CON­TE, l'av­vo­ca­to di­fen­so­re del po­po­lo

La Gente d'Italia - - DA PRIMA PAGINA -

Con­te e il suo go­ver­no, in fat­tu­ra e al­le­sti­men­to in que­ste ore.

E Con­te e il suo par­ti­to, M5S che con la su­per­vi­sio­ne di Roc­co Ca­sa­li­no ha sug­ge­ri­to e sug­gel­la­to le pa­ro­le e fra­si chia­ve del di­scor­so di ac­cet­ta­zio­ne dell’in­ca­ri­co di for­ma­re il go­ver­no.

E Con­te e se stes­so, il suo por­ger­si, pre­star­si, im­pe­gnar­si al­la po­li­ti­ca, al­la mis­sio­ne, al­la gen­te, al­la sce­na.

In tut­ti e tre i ca­si, in tut­ti e tre i mo­men­ti, in tut­ti e tre gli aspet­ti sem­pre il mes­sag­gio e la so­stan­za, la for­ma e l’or­go­glio (per dir­la al­la Sal­vi­ni) di qual­co­sa di con­tro. Go­ver­no che na­sce, pa­ro­le e con­cet­ti pro­nun­cia­ti ed espo­sti, ani­mo e ge­sti con­tro. Con­tro co­sa, con­tro chi? Con­tro tut­to quel­lo che nel­la nuo­vis­si­ma cul­tu­ra (ma in real­tà vec­chis­si­ma co­no­scen­za del­la sto­ria uma­na) il po­po­lo con­ce­pi­sce e vi­ve co­me al­tro da sé.

Le isti­tu­zio­ni, lo Sta­to, la stes­sa po­li­ti­ca e pri­ma fra tut­te l’Unio­ne Eu­ro­pea.

Tut­to ciò il po­po­lo av­ver­te co­me al­tro da sé nel­la nuo­va e do­mi­nan­te cul­tu­ra.

E Giu­sep­pe Con­te que­sta cul­tu­ra con­di­vi­de ed espo­ne, a que­sta cor­ren­te del­la sto­ria con en­tu­sia­smo e de­di­zio­ne si iscri­ve.

“Fuo­ri da qui…” è l’in­ci­pit, il ti­to­lo-ri­chia­mo iden­ti­ta­rio del­la par­te del suo di­scor­so non scrit­to su ri­chie­sta di Mat­ta­rel­la. Do­po le po­che ri­ghe sul­la ne­ces­si­tà di ri­spet­ta­re la col­lo­ca­zio­ne eu­ro­pea e in­ter­na­zio­na­le, ec­co fi­nal­men­te il “fuo­ri di qui” ge­mel­lo del “fuo­ri dai pa­laz­zi” che è lo sti­le­ma dell’ideo­lo­gia do­mi­nan­te che ora si fa go­ver­no. Fuo­ri di qui, fuo­ri dai pa­laz­zi…cioè den­tro i pa­laz­zi le ca­ste, fuo­ri il po­po­lo.

Den­tro i cat­ti­vi per de­fi­ni­zio­ne, ruo­lo e na­tu­ra. Fuo­ri i buo­ni, per de­fi­ni­zio­ne, ruo­lo e na­tu­ra. Po­po­lo sem­pre e tut­to buo­no, Sta­to sem­pre e tut­to cat­ti­vo.

Che in fon­do ta­le re­sta an­che se ar­ri­va il “Go­ver­no del cam­bia­men­to”.

Lo di­ce, lo ri­ven­di­ca, lo at­te­sta Giu­sep­pe Con­te nel suo pri­mo di­scor­so agli ita­lia­ni.

Non si iden­ti­fi­ca con lo Sta­to, sia pu­re rin­no­va­to dall’av­ven­to del nuo­vo go­ver­no.

Con­te di­ce che fa­rà go­ver­no “dal­la par­te dei cit­ta­di­ni”.

Che quin­di re­sta­no sem­pre “par­te”al­tra e di­ver­sa e con­flit­tua­le con la co­sa pub­bli­ca, con lo Sta­to, con le isti­tu­zio­ni.

Con­te fa di più e con evi­den­te au­to sod­di­sfa­zio­ne si bat­tez­za “av­vo­ca­to di­fen­so­re del po­po­lo“. Non pre­mier di tut­ti, che è fra­se re­to­ri­ca ma che a non dir­la…nean­che Trump ha avu­to la sfron­ta­tez­za di omet­ter­la. Non cu­sto­de del­la co­sa pub­bli­ca.

Non de­le­ga­to dal­la so­vra­ni­tà po­po­la­re a ge­sti­re la co­sa pub­bli­ca.

No, nien­te di tut­to que­sto.

Con­te si è det­to “av­vo­ca­to di­fen­so­re del po­po­lo”. Ora av­vo­ca­to di­fen­so­re si dà, di av­vo­ca­to di­fen­so­re si ha bi­so­gno ap­pun­to quan­do si è par­te con­tro qual­cu­no.

E pro­cla­ma­re di ve­sti­re pan­ni e ruo­lo dell’av­vo­ca­to di­fen­so­re del po­po­lo, a par­ti­re dall’Eu­ro­pa, sup­po­ne, sot­ten­de, sot­to­li­nea che l’Eu­ro­pa è par­te av­ver­sa del po­po­lo ita­lia­no. Que­sta la cul­tu­ra, l’ideo­lo­gia, la mis­sio­ne che Giu­sep­pe Con­te con­di­vi­de, ma­ni­fe­sta e si as­se­gna: di­fen­de­re il po­po­lo ita­lia­no dall’Eu­ro­pa Uni­ta.

Stan­te co­sì le co­se, e co­sì stan­no, re­la­ti­va­men­te po­co im­por­ta se af­fi­de­rà o no il Mi­ni­ste­ro dell’Eco­no­mia al ne­mi­co dell’eu­ro Pao­lo Sa­vo­na op­pu­re no.

Av­vo­ca­to di­fen­so­re del po­po­lo non so­lo ver­so la mi­nac­cia ester­na, av­vo­ca­to di­fen­so­re del po­po­lo an­che den­tro i con­fi­ni na­zio­na­li. L’av­vo­ca­to di­fen­so­re del po­po­lo per de­fi­ni­zio­ne spo­sa le ra­gio­ni e la cau­sa e gli in­te­res­si del­la sua par­te, il po­po­lo ap­pun­to.

Ma per dir­si av­vo­ca­to di­fen­so­re del po­po­lo oc­cor­re fer­ma­men­te cre­de­re che il po­po­lo sia uno so­lo e che par­li con una so­la vo­ce.

Di so­li­to fi­ni­sce per es­se­re la vo­ce del par­ti­to do­mi­nan­te.

Il po­po­lo uno so­lo e con un so­lo co­mu­ne in­te­res­se.

E chi non lo con­di­vi­de sci­vo­la fa­cil­men­te nel brut­to ruo­lo di tra­di­to­re del po­po­lo.

Gli av­vo­ca­ti di­fen­so­ri del po­po­lo nel­la sto­ria han­no fat­to mol­to spes­so in fret­ta a di­ven­ta­re pub­bli­ci mi­ni­ste­ri d’ac­cu­sa ver­so i tra­di­to­ri del po­po­lo.

L’av­vo­ca­to di­fen­so­re del po­po­lo vuol di­re che Giu­sep­pe Con­te pen­sa non vi sia­no le­git­ti­mi e ri­spet­ta­bi­li con­flit­ti di in­te­res­se den­tro il po­po­lo, con­flit­ti da me­dia­re, com­por­re.

Il pre­mier in­ca­ri­ca­to e fu­tu­ro, an­zi pros­si­mo ca­po del go­ver­no ita­lia­no espo­ne una con­ce­zio­ne del­la co­sa pub­bli­ca se­con­do la qua­le di fat­to la po­li­ti­ca non esi­ste.

Esi­ste in­ve­ce il po­po­lo, uno e uno so­lo, che par­la, in­di­vi­dua ed esi­ge la so­lu­zio­ne, uni­ca e as­so­lu­ta, e gli in­ca­ri­ca­ti del po­po­lo di met­ter­la in at­to. Il po­po­lo di­ven­ta il mo­nar­ca as­so­lu­to, sciol­to da ogni vin­co­lo.

Po­po­lo che va omag­gia­to, ed ec­co l’omag­gio di Giu­sep­pe Con­te al po­po­lo: lo spo­star­si in ta­xi pa­gan­do la cor­sa sot­to l’oc­chio di tut­te le te­le­ca­me­re (pie­tà di ca­sta vor­reb­be igno­ras­si­mo la pie­to­sa-pe­no­sa-di­sar­man­te sce­na dei gior­na­li­sti che cor­ro­no a in­ter­vi­sta­re il tas­si­sta). Omag­gio al po­po­lo pri­ma e ol­tre ogni pos­si­bi­le omag­gio al­le isti­tu­zio­ni, Sta­to. Omag­gio al po­po­lo mes­so in sce­na per se­gna­re che lui, Giu­sep­pe Con­te ca­po di go­ver­no, an­che se en­tra lì, è e re­sta uno di fuo­ri e non di den­tro i pa­laz­zi.

Omag­gio al po­po­lo pa­gan­te men­tre pa­ga la cor­sa del ta­xi, omag­gio all’idea che il po­po­lo sia so­lo quel­lo che pa­ga e al­tro non ha da iden­ti­fi­car­si con lo Sta­to e la co­sa pub­bli­ca. La co­sa pub­bli­ca co­me al­tro da sé. Qual­co­sa da cui di­fen­der­si ed ec­co in­fat­ti l’av­vo­ca­to di­fen­so­re del po­po­lo.

Ci si è chie­sti nei mi­nu­ti do­po il di­scor­so di Con­te al Qui­ri­na­le, ci si chie­de in que­ste ore co­me sia pos­si­bi­le con­ci­lia­re il ri­spet­to del­la col­lo­ca­zio­ne eu­ro­pea, del pa­reg­gio di bi­lan­cio e del­le al­tre co­se fat­te pro­nun­cia­re da Mat­ta­rel­la a Con­te con il te­sto del Con­trat­to di Go­ver­no su cui Con­te pre­si­den­te in­ca­ri­ca­to ha giu­ra­to fe­del­tà con al­tret­tan­ta en­fa­si fos­se la Co­sti­tu­zio­ne. Co­me è pos­si­bi­le? Non è pos­si­bi­le.

Il vo­to del po­po­lo il 4 di mar­zo, il go­ver­no M5SLe­ga, il ca­po del go­ver­no av­vo­ca­to del po­po­lo e i suoi mi­ni­stri por­te­ran­no l’Ita­lia al­lo scon­tro con la Ue, sa­ran­no par­te con­tro la Ue in­te­sa co­me Unio­ne po­li­ti­ca e mo­ne­ta­ria.

E quan­do da que­sto scon­tro ver­ran­no guai per la gen­te, per il po­po­lo, di­ran­no che è col­pa del ne­mi­co ester­no, ma­ga­ri aiu­ta­to da qual­che quin­ta co­lon­na in­ter­na.

Por­te­ran­no lo scon­tro fi­no e ol­tre la rot­tu­ra, non fos­se al­tro per­ché con­vin­ti, se­ria­men­te con­vin­ti di po­ter pie­ga­re, spez­za­re le re­ni a Bru­xel­les e Ber­li­no e Pa­ri­gi sen­za far­si dav­ve­ro ma­le. E por­te­ran­no la po­li­ti­ca, l’azio­ne di go­ver­no in ma­te­ria eco­no­mi­ca, fi­nan­zia­ria e di bi­lan­cio al­lo scon­tro non con il pa­reg­gio ma con l’equi­li­brio di bi­lan­cio.

Met­te­ran­no in cam­po spe­se per mol­ti pun­ti di Pil fi­dan­do in in­cas­si fan­to­ma­ti­ci e im­ma­gi­na­ri. Stam­pe­ran­no di fat­to eu­ro al­la fac­cia e al­le spal­le di tut­ti gli al­tri eu­ro­pei che con­di­vi­do­no la mo­ne­ta fi­no a che la cor­da non si spez­ze­rà e non sa­rà l’Ita­lia in­vi­ta­ta più o me­no gen­til­men­te a stam­par­si la sua mo­ne­ta.

Por­te­ran­no l’Ita­lia a gio­car­si una ma­no di po­ker la cui po­sta è la co­sa pub­bli­ca con­vin­ti di ave­re in ma­no una sca­la rea­le ma aven­do in ma­no so­lo una sca­la mi­ni­ma. Per­ché han­no sba­glia­to, sba­glia­no a leg­ge­re il “se­me” del­la car­ta che han­no in ma­no.

Quan­do un po­po­lo di­ce agli al­tri po­po­li “io per pri­mo, io pri­ma di te”, quel po­po­lo co­min­cia a per­der­la la par­ti­ta.

Non è la bat­tu­ta sco­piaz­za­ta di un we­stern al­la Leo­ne, è la Sto­ria.

Ed è tut­to chia­ro, non c’è nien­te da ca­pi­re. Giu­sep­pe Con­te è sta­to sin­ce­ro, schiet­to, evi­den­te. Non ha na­sco­sto né dis­si­mu­la­to. Ma­ga­ri so­no in mol­ti che non in­ten­do­no non per­ché non sia chia­ro e di­spie­ga­to. Non in­ten­do­no, in mol­ti vor­rem­mo e vo­glia­mo non in­ten­de­re, far fin­ta con noi stes­si di non ca­pi­re.

An­che se è tut­to ov­vio, lam­pan­te e con­se­guen­te: quan­do si vo­ta a mag­gio­ran­za e in li­ber­tà con­tro il si­ste­ma, al­lo­ra il si­ste­ma vie­ne giù. Pun­to. Ele­men­ta­re, Wa­tson…

E fac­cia­mo fa­ti­ca a ca­pi­re e cre­de­re, no­no­stan­te l’evi­den­za, per­ché, co­me in­se­gna l’os­ser­va­zio­ne cli­ni­ca, non so­lo in me­di­ci­na ma an­che nel­la sto­ria dei si­ste­mi po­li­ti­ci e so­cia­li, dei po­po­li e na­zio­ni, il pri­mo sta­dio di una ma­lat­tia ter­mi­na­le è la ne­ga­zio­ne.

Ap­pun­to.

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