sto all’ul­ti­ma do­man­da, McKinlay lan­ciò una ri­cer­ca su OkCu­pid, per ave­re le per­cen­tua­li di com­pa­ti­bi­li­tà tra sé e le don­ne di Los An­ge­les. Ri­sul­ta­to: cir­ca die­ci­mi­la don­ne di ogni par­te di Los An­ge­les con ol­tre il 90% di com­pa­ti­bi­li­tà. Per far­si no­ta­re do­ve­va com­pie­re un ul­te­rio­re pas­sag­gio. Gli uten­ti di OkCu­pid ri­ce­vo­no una no­ti­f­ca quan­do qual­cu­no vi­si­ta le lo­ro pa­gi­ne, quin­di McKinlay scris­se un nuo­vo pro­gram­ma per vi­si­ta­re le pa­gi­ne del­le don­ne con la com­pa­ti­bi­li­tà più al­ta, con tur­ni in ba­se al­le età: mil­le qua­ran­tu­nen­ni il lunedì, mil­le qua­ran­ten­ni il mar­te­dì. Due settimane do­po era ar­ri­va­to al­le ven­ti­set­ten­ni. Le don­ne, più o me­no 400 ogni gior­no, ri­cam­bia­ro­no vi­si­tan­do i suoi due pro­fli. E co­min­cia­ro­no ad ar­ri­var­gli mes­sag­gi. «Fi­no­ra non mi era mai ca­pi­ta­to di in­cro­cia­re nes­su­no con nu­me­ri co­sì vin­cen­ti, e tro­vo che il tuo pro­flo sia mol­to in­te­res­san­te», scris­se una don­na. «Ehi tu, il tuo pro­flo mi ha dav­ve­ro col­pi­ta e vo­le­vo dir­ti ciao», di­gi­tò un’al­tra. «Sei dav­ve­ro ca­pa­ce di tra­dur­re dal ci­ne­se?», chie­de­va una ter­za. La par­te ma­te­ma­ti­ca del­la ri­cer­ca di McKinlay era fat­ta. Ora do­ve­va usci­re dal lo­cu­lo e fa­re una ri­cer­ca sul cam­po. Avreb­be do­vu­to afron­ta­re una se­rie di ap­pun­ta­men­ti.

IL 30 GIU­GNO, MCKINLAY si fe­ce una doc­cia nel­la pa­le­stra dell’Ucla e at­tra­ver­sò la cit­tà per re­car­si al pri­mo ap­pun­ta­men­to. Shei­la era una web designer, fa­ce­va par­te del rag­grup­pa­men­to A, quel­lo con le gio­va­ni ar­ti­ste. Si in­con­tra­ro­no per pran­za­re in­sie­me in un cafè a Echo Park. «La co­sa mi metteva una gran pau­ra», dice McKinlay. «Fi­no a quel mo­men­to si era trat­ta­to qua­si di un eser­ci­zio ac­ca­de­mi­co». Al­la fne dell’in­con­tro con Shei­la, era chia­ro a en­tram­bi che non c’era at­tra­zio­ne re­ci­pro­ca. Lui il gior­no suc­ces­si­vo an­dò al se­con­do ap­pun­ta­men­to – un’at­traen­te blog­ger del clu­ster B. McKinlay ave­va pro­gram­ma­to una pas­seg­gia­ta ro­man­ti­ca at­tor­no al lago di Echo Park, ma ne sta­va­no dra­gan­do il fon­do. La blog­ger leg­ge­va Prou­st e non era afat­to sod­di­sfat­ta del­la pro­pria vi­ta. «Fu un po’ de­pri­men­te», ri­cor­da McKinlay. An­che l’in­con­tro nu­me­ro tre fa­ce­va par­te del grup­po B. McKinlay si vi­de con Ali­son in un bar di Ko­rea­to­wn. Lei stu­dia­va sce­neg­gia­tu­ra ci­ne­ma­to­gra­f­ca, e su una spal­la ave­va un ta­tuag­gio con la spi­ra­le di Fi­bo­nac­ci. McKinlay pre­se una sbron­za di bir­ra co­rea­na, e l’in­do­ma­ni si sve­gliò con la te­sta che gli scop­pia­va. Man­dò a Ali­son un mes­sag­gio su OkCu­pid per sa­pe­re come stes­se, ma lei non ri­spo­se. Il ri­fu­to bru­cia­va, ma sta­va an­co­ra ri­ce­ven­do 20 mes­sag­gi al gior­no. Fis­sa­re ap­pun­ta­men­ti con i suoi pro­fli as­si­sti­ti dal com­pu­ter era un gio­co com­ple­ta­men­te di­ver­so. McKinlay po­té igno­ra­re i mes­sag­gi che si li­mi­ta­va­no a una bat­tu­ti­na sca­den­te. Ri­spo­se a quel­li che fa­ce­va­no in­tui­re un buon sen­so dell’umo­ri­smo o che si ac­com­pa­gna­va­no a bio­gra­fe in­te­res­san­ti. Giun­to al ven­te­si­mo ap­pun­ta­men­to vi­de emer­ge­re al­cu­ne va­ria­bi­li la­ten­ti. Nel grup­po più gio­va­ne, le don­ne in­va­ria­bil­men­te ave­va­no due o più tatuaggi e vi­ve­va­no nel­la zo­na orien­ta­le di Los An­ge­les. Nell’al­tro clu­ster un nu­me­ro spro­por­zio­na­to di don­ne pos­se­de­va un ca­ne di ta­glia me­dia, e lo ado­ra­va. I pri­mi ap­pun­ta­men­ti era­no sta­ti pia­ni­f­ca­ti con cu­ra. Ma via via che smal­ti­va feb­bril­men­te la co­da, McKinlay pas­sò a in­con­tri po­me­ri­dia­ni più in­for­ma­li, a pran­zi e cafè, spes­so in­flan­do due ap­pun­ta­men­ti in un solo gior­no. Si creò un si­ste­ma di re­go­le per­so­na­li, per ar­ri­va­re in fon­do a quel­la ma­ra­to­na di ri­cer­ca amo­ro­sa. Nien­te più al­co­li­ci, tan­to per co­min­cia­re. Met­te­re fne all’in­con­tro quan­do era l’ora, e non tra­sci­nar­lo. E nien­te con­cer­ti o flm. «Nien­te si­tua­zio­ni in cui l’at­ten­zio­ne si con­cen­tra su un ter­zo og­get­to, e non sul­la cop­pia. In quel­le oc­ca­sio­ni vie­ne me­no l’ef­cien­za». Do­po un me­se di ap­pun­ta­men­ti, McKinlay ca­pì che sta­va per­den­do trop­po tem­po con le don­ne ta­tua­te, quel­le che abi­ta­va­no nel­la zo­na orien­ta­le. Eli­mi­nò il suo pro­flo A. La sua ef­cien­za creb­be, ma i ri­sul­ta­ti fu­ro­no i me­de­si­mi. L’esta­te vol­ge­va al ter­mi­ne, lui ave­va avu­to ol­tre 55 ap­pun­ta­men­ti. Solo tre ave­va­no por­ta­to a un se­con­do ap­pun­ta­men­to; in un uni­co ca­so si era ar­ri­va­ti al ter­zo. Qua­si tutti co­lo­ro che afron­ta­no fal­li­men­ti di que­sto ti­po ve­do­no va­cil­la­re la pro­pria au­to­sti­ma. Per McKinlay era peg­gio an­co­ra. A es­se­re mes­si in dub­bio era­no i suoi cal­co­li. Poi gli ar­ri­vò il mes­sag­gio di Ch­ri­sti­ne Tien Wang, un’ar­ti­sta ven­tot­ten­ne, mi­li­tan­te per l’abolizione del­le car­ce­ri. McKinlay si era im­bat­tu­to nel­la sua ri­chie­sta di ti­zi al­ti ol­tre 1.80, con gli oc­chi azzurri e abi­tan­ti nei pres­si dell’Ucla, do­ve lei sta­va pren­den­do un master in bel­le ar­ti. Ri­sul­ta­va­no com­pa­ti­bi­li al 91%. Si in­con­tra­ro­no nel giar­di­no del­le scul­tu­re, nel cam­pus. Da lì an­da­ro­no a mangiare il su­shi in un lo­ca­le del col­le­ge. McKinlay pro­vò su­bi­to una sen­sa­zio­ne spe­cia­le. Par­la­ro­no di li­bri, ar­te, mu­si­ca. Quan­do Ch­ri­sti­ne con­fes­sò di ave­re ri­toc­ca­to un po’ il pro­flo pri­ma di man­dar­gli un mes­sag­gio, lui in ri­spo­sta le rac­con­tò tut­ta la sto­ria dell’hac­ke­rag­gio amo­ro­so. Dall’ini­zio al­la fne. «Mi par­ve una sto­ria oscu­ra e ci­ni­ca», dice

DA­TO DI AR­RI­VO, DO­PO L’HAC­KE­RAG­GIO: 10MI­LA DON­NE COM­PA­TI­BI­LI AL 90%, 400 VI­SI­TE AL GIOR­NO AL SUO PRO­FI­LO

og­gi Ch­ri­sti­ne. «Mi piac­que». Era il lo­ro pri­mo ap­pun­ta­men­to, il nu­me­ro 88. Fu se­gui­to da un se­con­do e poi da un ter­zo. Do­po due settimane en­tram­bi chiu­se­ro il pro­prio ac­count OkCu­pid.

«PEN­SO CHE LA MIA FOS­SE una ver­sio­ne ap­pe­na ap­pe­na più al­go­rit­mi­ca, più su lar­ga sca­la e ba­sa­ta sul ma­chi­ne lear­ning di ciò che fan­no tutti gli uten­ti di quel si­to», dice McKinlay. Ognu­no cer­ca di crear­si un pro­flo ot­ti­ma­le – la di­fe­ren­za è che lui ave­va a di­spo­si­zio­ne dei da­ti per fab­bri­car­ne uno. È pas­sa­to un an­no da quel lo­ro pri­mo ap­pun­ta­men­to, e in­ter­vi­sto McKinlay e Tien Wang nel su­shi bar di We­st­wood in cui tut­to è ini­zia­to. McKinlay ha pre­so il PhD; in­se­gna ma­te­ma­ti­ca e sta se­guen­do un master in mu­si­ca. Tien Wang ha ot­te­nu­to una bor­sa di stu­dio per un an­no, in Qa­tar. In questi gior­ni è in Ca­li­for­nia per­ché è ve­nu­ta a tro­va­re McKinlay. Si so­no te­nu­ti in con­tat­to via Sky­pe, e lei è già tor­na­ta un pa­io di vol­te. Die­tro mia ri­chie­sta McKinlay ha por­ta­to con sé il qua­der­net­to del la­bo­ra­to­rio. Tien Wang non l’ave­va mai visto, pri­ma d’ora. So­no pa­gi­ne su pa­gi­ne di for­mu­le ed equa­zio­ni, e si con­clu­do­no con un elen­co or­di­na­to di don­ne e ap­pun­ta­men­ti. Tien Wang lo pas­sa in ras­se­gna, ri­den­do di al­cu­ni pas­sag­gi. No­ta che il 24 ago­sto il suo fdan­za­to por­tò due di­ver­se don­ne nel­la stes­sa spiag­gia. «Ma che or­ro­re», dice. Per Tien Wang quel­la dell’hac­ke­rag­gio di OkCu­pid è una sto­ria di­ver­ten­te. Ma la ma­te­ma­ti­ca e i codici so­no sta­ti solo il pro­lo­go del lo­ro amo­re. «La gente è mol­to più com­pli­ca­ta di quan­to non ci mo­stri un pro­flo», dice Ch­ri­sti­ne. «Quin­di ma­ga­ri ci sia­mo co­no­sciu­ti in mo­do un po’ su­per­f­cia­le, ma tut­to quel­lo che è suc­ces­so do­po non è sta­to afat­to su­per­f­cia­le. Lo ab­bia­mo fat­to cre­sce­re la­vo­ran­do­ci un sac­co». «Non è che sic­co­me era­va­mo com­pa­ti­bi­li, zac, era fat­ta», con­cor­da McKinlay. «Quel­lo è sta­to solo un mec­ca­ni­smo per in­con­trar­ci. So­no riu­sci­to a usa­re OkCu­pid per tro­va­re una don­na». Ch­ri­sti­ne a que­sto pun­to si ir­ri­ta. «Non sei sta­to tu a tro­var­mi. Ti ho tro­va­to io», dice toc­can­do­gli il go­mi­to. McKinlay ci ri­fet­te e poi am­met­te che la sua fdan­za­ta ha ra­gio­ne. Una settimana do­po que­sto in­con­tro Tien Wang è tor­na­ta in Qa­tar, e la cop­pia è im­pe­gna­ta in una del­le chia­ma­te Sky­pe quotidiane quan­do McKinlay tira fuori un anello con diamante e lo esi­bi­sce da­van­ti al­la web­cam. Ch­ri­sti­ne ac­cet­ta la pro­po­sta. Non so­no an­co­ra si­cu­ri del­la da­ta del matrimonio. De­vo­no fa­re an­co­ra qual­che ri­cer­ca per de­ter­mi­na­re il gior­no per­fet­to per le noz­ze.

POSTIT ----------------------------L’ac­count twit­ter di Ch­ris McKinlay (che ha an­che pub­bli­ca­to un li­bro di ma­te­ma­ti­ca su que­sta sto­ria) è @cem3394. L’ac­count twit­ter di Ch­ri­sti­ne Tien Wang è @Ch­ri­sti­neTWang. Esi­sto­no an­che foto on­li­ne del­la cop­pia: de­ci­sa­men­te carini, vuoi ve­de­re che il me­to­do McKinlay funziona dav­ve­ro? ---------------------------------------

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