LA REGOLA DEL 20/80

Wired (Italy) - - NESWS -

Vie­ne in­se­gna­ta in tutti i cor­si di ma­na­ge­ment, è ap­pli­ca­ta in mil­le cose, dal­la ge­stio­ne del tem­po a quel­la del fat­tu­ra­to. Ma la regola del 20/80 – se uti­liz­za­ta in mo­do ot­tu­so – è il mi­glior mo­do per afon­da­re l’in­no­va­zio­ne. Il prin­ci­pio è sem­pli­ce, ven­ne os­ser­va­to la pri­ma vol­ta da Pa­re­to e dice che una pic­co­la fet­ta di quel che fai è re­spon­sa­bi­le del­la mag­gior par­te dei ri­sul­ta­ti. Tan­to per ca­pir­si, i pri­mi 20 li­bri in clas­si­f­ca de­ter­mi­na­no l’80% dei ri­ca­vi dell’edi­to­ria, i pri­mi 20 clien­ti l’80% del fat­tu­ra­to di un’azien­da, e co­sì via. Dun­que, do­ven­do dosare le for­ze, puoi con­cen­trar­ti solo su quel 20 e la­sciar per­de­re tut­to il re­sto. Sem­bra logico, no? In­ve­ce in que­sto ra­gio­na­men­to c’è un ba­co: co­sì fa­cen­do si per­de di vi­sta il cam­bia­men­to. Si in­si­ste a guar­da­re la mas­sa cri­ti­ca, e non si con­si­de­ra il ci­gno ne­ro che for­se og­gi è tra­scu­ra­bi­le, ma che ha in sé il po­ten­zia­le del mu­ta­men­to. Qual­che settimana fa, quan­do sia­mo vo­la­ti a Ber­li­no per in­ter­vi­sta­re Reed Ha­stings – il fon­da­to­re di Net­fix che ve­de­te in co­per­ti­na – una del­le cose che ha det­to è sta­ta ri­ve­la­tri­ce. Nel­la sua pri­ma ver­sio­ne, il ser­vi­zio del­la so­cie­tà con­si­ste­va nell’in­via­re i dvd per po­sta ai clien­ti. A que­sto ven­ne poi ag­giun­to lo strea­ming. Ma all’ini­zio non fun­zio­na­va be­ne: le con­nes­sio­ni era­no len­te, pre­di­spor­re il com­pu­ter per ri­pro­dur­re i vi­deo era uno stra­zio. «No­no­stan­te ciò», rac­con­ta Ha­stings, «de­ci­si di se­pa­ra­re l’ero­ga­zio­ne dei flm on­li­ne dal set­to­re che re­ca­pi­ta­va i dvd a ca­sa de­gli ab­bo­na­ti, per po­ter­mi con­cen­tra­re sul pri­mo». In quel mo­men­to pe­rò l’80% dei ri­ca­vi ar­ri­va­va an­co­ra dal ser­vi­zio tra­di­zio­na­le. Con il sen­no di poi il fon­da­to­re di Net­fix ri­co­no­sce che «quel ge­sto di co­rag­gio ri­schiò di am­maz­zar­ci». Ma, sot­to­li­nea, «fu quel che ci ha re­so gran­di». Que­sto ti­po di at­teg­gia­men­to si ri­tro­va in qua­si tutti gli in­no­va­to­ri di­rom­pen­ti. Co­lo­ro che pro­iet­ta­no se stes­si nel fu­tu­ro e han­no il fe­ga­to di can­ni­ba­liz­zar­si per co­strui­re il nuo­vo. An­che per­ché, se si re­sta ad aspet­ta­re, pri­ma o poi il fu­tu­ro lo co­strui­rà qual­cun al­tro al po­sto no­stro. E a quel pun­to non ci sa­rà più nul­la da di­fen­de­re, nes­su­na rendita di po­si­zio­ne a cui ag­grap­par­si. Pro­via­mo ora a ri­por­ta­re que­sto at­teg­gia­men­to al­la no­stra vi­ta. Al la­vo­ro, do­ve la ge­stio­ne or­di­na­ria a vol­te ci as­sor­be a tal pun­to da far­ci con­si­de­ra­re ogni ele­men­to di novità come un di­stur­bo all’or­di­na­to ed ef­cien­te di­pa­nar­si de­gli even­ti. Ai te­mi di at­tua­li­tà, do­ve qualsiasi ar­go­men­to – dal­le pen­sio­ni al­la scuo­la – vie­ne con­si­de­ra­to solo per i suoi efet­ti nell’im­me­dia­to, nel­la si­tua­zio­ne com’è, piut­to­sto che nel­le sue po­ten­zia­li­tà future. Ep­pu­re, le in­no­va­zio­ni più po­ten­ti non so­no i pic­co­li cam­bia­men­ti in­cre­men­ta­li, so­no le so­lu­zio­ni che cam­bia­no il gio­co. E che, im­mer­si in un’ocu­la­ta ge­stio­ne dell’or­di­na­ria am­mi­ni­stra­zio­ne, è impossibile ve­de­re. Da quan­do ol­tre 5000 an­ni fa un no­stro an­te­na­to nel­le step­pe del Ka­za­ki­stan, a oriente de­gli Ura­li, de­ci­se di pro­va­re ad ad­do­me­sti­ca­re un cavallo sel­va­ti­co, la mo­bi­li­tà del­la spe­cie uma­na è ri­ma­sta più o me­no ugua­le fno al mo­men­to in cui spun­ta­ro­no il treno e poi, sul fni­re dell’800, l’au­to­mo­bi­le. E il cam­bia­men­to fu di ta­le por­ta­ta che i con­tem­po­ra­nei – in­ca­pa­ci di ca­pi­re la novità – osti­na­ti in­si­ste­va­no nell’ap­pli­ca­re le vec­chie re­go­le al nuo­vo pa­ra­dig­ma: le prime au­to do­ve­va­no ri­spet­ta­re i li­mi­ti di ve­lo­ci­tà de­gli equi­ni. Rea­gi­re al­la cap­pa di im­pos­si­bi­li­tà che ci cir­con­da è so­prat­tut­to una questione di pro­spet­ti­va. Si­gni­f­ca es­se­re in gra­do di leg­ge­re la real­tà e in­di­vi­dua­re nel rumore i se­gna­li de­bo­li che – se am­pli­f­ca­ti – pos­so­no di­ven­ta­re mil­le vol­te più pre­zio­si del mo­do che ab­bia­mo uti­liz­za­to fno a quel mo­men­to per ri­sol­ve­re i pro­ble­mi. Nel sot­to­fon­do del­le no­stre gior­na­te, ol­tre i luo­ghi co­mu­ni e ai mar­gi­ni di quel che con­si­de­ria­mo im­por­tan­te, for­se c’è già una mu­si­ca che suo­na per noi. Ba­sta es­se­re pron­ti ad ascol­ta­re. E non aver pau­ra di se­guir­la.

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