Go­ver­no de­gli igno­ran­ti: lo vo­le­va­te, e lo avre­te...

La Gente d'Italia - - DA PRIMA PAGINA - DI GIU­SEP­PE TURANI

Or­mai so­no 40 gior­ni che Di Ma­io va pro­po­nen­do a tut­ti il fa­mo­so con­trat­to al­la te­de­sca per fa­re il nuo­vo go­ver­no. Ma nes­su­no ha bus­sa­to al­la sua por­ta.

An­zi, nes­su­no si è fat­to vi­vo, se si esclu­do­no mi­ste­rio­se te­le­fo­na­te con Sal­vi­ni, che pe­rò è un suo di­ret­to con­cor­ren­te per il pre­mie­ra­to (ine­si­sten­te pe­ral­tro in Ita­lia).

Ma lo­ro so­no il “nuo­vo” e quin­di pos­so­no fa­re quel­lo che vo­glio­no.

Il pic­co­lo dram­ma che sta vi­ven­do Di Ma­io se­gna­la la con­trad­di­zio­ne nel­la qua­le è vis­su­to fi­no­ra il Mo­vi­men­to 5 stel­le (qua­lun­que co­sa ne di­ca­no i fan): se vuo­le fa­re po­li­ti­ca dav­ve­ro, pren­de­re i po­sti, il po­te­re, le pol­tro­ne, de­ve but­ta­re a ma­re tut­te le sue pro­po­ste pro­gram­ma­ti­che.

La stes­sa co­sa va­le per il con­cor­ren­te Sal­vi­ni. Può es­se­re che al­la fi­ne i due tro­vi­no un ac­cor­do per­ché qua­lun­que al­tra co­sa (go­ver­no del pre­si­den­te) è peg­gio, ma non li ve­do be­ne.

Quel­lo che fi­no­ra si è tra­scu­ra­to è che ba­ste­reb­be una lo­ro del­le lo­ro pro­po­ste (a scel­ta, red­di­to di cit­ta­di­nan­za, flat tax, ecc.) per de­ter­mi­na­re l’im­me­dia­to sfon­da­men­to del­la finanza pub­bli­ca ita­lia­na e quin­di la ne­ces­si­tà di usci­re dall’Eu­ro­pa. Co­sa che a pa­ro­le (so­prat­tut­to Sal­vi­ni) sem­bra­no an­che au­spi­ca­re, ma che poi li ter­ro­riz­za. San­no an­che lo­ro che fuo­ri dal re­cin­to dell’Unio­ne eu­ro­pea c’è so­lo de­ser­to e mi­se­ria. C’è il Ve­ne­zue­la, dal qua­le la gen­te scap­pa a pie­di con le va­li­gie di car­to­ne.

Pro­prio per que­sto c’è da au­gu­rar­si che, al­la fi­ne, la som­ma del­le lo­ro con­trad­di­zio­ni im­pe­di­sca ai due di fa­re un go­ver­no.

Un go­ver­no che sa­reb­be, vi­ste le pre­mes­se, sta­ta­li­sta, as­si­sten­zia­le co­me e più dei peg­gio­ri go­ver­ni cen­tri­sti del­la sto­ria ita­lia­na.

Il “nuo­vo” che i due pro­pon­go­no, cioè, al­tro non è, una vol­ta tol­ta la pro­pa­gan­da, che la par­te peg­gio­re del­la no­stra sto­ria re­cen­te: Cas­sa del Mez­zo­gior­no, fi­nan­zia­men­to a im­pre­se di lom­bri­chi e noc­cio­le­ti, tan­te bel­le pen­sio­ni al Sud e tan­ti bei cor­si di ag­gior­na­men­to a cui non andrà mai nes­su­no.

Non esclu­do nem­me­no che, di­spe­ra­ti, al­la fi­ne pro­pon­ga­no la ri­du­zio­ne dell’ora­rio di la­vo­ro e i la­vo­ri so­cial­men­te uti­li (pa­ga­ti dal­lo Sta­to, bra­vi ra­gaz­zi che fu­ma­no nei giar­di­ni pub­bli­ci in at­te­sa del­la pa­sta con i broc­co­li del­la mam­ma). Nes­su­no di lo­ro due ha un’idea per la cre­sci­ta ita­lia­na.

I 5 stel­le con­ti­nua­no a fa­re pro­pa­gan­da e in­si­sto­no con la ri­du­zio­ne dei costi del­la po­li­ti­ca. At­ti­vi­tà del tut­to inu­ti­le e sen­za sen­so.

La Ca­me­ra dei de­pu­ta­ti, per esem­pio co­sta (sti­pen­di com­pre­si) un mi­liar­do di eu­ro all’an­no. An­che se riu­scis­se­ro a di­mez­za­re que­sto co­sto (co­sa im­pos­si­bi­le), al­la fi­ne avreb­be­ro ri­spar­mia­to mez­zo mi­liar­do su 800 mi­liar­di di spe­sa pub­bli­ca com­ples­si­va: e co­sa ci fan­no con mez­zo mi­liar­do?

Il red­di­to di cit­ta­di­nan­za per gli abi­tan­ti di Nar­dò?

For­se per sei me­si? E poi?

Chi im­pe­di­sce all’Ita­la di cre­sce­re e di crea­re la­vo­ro, non so­no i costi del­la po­li­ti­ca, ma l’or­ga­niz­za­zio­ne del­lo Sta­to, la man­can­za di con­cor­ren­za, l’ec­ces­so di burocrazia, lo sta­ta­li­smo an­co­ra pre­sen­te.

In­som­ma, i lac­ci e lac­ciuo­li con­tro i qua­li tuo­na­va Gui­do Car­li de­cen­ni fa. Sia­mo sem­pre lì. Il “nuo­vo”, cioè, sta esat­ta­men­te do­ve Sal­vi­ni e Di Ma­io non san­no guar­da­re: nel ri­go­re fi­nan­zia­rio co­niu­ga­to con una sem­pli­fi­ca­zio­ne estre­ma del­lo Sta­to e del­le sue pro­ce­du­re. Li­be­ra­re gli spi­ri­ti ani­ma­li del ca­pi­ta­li­smo: que­sto do­vreb­be­ro fa­re i “nuo­vi”.

In­ve­ce, di­giu­ni, co­me so­no, di qual­sia­si let­tu­ra e di qual­sia­si espe­rien­za, pen­sa­no che il Pae­se ri­par­ta ta­glian­do un po’di au­to blu e ri­cac­cian­do in Afri­ca un po’di im­mi­gra­ti.

C’è so­lo da spe­ra­re che il lo­ro go­ver­no non na­sca mai. La­scia­mo Gen­ti­lo­ni al suo po­sto, con la sua squa­dra, e pre­pa­ria­mo­ci al­le elezioni l’an­no pros­si­mo.

Ogni al­tra scel­ta sa­reb­be ro­vi­no­sa.

Poi ci sa­reb­be il dram­ma del Pd (un par­ti­to or­mai tec­ni­ca­men­te mor­to, e era l’uni­co dav­ve­ro ri­for­mi­sta), ma que­sta è un’al­tra pun­ta­ta.

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