IN­VE­STIA­MO IN FI­DU­CIA PER RI­FA­RE L’ITA­LIA

Wired (Italy) - - INDICE -

Si in­no­va ri­bal­tan­do i luo­ghi co­mu­ni. Uno di questi è che le nor­me ser­va­no per co­strin­ge­re le per­so­ne a ri­ga­re drit­to. Ma se ini­zias­si­mo a scri­ver­le per chi me­ri­ta fi­du­cia, co­sa ac­ca­dreb­be? Qual­che settimana fa, du­ran­te un con­ve­gno, ho co­no­sciu­to il re­spon­sa­bi­le del per­so­na­le di Te­tra Pak. È un’azien­da che, do­ve pos­si­bi­le, ha abo­li­to gli ora­ri e giu­di­ca i di­pen­den­ti in ba­se ai ri­sul­ta­ti, la­scian­do lo­ro fles­si­bi­li­tà nell’or­ga­niz­za­re il pro­prio tem­po. «Cer­to, si può im­bro­glia­re», os­ser­va­va il ma­na­ger. «Ma, visti i benefici in ter­mi­ni di pro­dut­ti­vi­tà e di mo­ti­va­zio­ne, è un prezzo che si può pa­ga­re. Altrimenti ci fa­rem­mo det­ta­re le nor­me dal 5% del­le per­so­ne che bara, in­ve­ce che dal 95% che me­ri­ta fi­du­cia». Fi­dar­si con­vie­ne. La questione è mol­to più ri­le­van­te di quan­to non pos­sa sem­bra­re. La fi­du­cia è sem­pre sta­ta ele­men­to chia­ve dell’economia, ma ora è stru­men­to car­di­ne di nuo­vi mo­del­li: dal­la sharing eco­no­my – se­con­do PwC un mer­ca­to di 335 mi­liar­di di dol­la­ri nel 2025 – che sfrut­ta le ri­sor­se “dor­mien­ti” per crea­re nuo­vi mer­ca­ti o sod­di­sfa­re bi­so­gni (ve­di al­le vo­ci mo­bi­li­tà o ri­cet­ti­vi­tà al­ber­ghie­ra) al cro­w­d­fun­ding, fi­no ai so­cial im­pact bond, i ti­to­li di Sta­to che re­mu­ne­ra­no il ca­pi­ta­le in ba­se al rag­giun­gi­men­to di ri­sul­ta­ti po­si­ti­vi per la col­let­ti­vi­tà. Tut­to ciò va­le non solo per l’im­pre­sa, ma an­che per i ser­vi­zi che – visti i de­fi­cit di bi­lan­cio – il pub­bli­co in fu­tu­ro fa­rà fa­ti­ca a ga­ran­ti­re, o che nei pae­si in via di svi­lup­po non po­trà mai ero­ga­re. Le espe­rien­ze di ti­po mu­tua­li­sti­co o la cultura del­la sus­si­dia­rie­tà so­no sem­pre esi­sti­te. Ciò che è di­ver­so è che le ma­cro-for­ze che stan­no pla­sman­do il mon­do con­nes­so, qua­li la geo­re­fe­ren­zia­zio­ne, l’in­ter­net of eve­ry­thing, il big da­ta (e il big un­der­stan­ding che ne de­ri­va), ren­do­no pos­si­bi­le l’in­con­ce­pi­bi­le. Un ap­proc­cio rac­con­ta­to con ešca­cia in So­lu­tion eco­no­my, un li­bro da po­co usci­to in italiano a cu­ra di De­loit­te. Tec­no­lo­gie di­sgre­gan­ti e mo­del­li sca­la­bi­li crea­no ri­ca­vi di­ver­si dal­la mo­ne­ta tra­di­zio­na­le, come i da­ti e la re­pu­ta­zio­ne, con ri­sul­ta­ti po­si­ti­vi per la col­let­ti­vi­tà. Un esem­pio: ne­gli Sta­ti Uni­ti il trašco per il pen­do­la­ri­smo com­por­ta lo spre­co di cir­ca mez­zo mi­liar­do di dol­la­ri al gior­no. Se il 10% de­gli au­to­mo­bi­li­sti uti­liz­zas­se il ride sharing, gra­zie al di­gi­ta­le e al­la fi­du­cia ne­ces­sa­ria per con­di­vi­de­re le au­to si li­be­re­reb­be­ro 757 mi­lio­ni di ore nel­la vi­ta di per­so­ne og­gi pri­gio­nie­re de­gli in­gor­ghi, e le emis­sio­ni di bios­si­do di car­bo­nio ca­le­reb­be­ro del 2%. Se ap­pli­chia­mo lo stes­so ap­proc­cio al­la ri­cer­ca di so­lu­zio­ni per la sa­lu­te, l’istru­zio­ne, il bi­so­gno di al­log­gi, ab­bia­mo un’idea del po­ten­zia­le. Ra­gio­na­men­ti dišci­li da fa­re in Ita­lia, do­ve cam­bia­men­to e aper­tu­ra so­no spes­so si­no­ni­mi di mi­nac­cia, e do­ve a re­gna­re so­no an­co­ra le cor­po­ra­zio­ni e le ren­di­te di po­si­zio­ne del fa­mi­li­smo amo­ra­le. Stan­do ai da­ti del Tru­st Ba­ro­me­ter 2015 di Edel­man, nel 72% dei ca­si ci si fi­da so­prat­tut­to di amici e pa­ren­ti, mentre il governo ri­scuo­te solo il 28% del­la no­stra fi­du­cia (in ti­mi­da, len­ta cre­sci­ta). Un’at­ti­tu­di­ne ana­lo­ga e spe­cu­la­re a quel­la del­le isti­tu­zio­ni nei con­fron­ti dei cit­ta­di­ni. Solo co­sì si può spie­ga­re l’ac­ca­ni­men­to di nor­me, re­go­la­men­ti, ca­vil­li. Mentre nei pae­si evo­lu­ti è le­ga­le tut­to ciò che non è proi­bi­to, da noi è vie­ta­to tut­to ciò che non è espli­ci­ta­men­te per­mes­so. A co­min­cia­re dal fi­sco, per giun­ge­re fi­no al­la libertà di espres­sio­ne. Di­ce­va­no che era­va­mo tutti Charlie, ma al Se­na­to po­chi gior­ni fa è sta­to ap­pro­va­to un di­se­gno di leg­ge che pu­ni­sce il ne­ga­zio­ni­smo. Tra i po­chi a op­por­si (con l’asten­sio­ne), la se­na­tri­ce a vi­ta e scien­zia­ta Ele­na Cat­ta­neo. Non per­ché il ne­ga­zio­ni­smo non sia un abo­mi­ne­vo­le cu­mu­lo di fal­si­tà. Ma per­ché vie­ta­re le teo­rie pseu­do­scien­ti­fi­che per leg­ge è sem­pre un er­ro­re. A pat­to di fi­dar­si del sen­so di re­spon­sa­bi­li­tà dei pro­pri cit­ta­di­ni. E di le­gi­fe­ra­re per il 95%. Quel­li che una co­scien­za cri­ti­ca ce l’han­no, e non aspet­ta­no un di­vie­to per eser­ci­tar­la.

ERNESTHEMINGWAY

I L MO­DO MI­GLIO­RE PER SCO­PRI­RE SE CI SI PUÒ FI­DA­RE È DA­RE FI­DU­CIA .

LE­NIN LA FI­DU­CIA

È BE­NE, I L C O N T R O L LO

È ME­GLIO .

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