OL­TRE IL CIE­LO

È STA­TA TRAI MI­GLIO­RI PI­LO­TI DI TUT­TI I TEM­PI, UN’ EROI­NA DELL’ UNIO­NE SOVIETICA CHE HA FRANTUMATO CEN­TI­NA­IA DI RE­CORD DI VO­LO MA ACUI FU NE­GA­TA L' AV­VEN­TU­RA SPA­ZIA­LE: AL SUO PO­STO I PO­LI­TI­CI SCELSERO UN’ OPERAIA TESSILE

Wired (Italy) - - ESPLORAZIONI -

Si di­ce che il cie­lo sia il li­mi­te. Ma la vi­ta di Ma­ri­na Po­po­vi­ch, “Ma­da­me Mig”, co­me la chia­ma­va­no ne­gli an­ni del­la cor­ti­na di fer­ro, è una vi­ta che coi luo­ghi co­mu­ni ha ben po­co a che ve­de­re. Per co­no­scer­la, è più uti­le uno dei mil­le aned­do­ti che la ri­guar­da­no: è il 1950, non ha an­co­ra vent’an­ni. Una mat­ti­na si pre­sen­ta all’ae­ro­dro­mo di Tu­ši­no, a Mo­sca, con una di­chia­ra­zio­ne fir­ma­ta da Kli­ment Vo­ro­ši­lov, pre­si­den­te del Pre­si­dio del Con­si­glio Su­pre­mo dell’Unio­ne Sovietica. La let­te­ra – ot­te­nu­ta po­chi gior­ni pri­ma su in­di­ca­zio­ne di Ni­ko­lai Ka­ma­nin, già eroe na­zio­na­le e fu­tu­ro se­le­zio­na­to­re dei co­smo­nau­ti, quel­li che al­la fac­cia de­gli Sta­ti Uni­ti rag­giun­ge­ran­no lo spa­zio per pri­mi – co­man­da che la ra­gaz­za sia sot­to­po­sta ai te­st di vo­lo per l’am­mis­sio­ne all’ae­ro­nau­ti­ca mi­li­ta­re. Do­po la fi­ne del­la guer­ra, quan­do i reg­gi­men­ti d’avia­zio­ne co­sti­tui­ti da don­ne era­no so­lo tre, l’in­di­ca­zio­ne per le com­pa­gne è di par­to­ri­re i fu­tu­ri as­si del cie­lo, non di far­ne par­te. Ma Ma­ri­na Po­po­vi­ch, na­ta Va­si­liye­va il 20 lu­glio del 1931 a Leo­nen­ki, in Rus­sia, la pen­sa in mo­do di­ver­so. Og­gi, a 67 an­ni di di­stan­za, è una leg­gen­da dell’avia­zio­ne, Eroe del la­vo­ro so­cia­li­sta e Or­di­ne del co­rag­gio as­se­gna­to­le nel 2007 da Vla­di­mir Pu­tin. È la pri­ma don­na ad aver su­pe­ra­to il mu­ro del suo­no, nel 1964. Van­ta 102 re­cord sta­bi­li­ti su 40 ti­pi di ve­li­vo­li di­ver­si in 5600 ore di vo­lo. E una stel­la a suo no­me nel­la co­stel­la­zio­ne del Can­cro. Quan­do le si chie­de di pre­sen­tar­si, pe­rò, di­ce tutt’al­tro.

Si­gno­ra Po­po­vi­ch, lei co­me si de­fi­ni­reb­be quin­di? «So­no una poe­tes­sa, un’in­ge­gne­re e un’ex pi­lo­ta di clas­se uno».

Co­me è ini­zia­to tut­to? Co­me an­dò quel­la mat­ti­na a Tu­ši­no? «Do­po 24 me­si di ri­fiu­ti da par­te dell’ac­ca­de­mia mi pre­sen­tai all’ae­ro­dro­mo con la let­te­ra di Vo­ro­ši­lov. E quan­do ar­ri­vai mi si ge­lò il san­gue».

Per­ché? «Sul­la pi­sta, per l’esa­me, c’era­no tre Yak, ap­pa­rec­chi ben di­ver­si da quel­li su cui ave­vo im­pa­ra­to a vo­la­re a No­vo­si­bir­sk. 15 mi­nu­ti pri­ma del te­st, con l’aiu­to di un al­tro can­di­da­to, scris­si su un fo­glio le tec­ni­che di pi­lo­tag­gio di quell’ae­reo sco­no­sciu­to, le ve­lo­ci­tà di de­col­lo, i pa­ra­me­tri del­le fi­gu­re acro­ba­ti­che. Poi, quan­do ar­ri­vò il ge­ne­ra­le Ba­la­shov, l’esa­mi­na­to­re, gli chie­si un cu­sci­no».

Un cu­sci­no? «Sì. Con i miei 160 cen­ti­me­tri d’al­tez­za non ar­ri­va­vo al­la pe­da­lie­ra dell’ae­reo. In tut­ta ri­spo­sta Ba­la­shov mi chie­se se vo­les­si an­che una bam­bo­la, per met­ter­mi a mio agio. Ma non ne ho mai avu­te e glie­lo dis­si. Quin­di, si­ste­ma­to il cu­sci­no, de­col­lai. Fe­ci tut­te le ma­no­vre ri­chie­ste, mi spin­si an­che a un av­vi­ta­men­to e poi at­ter­rai. Un rien­tro ri­ve­di­bi­le, a es­se­re one­sti».

An­dò be­ne? «Ba­la­shov mi die­de il mas­si­mo dei vo­ti. “So­prat­tut­to per­ché que­sto ae­reo lei non l’ha mai vi­sto pri­ma”, dis­se, la­scian­do­mi di stuc­co. Gli do­man­dai co­me lo sa­pes­se: “Se no avreb­be si­ste­ma­to la pe­da­lie­ra, è re­go­la­bi­le”, ri­spo­se ri­den­do. Da quel mo­men­to ero un ca­det­to dell’ae­ro­nau­ti­ca sovietica. E la ra­gaz­za più fe­li­ce del mon­do».

Per­ché tan­ta de­ter­mi­na­zio­ne? «Vo­le­vo ven­di­car­mi e al ma­re­scial­lo Vo­ro­ši­lov, quan­do gli chie­si la let­te­ra di pre­sen­ta­zio­ne, lo dis­si chia­ra­men­te».

Ven­di­car­si? «Tut­to quel­lo che ho vis­su­to ar­ri­va dal cie­lo. Co­me gli ae­rei na­zi­sti che nel ’41, quan­do ave­vo 10 an­ni, at­tac­ca­ro­no Ve­li­zh, do­ve vi­ve­va­mo. So­no cer­ta scen­des­se­ro in pic­chia­ta per es­se­re più pre­ci­si con le bom­be. Ra­se­ro al suo­lo vil­lag­gi in­te­ri. Quin­di oc­cu­pa­ro­no tut­ta la zo­na, fa­cen­do ra­strel­la­men­ti in mo­to e uc­ci­den­do chiun­que ten­tas­se la fu­ga. Ri­cor­do quan­do un ae­reo uc­ci­se una don­na che por­ta­va l’ac­qua dal poz­zo. Aprì il fuo­co due vol­te, la se­con­da quan­do lei era già a ter­ra, per as­si­cu­rar­si fos­se mor­ta. In quel pre­ci­so mo­men­to de­ci­si che pro­prio dal cie­lo mi sa­rei ven­di­ca­ta. Ca­pii che so­lo do­mi­nan­do­lo, dall’al­to, avrei po­tu­to pro­teg­ge­re la mia fa­mi­glia. Que­sto dis­si a Vo­ro­ši­lov; per me era un’os­ses­sio­ne».

Co­me ar­ri­vò ad ar­ruo­lar­si? «Do­po che i te­de­schi in­cen­dia­ro­no un vil­lag­gio ac­can­to al no­stro, la mia fa­mi­glia de­ci­se di scap­pa­re. Par­tim­mo per la Si­be­ria, al­log­gian­do pri­ma nel ci­mi­te­ro di Oja­sh, vi­sto che per gli sfol­la­ti non c’era al­tro po­sto, per ar­ri­va­re due me­si do­po a Pu­sh­ka­ri­v­ka. Da lì a No­vo­si­bir­sk ».

Do­ve de­ci­se di iscri­ver­si all’isti­tu­to ae­ro­nau­ti­co... « A di­re il ve­ro a una scuo­la per sal­da­to­ri, per­ché l’an­no pre­ce­den­te, aven­do pre­so la ma­la­ria, i miei vo­ti non era­no ab­ba­stan­za buo­ni per l’avia­zio­ne. Quan­do il mio no­me non com­par­ve fra gli am­mes­si ai cor­si di pi­lo­tag­gio die­di di mat­to. So­lo Igor Kar­pin­skij, che nel­la zo­na era un avie­re piut­to­sto no­to, riu­scì a cal­mar­mi, pro­met­ten­do­mi che mi avreb­be in­se­gna­to a vo­la­re al vi­ci­no ae­ro­club. Fu pro­prio co­sì. Ri­cor­do il mio pri­mo de­col­lo in so­li­ta­ria co­me fos­se ie­ri».

La sua ven­det­ta si sa­reb­be rea­liz­za­ta. «Tutt’al­tro; mi tor­na di­stin­ta­men­te al­la me­mo­ria la gio­ia che vo­la­re da so­la, ma­no­vran­do un ve­li­vo­lo co­me fos­se una par­te di me, sep­pe re­ga­lar­mi. In quel mo­men­to la rab­bia che mi ave­va tra­sci­na­to per an­ni, an­che do­po la guer­ra, sva­nì di col­po. Fu so­sti­tui­ta da un sen­so di re­spon­sa­bi­li­tà pro­fon­do, qua­si so­len­ne, nei con­fron­ti del­le per­so­ne che po­te­vo e do­ve­vo pro­teg­ge­re. Dan­do sem­pre il me­glio di me. Al­zan­do, gior­no do­po gior­no, le mie aspet­ta­ti­ve. Per que­sto, una vol­ta di­ven­ta­ta pi­lo­ta, il mio obiet­ti­vo fu su­bi­to un al­tro: avrei te­sta­to gli ae­rei mi­glio­ri che i no­stri in­ge­gne­ri aves­se­ro co­strui­to. Do­ve­vo di­ven­ta­re col­lau­da­tri­ce. Ce la fe­ci ot­to an­ni do­po, pas­san­do in 24 me­si dal­la ter­za al­la pri­ma clas­se. La più al­ta ».

Qua­li ri­cor­di ha del­la sua lun­ga car­rie­ra di col­lau­da­tri­ce? «I più ca­ri non so­no le­ga­ti a me, ma al mio di­ret­to su­pe­rio­re, il co­lon­nel­lo Va­si­lij Ga­vri­lo­vic Iva­nov. Era una ce­le­bri­tà, ba­sta­va di­re “VG” e tut­ti sa­pe­va­no a chi ci si ri­fe­ris­se. Due sto­rie ba­ste­reb­be­ro per de­scri­ver­lo: un gior­no gli dia­gno­sti­ca­ro­no dei cal­co­li re­na­li, qual­co­sa per cui si ri­schia l’esclu­sio­ne ai vo­li. Chie­se a un mo­to­ci­cli­sta di por­tar­lo tut­to il gior­no su dos­si e cu­net­te, fi­no a fi­ni­re la ben­zi­na un pa­io di vol­te. La se­ra il cal­co­lo era spa­ri­to. Un’al­tra vol­ta eb­be un’ava­ria al mo­to­re a 1000 me­tri da ter­ra. Avreb­be po­tu­to eiet­tar­si, ma co­sì nes­su­no avreb­be ca­pi­to i mo­ti­vi del gua­sto. De­ci­se di at­ter­ra­re sul car­rel­lo, per sal­va­re la sca­to­la ne­ra. Tran­ciò due pi­lo­ni dell’elet­tri­ci­tà e mi­ra­co­lo­sa­men­te evi­tò la co­sid­det­ta “fru­sta­ta”, il rim­bal­zo che 9 vol­te su 10 di­strug­ge l’ae­reo. Quin­di uscì dall’abi­ta­co­lo, si tol­se il ca­sco e ci in­fi­lò un maz­zo di tu­li­pa­ni col­to sot­to la car­lin­ga ».

Un az­zar­do… «No, un uo­mo che ave­va ri­con­qui­sta­to la vi­ta. Quei tu­li­pa­ni li por­tò a me: “So­no per lei, Ma­ri­na, mi dis­se, si può fa­re at­ter­ra­re un ae­reo con un mo­to­re non ope­ra­ti­vo. Io e que­sti fio­ri ne sia­mo la pro­va”. An­co­ra una vol­ta fu il cie­lo a cam­bia­re le mie pro­spet­ti­ve». Spin­ger­si ol­tre, per­ce­pi­re il li­mi­te co­me un nuo­vo pun­to di par­ten­za. Non è co­me dir­lo o scri­ver­lo: fra gli an­ni ’50 e ’60 i col­lau­da­to­ri di ve­li­vo­li spe­ri­men­ta­li mo­ri­va­no al rit­mo di uno la set­ti­ma­na. Gli ae­rei di Ma­ri­na Po­po­vi­ch pre­se­ro fuo­co due vol­te in vo­lo. La pri­ma si sal­vò non si sa co­me do­po es­se­re pre­ci­pi­ta­ta. La se­con­da, nel ’66, a bor­do di uno Yak 25, riu­scì ad at­ter­ra­re con un mo­to­re fuo­ri uso e qua­si sen­za car­bu­ran­te. A ri­ce­ver­la una de­le­ga­zio­ne in­te­ra: ave­va ap­pe­na su­pe­ra­to di 244 chi­lo­me­tri il re­cord mon­dia­le di per­cor­ren­za, che era ame­ri­ca­no.

Già du­ran­te gli stu­di ave­va in­con­tra­to l’uo­mo che avreb­be spo­sa­to. Era un ca­det­to an­che lui. Al pri­mo ap­pun­ta­men­to gli ave­va re­ga­la­to un maz­zo di mar­ghe­ri­te, il fio­re de­gli avia­to­ri, col­te ac­can­to al­la pi­sta di No­vo­si­bir­sk. Pa­vel Po­po­vi­ch era ri­ma­sto co­sì col­pi­to dal ge­sto, che più di 10 an­ni do­po, il 12 ago­sto del ’62, avreb­be por­ta­to quel bou­quet, fat­to es­sic­ca­re, sul­la Vo­stok 4, in or­bi­ta. Po­co do­po il ma­tri­mo­nio, Ma­ri­na e Pa­vel fu­ro­no tra­sfe­ri­ti al­la na­scen­te Cit­tà del­le Stel­le, vi­ci­no Mo­sca. Ini­zia­to il pro­gram­ma di re­clu­ta­men­to nel mag­gio 1959, su­pe­ra­ro­no en­tram­bi la se­le­zio­ne dei pri­mi astro­nau­ti. A quel pun­to, per Ma­ri­na, il con­fi­ne da rag­giun­ge­re di­ven­ne­ro le stel­le.

Il suo la­vo­ro era fra i più pe­ri­co­lo­si. Eb­be mai pau­ra? «Un col­lau­da­to­re non può aver­ne. Il suo obiet­ti­vo è por­ta­re l’ae­reo al li­mi­te, car­pir­ne i se­gre­ti e spie­gar­li agli al­tri. Non lo fai per te, ma per chi pi­lo­te­rà do­po e per le per­so­ne so­pra le cui te­ste vo­li. La prio­ri­tà non è la tua si­cu­rez­za, ma la lo­ro».

E te­met­te mai per suo ma­ri­to, una vol­ta de­sti­na­to al­lo spa­zio? «Era­va­mo cer­ti che gli in­ge­gne­ri, so­prat­tut­to do­po al­cu­ni in­ci­den­ti all’ini­zio del pro­gram­ma, aves­se­ro tut­to sot­to con­trol­lo. E co­sì era. Pe­ral­tro co­sa avrei do­vu­to te­me­re? Un lan­cio nel­lo spa­zio era me­no com­ples­so del col­lau­do di un ae­reo spe­ri­men­ta­le. Co­sa che non man­cai mai di ri­cor­da­re a Pa­vel: can­ta­va me­glio di co­me pi­lo­tas­se. Ave­va una vo­ce bel­lis­si­ma».

In­vi­dia­va a suo ma­ri­to il fat­to che sa­reb­be sta­to in or­bi­ta? « Al con­tra­rio, ero or­go­glio­sa. E si­cu­ra che l’avrei se­gui­to; il pro­get­ti­sta ca­po del pro­gram­ma spa­zia­le Ser­gej Ko­ro­lëv e Ka­ma­nin non mi ave­va­no an­co­ra chia­ma­ta per­ché mo­glie di un co­smo­nau­ta, o per chis­sà qua­le mo­ti­vo, pen­sa­vo. Ero un col­lau­da­to­re di pri­ma clas­se, pi­lo­ta­vo ogni gior­no le mac­chi­ne vo­lan­ti mi­glio­ri del pae­se. E, det­ta tut­ta, non so nem­me­no se ci avrei ri­nun­cia­to per fa­re qual­che gi­ro at­tor­no al­la Ter­ra ».

Che co­sa pen­sò quan­do fu no­to che la pri­ma co­smo­nau­ta, il 16 giu­gno ’63, sa­reb­be sta­ta Va­len­ti­na Te­re­ško­va, pa­ra­ca­du­ti­sta di­let­tan­te e operaia tessile, e non la mi­glio­re pi­lo­ta sovietica? Ri­sul­ta pe­ral­tro che lei aves­se su­pe­ra­to bril­lan­te­men­te i pri­mi te­st. «Pas­sai la pri­ma se­le­zio­ne, ma non fui am­mes­sa fra le 5 fi­na­li­ste an­nun­cia­te nel feb­bra­io 1962. Nes­su­no mi spie­gò mai per­ché. Si di­ce ab­bia de­ci­so Ni­ki­ta Kru­sciov in per­so­na: ri­te­ne­va per­fet­to lan­cia­re nel­lo spa­zio una la­vo­ra­tri­ce sen­za par­ti­co­la­ri com­pe­ten­ze di vo­lo. Avreb­be di­mo­stra­to la su­pe­rio­ri­tà tec­no­lo­gi­ca e so­cia­le dell’Urss».

Po­chi gior­ni do­po l’at­ter­rag­gio, il 22 giu­gno, Va­len­ti­na Te­re­ško­va fu no­mi­na­ta Eroe, co­me Yu­ri Ga­ga­rin due an­ni pri­ma; le fu de­di­ca­to un fran­co­bol­lo e nel 1966 fu am­mes­sa al So­viet Su­pre­mo. Lei co­me la pre­se? «Con­ti­nuai se­re­na­men­te a la­vo­ra­re. Ri­pre­si an­che a stu­dia­re per di­ven­ta­re do­cen­te uni­ver­si­ta­rio. Per quan­to fos­se­ro no­ti­zie ri­ser­va­te, sa­pe­va­mo che il vo­lo di Te­re­ško­va non era sta­to stre­pi­to­so. Non per col­pa sua, sia chia­ro. Ma nei tre gior­ni in or­bi­ta si sen­tì ma­le (ai tem­pi, non si co­no­sce­va­no gli eet­ti di una pro­lun­ga­ta as­sen­za di pe­so, ndr) e du­ran­te l’at­ter­rag­gio si fe­rì. La no­ti­zia peg­gio­re fu che Ko­ro­lëv im­po­se che nes­sun’al­tra don­na ve­nis­se più lan­cia­ta. Fu quel­lo a di on­de­re il mal­con­ten­to».

In eƒet­ti la se­con­da co­smo­nau­ta, Sve­tla­na Sa­vic­ka­ja, de­col­lò so­lo 19 an­ni do­po. Tor­nan­do a lei, è ve­ro che a esclu­der­la fu il fat­to di ave­re una fi­glia? Sem­bra che suo ma­ri­to e Ga­ga­rin non vo­les­se­ro che una ma­dre po­tes­se ri­schia­re la vi­ta. «Se Pa­vel c’en­trò, non me lo dis­se. Nem­me­no Ka­ma­nin lo am­mi­se mai. Cre­do sia sta­to Yu­ri a op­por­si… (fa una pau­sa. I suoi oc­chi di col­po si fan­no li­qui­di, ndr) Pa­vel? Chis­sà. No, più di tut­ti cre­do fu Ga­ga­rin ».

Più di tut­ti; po­chi an­ni do­po lei e suo ma­ri­to vi se­pa­ra­ste… « Ave­va­mo co­mun­que vis­su­to an­ni bel­lis­si­mi. Ci sia­mo sem­pli­ce­men­te al­lon­ta­na­ti. Di­cia­mo che il mio la­vo­ro ri­chie­de­va un po’ me­no di­sin­vol­tu­ra del suo». È una leg­gen­da dell’ae­ro­nau­ti­ca; ha rim­pian­ti? «Nes­su­na leg­gen­da; ci so­no sta­ti e ci sa­ran­no pi­lo­ti mi­glio­ri di me. So­no pe­rò or­go­glio­sa di es­se­re di­ven­ta­ta una col­lau­da­tri­ce di pri­ma clas­se. C’è un det­to giapponese che amo: “Se nel­la tua vi­ta non hai in­con­tra­to di ˜col­tà, esci e com­pra­le. So­lo a  ron­tan­do­le po­trai dir­ti uo­mo”. So­no so­prav­vis­su­ta al­la ma­la­ria, al­la ca­re­stia, al­la guer­ra; po­co pri­ma di ini­zia­re l’ac­ca­de­mia ri­schiai di non po­ter più pi­lo­ta­re per un as­si­de­ra­men­to. Ri­ma­si 5 me­si in ospe­da­le. Ep­pu­re, ho vo­la­to tut­ta la vi­ta. Sa qual è il se­gre­to?».

Pre­go. «La pa­zien­za. Che con l’im­pe­gno può por­ta­re ovun­que».

Dav­ve­ro nien­te che vor­reb­be fa­re e non ha fat­to? « An­da­re sul­la Lu­na, guar­da­re an­che il mio cie­lo dall’al­to. E non esclu­do che lo fa­rò. Ho pa­zien­za».

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