Ciao Mau­ri­zio, e gra­zie di tut­to...

La Gente d'Italia - - DA PRIMA PAGINA - DI MIRKO CALEMME

Ini­ziò tut­to con un tweet, co­sì co­me è fi­ni­to.

Fu un mes­sag­gio scar­no, inat­te­so, per qual­cu­no de­lu­den­te, quel­lo che an­nun­ciò l’ar­ri­vo a Na­po­li di Mau­ri­zio Sar­ri. Chi lo co­no­sce­va, par­la­va di un ‘mae­stro di cam­pa­gna’che avreb­be avu­to bi­so­gno di tem­po. Lui stes­so, sen­za so­vra­strut­tu­re (co­me sem­pre), am­mi­se che per ar­ri­va­re al li­vel­lo del suo Em­po­li ser­vi­va­no tre an­ni. Apri­ti cie­lo. La sto­ria del mi­ster di Fi­gli­ne con l’az­zur­ro sem­bra quel­la di un amo­re esti­vo. In­ten­sa, folle, ir­ra­zio­na­le.

Con un fi­na­le bru­sco, trau­ma­ti­co: il con­ge­do av­ve­nu­to a di­stan­za, men­tre De Lau­ren­tiis met­te­va a se­gno il leg­gen­da­rio col­po An­ce­lot­ti. Le riu­nio­ni dei gior­ni scor­si co­me ‘mi­glio­ria di mor­te’, quel sof­fio di vi­ta che pre­ce­de l’ad­dio.

Era scrit­to, do­ve­va fi­ni­re co­sì, e so­pras­se­dia­mo sui mo­di e la di­stri­bu­zio­ne del­le col­pe. Quan­do ar­ri­vò, Sar­ri ci mi­se due, al mas­si­mo tre gior­ni per con­qui­sta­re i suoi ti­to­la­ris­si­mi.

Dal fa­mo­so cam­bio di po­stu­ra di Al­biol all’ad­dio an­nun­cia­to di Cal­le­jon, che in­ve­ce si in­na­mo­rò cal­ci­sti­ca­men­te di lui e non ne vol­le sa­pe­re di ab­ban­do­nar­lo. Fin­chè a Di­ma­ro ap­par­ve Hi­guain, un de­pres­so Pi­pi­ta. Gli fe­ce tor­na­re il sor­ri­so e gli co­struì la mi­glior sta­gio­ne del­la sua vi­ta. Poi se ne an­dò. Ma so­pras­se­dia­mo an­che su quel­lo.

In tu­ta, con "la bar­ba sfat­ta", la si­ga­ret­ta in boc­ca e qual­che pa­ro­lac­cia, ha con­qui­sta­to an­che il Dio del cal­cio in Ter­ra, che lo ac­col­se di­cen­do "mio zio non può al­le­na­re il Na­po­li" e lo sa­lu­ta rin­gra­zian­do­lo "per la le­zio­ne d'umil­tà".

In tre an­ni ha sem­pre bat­tu­to il re­cord di pun­ti az­zur­ro in A, por­tan­do­lo ad un pic­co da alie­ni: 91. Una ci­fra dif­fi­ci­lis­si­ma da bat­te­re, un nu­me­ro che per­se­gui­te­rà ogni suo suc­ces­so­re. Ha scel­to, con­tro ven­to e ma­rea, di fa­re la ri­vo­lu­zio­ne in­sie­me a una quin­di­ci­na di fe­de­lis­si­mi. Nel 2015 dis­se che 18 uo­mi­ni ba­sta­va­no per fa­re un col­po di sta­to. C’è an­da­to vi­ci­nis­si­mo, sfi­dan­do una por­tae­rei col suo va­scel­lo.

Lo ha fat­to fe­de­le ai suoi prin­ci­pi, at­tra­ver­so la bel­lez­za. L’uni­co mo­do che co­no­sce­va, l’uni­co che po­tes­se fun­zio­na­re.

Ha do­na­to ai ti­fo­si del Na­po­li la set­ti­ma­na più bel­la de­gli ul­ti­mi 28 an­ni: la te­sta­ta di Kou­li­ba­ly a To­ri­no è val­sa, per chi quei gior­ni là non li ha vis­su­ti, l’eb­brez­za rea­le di es­se­re vi­ci­ni a uno scu­det­to. Una gio­ia ir­re­fre­na­bi­le che ai vin­ci­to­ri, poi, è par­sa of­fen­si­va. I fa­mo­si “fuo­chi” fu­ro­no rin­fac­cia­ti più vol­te ai na­po­le­ta­ni nel gior­no del­la lo­ro scon­fit­ta.

Ep­pu­re a Na­po­li si can­ta­va “ab­bia­mo un so­gno nel cuo­re”, non “i cam­pio­ni sia­mo noi”. Per­ché dà fa­sti­dio un po­po­lo di so­gna­to­ri? In­com­pren­si­bi­le, ma po­co im­por­ta. An­zi, me­glio co­sì: al­me­no set­te gior­ni di ir­ra­zio­na­le eu­fo­ria se li è con­ces­si an­che la cit­tà che per­de sem­pre.

C’è un det­to me­ra­vi­glio­so in Spa­gna: ‘que te qui­ten lo bai­lao’. Si­gni­fi­ca, in sol­do­ni , che nes­su­no può to­glier­ti un mo­men­to di gio­ia. Che una vol­ta vis­su­to, è tuo per sem­pre. Ed è per que­sto che il com­mia­to del San Pao­lo è sta­to co­sì in­ten­so e com­mo­ven­te. Na­po­li non ave­va nul­la da fe­steg­gia­re, ep­pu­re era­no tut­ti lì ad ap­plau­di­re, a chie­de­re di ri­pro­var­ci. La ma­glia az­zur­ra lo fa­rà, ma con al­tri in­ter­pre­ti: ha pro­va­to a sfon­da­re la por­ta del Pa­laz­zo con un folle ri­vo­lu­zio­na­rio, ora ri­ten­ta con un uo­mo di po­te­re, un ge­ne­ra­le che ha già do­mi­na­to in Eu­ro­pa più vol­te. Me­no ro­man­ti­co, for­se. Elet­triz­zan­te, sen­za dub­bio. Se il Na­po­li può per­met­ter­si An­ce­lot­ti, pe­rò, è (an­che) gra­zie al­lo splen­di­do la­vo­ro de­gli ul­ti­mi tre an­ni. E se que­sti tre an­ni so­no an­da­ti co­sì be­ne, è (an­che) gra­zie al bien­nio pre­ce­den­te, che ha ri­vo­lu­zio­na­to il club con una se­rie di ar­ri­vi pri­ma im­pen­sa­bi­li. Bi­so­gna es­se­re gra­ti, co­mun­que va­da, a chi ha por­ta­to que­sta squa­dra co­sì in al­to, pas­so do­po pas­so, con qual­che ine­vi­ta­bi­le er­ro­re e tan­te, tan­te sod­di­sfa­zio­ni. Quin­di gra­zie, mi­ster Sar­ri. Co­me l’Olan­da del ’74 da lei tan­to ama­ta, ha la­scia­to un se­gno an­che sen­za en­tra­re ne­gli al­ma­nac­chi. Na­po­li non la di­men­ti­che­rà per­ché, per que­sta cit­tà, vin­ce­re non è l’uni­ca co­sa che con­ta. Al­tri­men­ti il cal­cio avreb­be smes­so di amar­lo da un bel pez­zo. Mirko Calemme

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