In ca­sa, aspet­tan­do l'ura­ga­no

La Gente d'Italia - - DA PRIMA PAGINA - Di RO­BER­TO ZAN­NI

De­vi aspet­ta­re e non puoi fa­re nul­la. Or­mai è qua­si cer­to, Ir­ma ar­ri­ve­rà a Mia­mi nel­le pri­me ore di do­ma­ni, for­se al­le 8 del mat­ti­no. L’ine­so­ra­bi­le con­to al­la ro­ve­scia è co­min­cia­to per qua­si tut­ti lu­ne­dì scor­so. Da quel mo­men­to so­no par­ti­ti i pri­mi al­lar­mi uf­fi­cia­li.

E da quel mo­men­to è par­ti­ta la cor­sa al­la ben­zi­na, vi­ve­ri, le­gno e al­lu­mi­nio da met­te­re al­le fi­ne­stre per ri­pa­rar­si dai ven­ti, sac­chet­ti di sab­bia per pro­teg­ge­re le ca­se dall’ac­qua.

Ir­ma è di­ven­ta­ta poi, qual­che gior­no dopo, fa­mo­sa in tut­to il mon­do.

Per chi ama il ci­ne­ma fi­no all’al­tra set­ti­ma­na era sol­tan­to ‘Ir­ma la dol­ce’ il film con Jack Lem­mon e Shir­ley Ma­cLai­ne di­ret­to da Bil­ly Wil­der, ‘Ir­ma la Dou­ce’ in ver­sio­ne ori­gi­na­le.

Ades­so è un mo­stro che por­ta con sè ven­ti da qua­si 300 chi­lo­me­tri all’ora.

Ma co­me si vi­ve l’at­te­sa di un ura­ga­no di pro­por­zio­ni gi­gan­te­sche?

Prima si co­min­cia con la cac­cia ai vi­ve­ri e al car­bu­ran­te. Si com­pra tut­to e di tut­to.

Il Go­ver­na­to­re Rick Scott ac­cu­sa­to in­giu­sta­men­te, in pas­sa­to, di es­se­re sta­to trop­po al­lar­mi­sta, nel 2015 di­chia­rò lo sta­to d’emer­gen­za per Eri­ka, che poi non ser­vì, ha ini­zia­to un tour per tut­to lo sta­to al fi­ne di far com­pren­de­re al­la gen­te che que­sta vol­ta è tut­to ter­ri­bil­men­te ve­ro.

Ma co­sa si può fa­re? C’è una lar­ghis­si­ma let­te­ra­tu­ra al ri­guar­do, la Flo­ri­da, pur­trop­po ha una lun­ga sto­ria al­la spal­le di ura­ga­ni e de­va­sta­zio­ni. L’ul­ti­ma più gran­de si chia­ma­va An­drew, que­st’an­no si so­no ri­cor­da­ti i 25 an­ni da quei ven­ti che rag­giun­se­ro i 280 chi­lo­me­tri all’ora, quel mo­stro che pro­vo­cò 65 mor­ti e dan­ni eco­no­mi­ci quan­ti­fi­ca­bi­li in ol­tre 26,5 mi­liar­di di dollari del 1992.

Sì per­chè l’ura­ga­no è un es­se­re spa­ven­to­so che si ali­men­ta di ca­lo­re, la sua ben­zi­na, che non si può in nes­sun mo­do fer­ma­re o li­mi­ta­re.

È la ter­ri­bi­le, ca­ta­stro­fi­ca for­za del­la na­tu­ra, un ter­re­mo­to che ar­ri­va dall’al­to, con l’uni­ca dif­fe­ren­za che si fa an­nun­cia­re prima, ma il suo cam­mi­no è inar­re­sta­bi­le.

Co­sì si de­ve aspet­ta­re e non si può fa­re nul­la con­tro que­sto ne­mi­co in­vin­ci­bi­le, so­lo pren­de­re pre­cau­zio­ni, con la spe­ran­za che pos­sa­no ba­sta­re.

Ma c’è l’as­so­lu­ta cer­tez­za che l’ura­ga­no, qua­lun­que no­me ab­bia, por­ta con sè la de­va­sta­zio­ne. Co­sì una vol­ta che hai car­bu­ran­te nel­la mac­chi­na, ci­bo e ac­qua a suf­fi­cien­za, pi­le e tor­ce elet­tri­che, shut­ters al­le fi­ne­stre, quel­le per­sia­ne me­tal­li­che che so­no an­ti-ura­ga­no, op­pu­re protezioni im­prov­vi­sa­te dell’ul­ti­mo mo­men­to, di più non si può fa­re, se non aspet­ta­re.

E l’at­te­sa di Ir­ma è lun­ga, il suo cam­mi­no de­va­stan­te ha por­ta­to al qua­si an­nien­ta­men­to di iso­le ca­rai­bi­che, cer­to da un pun­to di vi­sta edi­li­zio non pa­ra­go­na­bi­li al­la Flo­ri­da. Pe­rò quan­do ar­ri­ve­rà qui co­sa por­te­rà con sè? Sa­rà for­za 4, op­pu­re 5 co­me già qual­che me­teo­ro­lo­go ha an­nun­cia­to? In­tan­to ec­co una ma­rea di news: ne­gli Sta­ti Uni­ti le pre­vi­sio­ni del tem­po so­no una religione ed è in que­sti tra­gi­ci fran­gen­ti che Wea­ther Chan­nel rag­giun­ge i pic­chi di ascol­to. Har­vey, che ha tra­vol­to, so­prat­tut­to per le inon­da­zio­ni il Te­xas e sta­to già sor­pas­sa­to da Ir­ma, che a sua vol­ta ha die­tro di sè Jo­se, un al­tro ura­ga­no che pro­met­te di se­gui­re lo stes­so per­cor­so de­va­stan­te del­la sua pre­de­ces­so­ra, men­tre nel Gol­fo del Mes­si­co è na­ta Ka­tia, no­me che de­ri­va da Ca­te­ri­na e si­gni­fi­ca ‘pu­ra’, men­tre Ir­ma vuol di­re ‘con­sa­cra­ta al dio Ir­min’, di­vi­ni­tà sas­so­ne, ma an­che e, ades­so nes­su­no può più ne­gar­lo, ‘co­lei che ha for­za, po­ten­za’.

E in at­te­sa che Ir­ma ar­ri­vi, que­stio­ne di po­co, Mia­mi no­no­stan­te le co­de lun­ghe ore ai di­stri­bu­to­ri di ben­zi­na, i suo­ni sor­di dei tra­pa­ni che fre­ne­ti­ca­men­te rim­bal­za­no da una parte all’al­tra, è si­len­zio­sa: uf­fi­ci, la mag­gior parte già chiu­si, co­me le scuo­le e le uni­ver­si­tà.

Or­di­ne di la­scia­re la pro­pria ca­sa per 650.000 per­so­ne, la più gran­de eva­cua­zio­ne che la con­tea di Mia­mi-Da­de, qua­si 2,7 milioni di abi­tan­ti, ri­cor­di, hi­gh­way in­ta­sa­te per chi, ma non è la mag­gio­ran­za, ha de­ci­so di an­da­re ver­so nord.

Ma non man­ca­no, il mon­do è ugua­le dap­per­tut­to, an­che quel­li che cer­ca­no di ar­ric­chir­si con le tra­ge­die.

Si chia­ma pri­ce-gou­ging, è l’au­men­to del prez­zo, in­giu­sti­fi­ca­to, di quei be­ni di con­su­mo che in que­sti fran­gen­ti so­no i più ri­chie­sti. C’è la leg­ge che lo proi­bi­sce, ma so­lo in un pa­io di gior­ni, e sol­tan­to a Mia­mi, so­no sta­te al­me­no un cin­quan­ti­na le de­nun­ce.

C’è an­che un nu­me­ro te­le­fo­ni­co, 311, da chia­ma­re, men­tre l’or­ga­niz­za­zio­ne go­ver­na­ti­va si è mes­sa in mo­do su­bi­to. Ed è di enor­mi pro­por­zio­ni, si va da­gli shel­ters, i ri­co­ve­ri, che so­no, nel mag­gior nu­me­ro dei ca­si scuo­le, al­la po­ta­tu­ra de­gli al­be­ri e agli ad­det­ti del­la con­tea che gi­ra­no le stra­de per rac­co­glie­re tut­ti que­gli og­get­ti, gran­di e piccoli, che fan­no parte dei ‘la­vo­ri in cor­so’.

Per­chè qual­sia­si co­sa, dal va­so di fio­ri la­scia­to sul ter­raz­zo, a una te­go­la si­ste­ma­ta ma­le sul tet­to, con l’ura­ga­no può di­ven­ta­re un pro­iet­ti­le mor­ta­le.

Tut­to de­ve es­se­re ap­pron­ta­to al più pre­sto, in que­sto ca­so sei gior­ni. Og­gi è già trop­po tar­di e i tan­tis­si­mi co­me noi, che non se so­no an­da­ti, si chiu­do­no in ca­sa.

Con una pre­ghie­ra al pro­prio Dio: che Ir­ma non sia co­sì mo­struo­sa co­me la stan­no de­scri­ven­do. Poi non c’è più al­tro da fa­re: so­lo aspet­ta­re.

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