Pa­ra­dos­so dell’ana­gra­fe in Ita­lia, un uo­mo vi­ve da ven­ti­cin­que an­ni sen­za iden­ti­tà. Da­to per mor­to, vi­ve in Li­gu­ria e la­vo­ra in ne­ro

La Gente d'Italia - - DA PRIMA PAGINA - DI FRANCO ESPO­SI­TO

L’uo­mo sen­za iden­ti­tà. Lo han­no ri­te­nu­to mor­to.

E mor­to è per l’ana­gra­fe. Ma lui è vi­vo e ve­ge­to, abi­ta in Li­gu­ria e la­vo­ra in ne­ro.

Più vi­vo di co­sì si muo­re dav­ve­ro. L’uo­mo sen­za iden­ti­tà è una grot­te­sca sto­ria ita­lia­na. Si chia­ma Iva­no Stellato, è na­to a To­ri­no nel ’53, nel me­se di lu­glio.

Una vi­cen­da incredibile, il ti­pi­co pa­ra­dos­so. Una sto­ria che non avreb­be ra­gio­ne di esi­ste­re.

E non s’in­trav­ve­de al­cun va­li­do mo­ti­vo per giu­sti­fi­ca­re cor­po e so­stan­za di un fat­to di que­sto ti­po in quel­lo che do­vreb­be es­se­re un Pae­se ci­vi­le. L’Ita­lia di un’ana­gra­fe cor­ret­ta, pre­ci­sa, fun­zio­nan­te, ga­ran­ti­sta, in gra­do di at­tri­bui­re a na­sci­te e mor­ti iden­ti­tà as­so­lu­ta­men­te cer­te. In­ve­ce no. Iva­no Stel­la­ti fa di­ven­ta­re pub­bli­co il pa­ra­dos­so ita­lia­no. Que­sta sto­ria grot­te­sca che ha dell’incredibile rac­con­ta­ta ora con iro­nia più che con ve­ra rab­bia. Che sa­reb­be pe­ral­tro pie­na­men­te giu­sti­fi­ca­ta.

“Qui, sot­to la ca­mi­cia, c’è una ci­ca­tri­ce bel­la gran­de. Di­mo­stra­ti­va che so­no pro­prio io. Quan­do vent’an­ni fa mi pre­sen­tai all’ana­gra­fe per il rin­no­vo del do­cu­men­to, mi ri­spo­se­ro che la per­so­na con quel­le ge­ne­ra­li­tà era mor­ta”. Ma co­me mor­ta? Lui in­cre­du­lo con­ti­nua­va a ri­pe­te­re. “VI sba­glia­te, mi chia­mo Iva­no Stel­la­ti…”. I suoi ge­ni­to­ri, se in­ter­pel­la­ti, lo avreb­be­ro ri­co­no­sciu­to im­me­dia­ta­men­te da quel­la ci­ca­tri­ce. All’ana­gra­fe mi dis­se­ro che do­ve­vo ri­vol­ger­mi a un av­vo­ca­to. Ma co­me, a un av­vo­ca­to per far­mi di­re che so­no io?”. Poi, il do­lo­re per la scom­par­sa del­la ma­dre, un ar­re­sto che an­co­ra og­gi con­ti­nua a ri­te­ne­re in­giu­sto, e que­sta sto­ria che pren­de una stra­da paz­ze­sca. Iva­no Stel­la­ti sen­za più una pa­ten­te, una tes­se­ra sa­ni­ta­ria, un con­to in ban­ca, un in­di­riz­zo, un te­le­fo­no in­te­sta­to.

Usa in mez­zi pub­bli­ci. Cam­pa gra­zie al­le sue co­no­scen­ze di pian­te, fio­ri, pra­ti. Fa il giar­di­nie­re. “Sem­pre pa­ga­to in ne­ro. La gen­te pe­rò si fi­da di me, di­co­no che pos­seg­go la bac­chet­ta ma­gi­ca. Ri­pa­ro, ag­giu­sto, mi do da fa­re. So­no ap­prez­za­to e ho la fi­du­cia di chi mi dà la­vo­ro. Le chia­vi del­le lo­ro vil­let­te spes­so le la­scia­no a me”. Po­treb­be met­ter­si in re­go­la ed es­se­re as­sun­to. Ma non gli va. “MI bloc­co, è più for­te di me”.

Ma che vi­ta è mai que­sta? L’uo­mo sen­za iden­ti­tà non ha il co­rag­gio di ri­met­ter­si in gio­co. La sua vi­cen­da non è sto­ria me­tro­po­li­ta­na, l’ha ap­pu­ra­to an­che la po­li­zia. Abi­ta a Ca­mo­gli, Ge­no­va, e dal 1992 ha usa­to sei no­mi di­ver­si. Ma la da­ta di na­sci­ta, quel­la è ri­ma­sta sem­pre la stes­sa, 25 apri­le. “Una si­tua­zio­ne dif­fi­ci­le da de­scri­ve­re. So­no un fan­ta­sma per col­pa mia e dell’ana­gra­fe, ma quan­do cam­mi­no in stra­da mi sen­to os­ser­va­to”.

In ef­fet­ti è rie­mer­so il 29 mar­zo al­le ot­to del mat­ti­no vi­ci­no al ca­sel­lo au­to­stra­da­le di Rec­co. C’è un incidente, un’au­to sal­ta la pre­ce­den­za e ne col­pi­sce un’al­tra. Il con­du­cen­te in­ci­den­ta­to tor­na sul po­sto con una don­na. La pro­prie­ta­ria del­la Pan­da am­mac­ca­ta. Tea lei, fre­quen­ta Iva­no Stel­la­ti da una de­ci­na d’an­ni, e spes­so lo ospi­ta a Ca­mo­gli. Tea go­de di pen­sio­ne, che uni­ta ai pro­ven­ti dei la­vo­ri sal­tua­ri del com­pa­gno con­sen­te al­la cop­pia di an­da­re avan­ti. Si so­no co­no­sciu­ti in una sa­la da bal­lo di Ge­no­va, il Blue Moon. Lei lo con­si­de­ra un brav’uo­mo, una per­so­na po­si­ti­va, e cer­che­rà di con­vin­cer­lo a met­ter­si a po­sto. Boh.

L’incidente stra­da­le pro­cu­ra qual­che fe­ri­ta a Ita­lo. Lo por­ta­no in ospe­da­le, a Rec­co, e qui di­chia­ra di es­se­re Ro­ber­to Re­go­ni­ni, na­to a To­ri­no e re­si­den­te ad Al­ben­ga. “Re­go­ni­ni è il cognome di mia mam­ma. Ad Al­ben­ga so­no sta­to an­ni fa, la­vo­ra­vo nel­le ser­re, mi gua­da­gna­vo da man­gia­re e da dor­mi­re”. I vi­gi­li pro­va­no ad ap­pro­fon­di­re. Il rac­con­to fan­ta­sio­so di Iva­no non è com­pa­ti­bi­le con i da­ta ba­se. Il viag­gio in que­stu­ra, le im­pron­te di­gi­ta­li. Quel­le ma­ni so­no sta­te as­so­cia­te più vol­te a no­mi di fantasia. Iva­no Stellato con o fi­na­le, Ro­ber­to Be­vi­lac­qua ad Ales­san­dria, Ro­ber­to Be­lot­ti e Iva­no Pi­sa­no, in­ter­cet­ta­ti in lo­ca­li­tà del Pie­mon­te. Si trat­ta sem­pre del­la stes­sa per­so­na. Un sog­get­to, Iva­no Stel­la­ti, ca­pa­ce di drib­bla­re nel­le stra­de di cam­pa­gna pat­tu­glia­men­ti ec­ce­zio­na­li e cam­pa­gne an­ti­ter­ro­ri­smo. “Se la ca­va­no ra­pi­na­to­ri e vio­len­ti, fi­gu­ria­mo­ci se po­te­vo ave­re no­ie io che non ho sfio­ra­to mai nes­su­no”.

Il suo pro­fi­lo in­di­vi­dua­bi­le gra­zie ai pol­pa­strel­li non è as­so­cia­to a fat­ti vio­len­ti. Uni­ca ec­ce­zio­ne, quand’era an­co­ra ri­co­no­sci­bi­le, un’ac­cu­sa di fur­to d’au­to. Le­ga­to, più che al­tro, da una con­tro­ver­sia con un co­no­scen­te. Mes­so bre­ve­men­te in car­ce­re, ri­ten­ne di aver su­bi­to un gra­ve tor­to. E da quel mo­men­to po­treb­be es­ser­si in­di­riz­za­to su una stra­da ir­re­ver­si­bi­le. “Di si­cu­ro non ho al­cu­na pen­den­za con la giu­sti­zia e non fug­go da con­dan­ne”. Un gran bel ti­po l’uo­mo sen­za iden­ti­tà. Ma co­sa era sta­to pri­ma di tra­sfor­mar­si in Bel­lot­ti, Be­vi­lac­qua, Pi­sa­no, Re­go­ni­ni? “Ama­vo il di­se­gno, ho pre­so il di­plo­ma, la­vo­ra­vo co­me ma­gaz­zi­nie­re, ma il pe­rio­do mi­glio­re l’ho vis­su­to in In­ghil­ter­ra”. Aiu­to cuo­co in un ri­sto­ran­te ita­lia­no a Grim­sby. Ma al­lo­ra per­ché è tor­na­to in Ita­lia? “Mia ma­dre sta­va, ma­le, è scat­ta­to qual­co­sa”. Poi è ca­pi­ta­ta quel­la grot­te­sca vi­cen­da all’ana­gra­fe e ha smes­so di ave­re un no­me. Il buio. Un black to­ta­le, stra­nis­si­mo. Il com­pen­so di giar­di­nie­re nel­la vil­la di un ric­co si­gno­re co­me pos­si­bi­li­tà per go­de­re di un al­log­gio. “Ad Ac­qua­fred­da, in Li­gu­ria, nell’hin­ter­land ge­no­ve­se. Una ca­sa sen­za lu­ce, non mi è an­da­ta sem­pre be­ne”. Un sen­za­tet­to, a trat­ti. “E se non fai ca­si­no non ti cer­ca nes­su­no”. Usa il cel­lu­la­re del­la com­pa­gna Tea per le chia­ma­te di la­vo­ro che ri­ce­ve at­tra­ver­so il pas­sa­pa­ro­la. “”Sa­pe­ste quant’è pe­san­te es­ser­ci o non es­ser­ci”.

Di­lem­ma sha­ke­spe­ria­no, lui c’è, un es­se­re che l’ana­gra­fe vuo­le pri­vo di iden­ti­tà. Giar­di­nie­re o im­bian­chi­no a cin­quan­ta eu­ro al gior­no, quan­do ca­pi­ta. “A vol­te sen­to che le per­so­ne si ap­pro­fit­ta­no di me, un uo­mo sen­za iden­ti­tà. I me­di­ci mi han­no sal­va­to da una pe­ri­car­di­te co­me Bel­lot­ti. An­che il co­di­ce fi­sca­le era fal­so”. L’uni­co co­sa che ora lo fa sta­re ve­ra­men­te ma­le è il cognome Stel­la­ti. Quel­lo ve­ro, il suo. “Ma­ga­ri do­ma­ni va­do all’ana­gra­fe per ten­ta­re di ri­pren­der­me­lo. Ma in au­to de­vo sta­re at­ten­to, non ho più la pa­ten­te. Ho un’idea pe­rò ce l’ho. Se mi fer­ma­no, di­rò ai vi­gi­li che mi chia­mo in qual­che mo­do. Un no­me nuo­vo, mai usa­to fi­no­ra”.

Che len­za, l’uo­mo sen­za iden­ti­tà.

Newspapers in Italian

Newspapers from Uruguay

© PressReader. All rights reserved.