Per non di­men­ti­ca­re

La Gente d'Italia - - DA PRIMA PAGINA - Di RO­BER­TO ZANNI

Ogni an­no, da se­di­ci an­ni, Ann Dou­glas, da Me­re­di­th, nel New Hump­shi­re, si re­ca a New York Ci­ty per da­re un ba­cio al no­me del fi­glio, Fre­drick John Cox, in­ci­so nel Me­mo­rial di Ground Ze­ro. "Ven­go per ono­ra­re mio fi­glio e scri­ver­gli una let­te­ra per dir­gli che ho fat­to tut­to quel­lo che è in mio po­te­re per ren­de­re il mondo un po­sto mi­glio­re". Fre­drick John Cox ave­va 27 an­ni e la­vo­ra­va in un isti­tu­to fi­nan­zia­rio al 104º pia­no del­la Sou­th To­wer, una del­le 2.996 vit­ti­me sen­za col­pe dell'at­tac­co al­le Twin To­wers.

Ie­ri era il 9/11, se­di­ce­si­mo an­ni­ver­sa­rio del gior­no in cui il terrore ar­ri­vò dal cie­lo, l'11 settembre 2001. L'at­ten­ta­to ter­ro­ri­sti­co che ha cam­bia­to gli Sta­ti Uni­ti e tut­to il mondo.

Da quel­la mat­ti­na, tut­ti, ci sia­mo ri­tro­va­ti dif­fe­ren­ti.

Non sia­mo più quel­li di pri­ma. E ci sa­rem­mo do­vu­ti uni­re, sot­to la ban­die­ra del­la giu­sti­zia, quel­la che non si le­ga a nes­sun co­lo­re, di par­ti­to o di pel­le.

Già for­se una uto­pia, per­chè alla fine non è sta­to così. For­se per­chè gli at­tac­chi, e non si trat­ta so­lo di ter­ro­ri­smo, so­no di­ven­ta­ti più fre­quen­ti, da ogni par­te, ma so­prat­tut­to per­chè gli Sta­ti Uni­ti in que­sti se­di­ci an­ni non so­no più riu­sci­ti a ri­tro­va­re quel­la se­re­ni­tà che una vol­ta, nel Mil­len­nio scor­so, sem­bra­va qua­si una pre­ro­ga­ti­va so­lo a stel­le e stri­sce.

Fu nel 1931 che James Tru­slow Adams, scrittore e storico sta­tu­ni­ten­se, co­niò il ter­mi­ne American Dream: "La vi­ta - così lo de­fi­nì - do­vreb­be es­se­re mi­glio­re, più ric­ca e più com­ple­ta per tut­ti, con op­por­tu­ni­tà per cia­scu­no, se­con­do le pro­prie ca­pa­ci­tà, sen­za guar­da­re alla clas­se so­cia­le o al­le cir­co­stan­ze di na­sci­ta". Una ve­ri­tà in­di­scus­sa che nel tem­po pe­rò ha per­so la sua for­za. Og­gi l'America, do­po quel 9/11, è di­ven­ta­ta più de­bo­le e più di­vi­sa e sem­bra qua­si che quell'at­tac­co dal cie­lo por­ta­to in ma­nie­ra vi­le dall'uo­mo, ab­bia in qual­che mo­do aper­to la stra­da ad al­tri as­sal­ti, che pe­rò nes­sun ar­ma­men­to, nessuna di­fe­sa può fer­ma­re.

Og­gi gli Sta­ti Uni­ti ap­pa­io­no più vul­ne­ra­bi­li.

In po­co più di un de­cen­nio Char­lie, Ka­tri­na, Ri­ta, Wil­ma, Ike, San­dy, Mat­thew e nel gi­ro di due set­ti­ma­ne, uno die­tro l'al­tro Har­vey e Ir­ma so­no tut­ti ar­ri­va­ti dal cie­lo. Ma an­che se in que­sti ca­si è sta­ta la fu­ria del­la na­tu­ra a se­mi­na­re mor­te e di­stru­zio­ne, an­che se que­ste ca­la­mi­tà si era­no ri­pe­tu­te re­go­lar­men­te nei de­cen­ni pas­sa­ti, in qual­che mo­do gli ul­ti­mi ura­ga­ni han­no mes­so in evi­den­za la fra­gi­li­tà di un Pae­se, im­pen­sa­bi­le, op­pu­re abil­men­te na­sco­sta, so­lo fi­no a qual­che tem­po fa. Ie­ri a Ground Ze­ro ci si è fer­ma­ti sei vol­te: due per ri­cor­da­re quan­do gli ae­rei col­pi­ro­no le Tor­ri Ge­mel­le, al­tret­tan­te per se­gna­re il momento in cui le Twin To­wers crol­la­ro­no in una nu­be di pol­ve­re e in­fi­ne una cia­scu­na per l'at­tac­co al Pen­ta­go­no e al Flight 93.

Un gior­no di unio­ne e ri­fles­sio­ne tan­to im­por­tan­te in un momento così dif­fi­ci­le e com­ples­so per una na­zio­ne in­te­ra: ri­cor­dia­mo le 2.996 vit­ti­me in­no­cen­ti, i tan­ti che han­no per­so la lo­ro vi­ta nei soc­cor­si, ma an­che la let­te­ra di una mamma, Ann Dou­glas.

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