Bu­giar­di!

La Gente d'Italia - - DA PRIMA PAGINA - DI LU­CIA ANNUNZIATA

Il Pre­si­den­te Mat­ta­rel­la ha fat­to be­ne. Ri­cor­da­te que­sta af­fer­ma­zio­ne per­ché da ora in poi vi sa­rà ri­chie­sto mol­te vol­te di ri­pe­ter­la. O di ne­gar­la.

La ve­ra cri­si co­min­cia ora ed avrà al suo cen­tro pro­prio il Pre­si­den­te.

La cam­pa­gna elet­to­ra­le ini­zia­ta non ap­pe­na Con­te ha ri­mes­so il suo man­da­to, ver­rà tut­ta svol­ta in­tor­no al­la na­tu­ra, l'iden­ti­tà, la for­za non­ché l'esi­sten­za stes­sa del­la isti­tu­zio­ne pre­si­den­zia­le.

Al di là del­le chiac­chie­re sull'im­pea­ch­ment, buf­fo­na­te del­la do­me­ni­ca se­ra, la so­stan­za del pros­si­mo fu­tu­ro è che le for­ze po­li­ti­che che han­no pro­po­sto il go­ver­no mai na­to an­dran­no ora in gi­ro co­me le ron­de del­la mo­ra­li­tà pub­bli­ca a chie­de­re a tut­ti: con chi stai?

Con Mat­ta­rel­la il tra­di­to­re, o con il cam­bia­men­to? Con le isti­tu­zio­ni o con i cit­ta­di­ni?

Con le eli­te cor­rot­te o con il po­po­lo?

Co­me se si po­tes­se sta­re con un tra­di­to­re, con le sor­de isti­tu­zio­ni, o con le eli­te cor­rot­te.

Ma il pun­to è pro­prio que­sto: la co­stru­zio­ne di que­sta se­rie di di­lem­mi è il pri­mo gran­de fal­so di que­sta vi­cen­da.

Per­ché al­la fi­ne di 83 gior­ni si ca­pi­sce che qui si vo­le­va ar­ri­va­re fin dall'ini­zio.

Le­ga e M5s in­fat­ti, ave­va­no un pro­get­to di go­ver­no di cui non han­no mai par­la­to con tra­spa­ren­za pri­ma, che non han­no mai dav­ve­ro sve­la­to fi­no in fon­do in cam­pa­gna elet­to­ra­le: quan­do non han­no mai det­to di vo­ler ab­ban­do­na­re l'Eu­ro, no­no­stan­te le ri­pe­tu­te e in­si­sten­ti do­man­de nel cor­so dei lo­ro pur nu­me­ro­sis­si­mi pas­sag­gi me­dia­ti­ci; né tan­to me­no di aver già gros­so mo­do stu­dia­to e co­sti­tui­to un pia­no per at­tua­re que­sto pas­sag­gio.

In al­tre pa­ro­le han­no men­ti­to ai cit­ta­di­ni ita­lia­ni e ai pro­pri elet­to­ri.

Men­ti­to sul­le pro­prie in­ten­zio­ni, e men­ti­to di con­se­guen­za sull'im­pat­to di que­ste scel­te. La pro­va del­la men­zo­gna è in quei do­cu­men­ti, quei pro­gram­mi di go­ver­no che so­no sta­ti co­no­sciu­ti so­lo per­ché pas­sa­ti al­la stam­pa.

Pas­sa­ti da ma­ni che sa­pe­va­no co­sa non era sta­to det­to, a tut­ti noi.

Que­sta men­zo­gna va ad­di­ta­ta non per ra­gio­ni eti­che (le for­ze po­li­ti­che pos­so­no men­ti­re quan­to vo­glio­no se vo­glio­no) ma per la ra­gio­ne so­stan­zia­li dell'in­te­res­se de­gli elet­to­ri.

Nel na­scon­de­re il pia­no di usci­ta dall'Eu­ro – con tut­ti i suoi am­men­ni­co­li qua­le la can­cel­la­zio­ne del de­bi­to che ab­bia­mo ac­cu­mu­la­to con la Bce – han­no na­sco­sto l'im­pat­to che que­sto pro­get­to avreb­be avu­to sul­le vi­te dei cit­ta­di­ni.

Sui lo­ro ri­spar­mi, sui lo­ro mu­tui, sul fu­tu­ro dei lo­ro fi­gli. Ab­bia­mo co­sì po­tu­to as­si­ste­re a un'al­tra buf­fo­na­ta di que­ste ore: il pre­mier in­ca­ri­ca­to per po­che ore, l'Av­vo­ca­to del po­po­lo Con­te, che si è in­con­tra­to con i "truf­fa­ti" del bail-in ban­ca­rio, men­tre met­te­va in mo­to un pia­no che già in que­sti gior­ni con la sa­li­ta del­lo spread fa­ce­va al­za­re il co­sto dei mu­tui di mi­glia­ia e mi­glia­ia di fa­mi­glie. Bu­gie.

Co­me quel­le che in cam­pa­gna elet­to­ra­le han­no por­ta­to a so­ste­ne­re di po­ter fa­re il red­di­to di cit­ta­di­nan­za, pa­gan­do a tut­ti 780 eu­ro, e in­sie­me la flat tax, e la abo­li­zio­ne del­la For­ne­ro. Ma­ga­ri con l'idea dei mi­ni-bot, cioè stam­pan­do una va­lu­ta pa­ral­le­la.

Al­le ri­pe­tu­te do­man­de in me­ri­to al­la enor­me spe­sa per cui tro­va­re le ri­sor­se per que­ste pro­mes­se, l'uni­ca ri­spo­sta è sem­pre sta­ta uno sprez­zan­te: "Ta­ci tu che sei un ser­vo del­le eli­te cor­rot­te". In real­tà, a guar­dar­si in­die­tro og­gi, quel­le sprez­zan­ti ri­spo­ste era­no ta­li non per igno­ran­za ma per­ché a que­sto pun­to si do­ve­va ar­ri­va­re, qui do­ve sia­mo già ora, con le piaz­ze pie­ne con­tro i tra­di­to­ri del po­po­lo. Al­la fi­ne di tut­ti que­sti 83 gior­ni si pos­so­no ve­de­re co­me una regia per­fet­ta­men­te co­strui­ta.

Il ca­so Sa­vo­na è sta­to una per­fet­ta scia­ra­da. Il Pro­fes­so­re dall'im­pec­ca­bi­le cur­ri­cu­lum e ri­spet­ta­bi­lis­si­ma car­rie­ra, mem­bro a pie­nis­si­mi ti­to­li del­le eli­te (che pu­re si con­dan­na­no per gi al­tri), ser­vi­va pro­prio per que­sta sua in­ter­ni­tà al si­ste­ma, per il po­te­re cioè non so­lo del­la sue idee ma an­che del­la sua vo­ce.

So­lo una per­so­na di al­tis­si­mo li­vel­lo po­te­va su­sci­ta­re ta­le scru­ti­nio ed eco, na­zio­na­le e in­ter­na­zio­na­le, in­tor­no al pia­no di usci­ta dall'Eu­ro.

Nel mo­men­to in cui il suo no­me è sta­to fat­to, la mic­cia del­la col­li­sio­ne con il Qui­ri­na­le è sta­ta ac­ce­sa: Mat­ta­rel­la avreb­be do­vu­to ac­cet­ta­re un pro­get­to mai di­scus­so, mai chia­ri­to agli elet­to­ri, ed in­vi­so agli equi­li­bri at­tua­li in­tor­no al no­stro Pae­se, fi­nen­do co­sì con l'estin­gue­re il suo ruo­lo; o avreb­be do­vu­to eser­ci­ta­re la sua opi­nio­ne (se non pre­ro­ga­ti­va) e por­ta­re il pae­se do­ve è ora. Que­sto si vo­le­va e que­sto è suc­ces­so. Que­sto è il pun­to in cui sia­mo. Mai co­sì di­vi­so il pae­se.

Mai co­sì fran­tu­ma­to il pro­ces­so isti­tu­zio­na­le. La chi­na che co­min­cia­mo og­gi a per­cor­re­re è mol­to pe­ri­co­lo­sa e que­sto lo ca­pia­mo tut­ti. Il fu­tu­ro ci ri­ser­va qua­si si­cu­ra­men­te una cam­pa­gna elet­to­ra­le mol­to ra­di­ca­le, in cui il po­po­lo sa­rà aiz­za­to con­tro le eli­te.

Ma pri­ma di fi­ni­re que­sto fi­lo di di­scor­so, val la pe­na di guar­da­re an­co­ra un po' avan­ti e ca­pi­re chi ef­fet­ti­va­men­te sa­rà poi il vin­ci­to­re di que­sta scel­ta.

Per me ci so­no po­chi dub­bi che le im­pron­te su que­sto pro­ces­so so­no in mag­gior par­te del­la Le­ga e di Sal­vi­ni.

Sua è sta­ta la for­za di rot­tu­ra mag­gio­re – se aves­se vo­lu­to fa­re il go­ver­no e se lo aves­se vo­lu­to fa­re sen­za "pia­ni b" gli sa­reb­be ba­sta­to no­mi­na­re Gior­get­ti e pren­der­si tut­to il po­te­re che Di Ma­io gli ave­va con­ces­so in ter­mi­ni di mi­ni­ste­ri. E sua è sta­ta la mi­no­re tra­spa­ren­za – è in ca­sa Le­ga che ha ra­di­ci la opa­ci­tà sul pro­get­to di usci­ta dall'Eu­ro.

Co­sì co­me sua è sta­ta la for­te dis­so­nan­za sul­le al­lean­ze in­ter­na­zio­na­li – di­ce qual­co­sa a qual­cu­no che il pre­si­den­te po­pu­li­sta per ec­cel­len­za Do­nald Trump non ab­bia ri­co­no­sciu­to que­sto lea­der po­pu­li­sta ita­lia­no, che in­ve­ce Pu­tin ha su­bi­to di­chia­ra­to suo ami­co?

I pen­ta­stel­la­ti è ve­ro han­no con­di­vi­so que­sto per­cor­so di Sal­vi­ni, ma vi so­no ap­par­si più che al­tro tra­sci­na­ti da­gli even­ti, in­cer­ti, e con­fu­si. Tra­di­ti, al­la fi­ne del­le co­se, dal­la lo­ro iden­ti­tà mul­ti­pla.

La pro­va di que­ste dis­so­nan­ze è che al­la cam­pa­gna elet­to­ra­le pros­si­ma ven­tu­ra Le­ga e M5s an­dran­no se­pa­ra­ti.

Le due for­ze esco­no mol­to dif­fe­ren­te­men­te da que­sta espe­rien­za: pen­ta­stel­la­ti mol­to smi­nui­ti dal fal­li­men­to (ce lo di­co­no an­che i son­dag­gi); Sal­vi­ni in­ve­ce mol­to gal­va­niz­za­to dal­la lea­der­ship che ha sa­pu­to im­por­re (an­che que­sto lo di­co­no i son­dag­gi). E men­tre i Cin­que­stel­le do­vran­no fa­re le lo­ro eter­ne con­sul­ta­zio­ni fra tut­te le lo­ro ani­me, Sal­vi­ni tor­ne­rà nel­la coa­li­zio­ne del cen­tro de­stra, con in ma­no lo scal­po del Qui­ri­na­le, e lo sta­tus di vit­ti­ma. Po­trà am­bi­re a por­ta­re la coa­li­zio­ne al 40 per cen­to e ol­tre. Con l'aiu­to di Sil­vio Ber­lu­sco­ni che ora po­trà an­co­ra can­di­dar­si, e che, sag­gia­men­te, non ha mai dav­ve­ro rot­to con Mat­teo.

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