Tem­pe­sta sul Col­le: quan­do la po­li­ti­ca di­ven­ta squa­dri­smo

La Gente d'Italia - - DA PRIMA PAGINA -

Il cli­ma, co­me sem­pre di que­sti tem­pi, lo dan­no i tweet. In 280 ca­rat­te­ri, il con­flit­to isti­tu­zio­na­le, ali­men­ta­to da Di Ma­io e Sal­vi­ni di­ven­ta odio pu­ro. Ec­co­ne uno: "La ma­fia ha uc­ci­so il #Mat­ta­rel­la sba­glia­to". Ec­co­ne un al­tro: "Do­vrem­mo far­gli fa­re la fi­ne del pez­zo di m .... del fra­tel­lo".

E un al­tro an­co­ra: "Mat­ta­rel­la de­ve mo­ri­re". E co­sì via. Non vo­ci di po­chi squi­li­bra­ti, ma un mood del­la re­te.

È il se­gno di una po­li­ti­ca di­ven­ta­ta, sem­pli­ce­men­te, squa­dri­smo ri­vol­to ver­so il Pre­si­den­te.

Che ri­schia di tra­vol­ge­re nel gor­go po­pu­li­sta, la na­tu­ra, l'iden­ti­tà, la le­git­ti­ma­zio­ne de­mo­cra­ti­che del­la stes­sa isti­tu­zio­ne pre­si­den­zia­le. Sia­mo so­lo all'ini­zio, ma già si in­tra­ve­de l'esi­to di quel che ac­ca­drà con la con­vo­ca­zio­ne di una ma­ni­fe­sta­zio­ne sen­za pre­ce­den­ti "con­tro" il ca­po del­lo Sta­to, il gior­no del­la Fe­sta del­la Re­pub­bli­ca, ac­com­pa­gna­ta da stra­li di­chia­ra­to­ri nei sa­lot­ti tv, nei po­me­rig­gi per ca­sa­lin­ghe e sen­za uno strac­cio di con­trad­dit­to­rio.

Co­me ha scrit­to nell’edi­to­ria­le di fian­co Lu­cia Annunziata , "la so­stan­za del pros­si­mo fu­tu­ro è che le for­ze po­li­ti­che che han­no pro­po­sto il go­ver­no mai na­to an­dran­no ora in gi­ro co­me le ron­de del­la mo­ra­li­tà pub­bli­ca a chie­de­re a tut­ti: con chi stai? Con Mat­ta­rel­la il tra­di­to­re, o con il cam­bia­men­to? Con le isti­tu­zio­ni o con i cit­ta­di­ni? Con le éli­te cor­rot­te o con il po­po­lo? Co­me se si po­tes­se sta­re con un tra­di­to­re, con le sor­de isti­tu­zio­ni, o con le éli­te cor­rot­te".

Ogni gior­no, in que­sto film te­tro, ce ne è una.

Ie­ri l'im­pea­ch­ment, una bar­zel­let­ta dal pun­to di vi­sta giu­ri­di­co, di­ven­ta­to pe­rò lo stru­men­to per di­re che i nuo­vi de­ten­to­ri del­la ve­ri­tà e uni­ci in­ter­pre­ti del­la vo­lon­tà po­po­la­re pos­so­no "pro­ces­sa­re" il pre­si­den­te, per al­to tra­di­men­to.

Nul­la sa­rà co­me pri­ma in que­sta cri­si che com­pie un sal­to isti­tu­zio­na­le, da cri­si po­li­ti­ca a cri­si di si­ste­ma.

Ed è già ini­zia­ta una cam­pa­gna elet­to­ra­le, in­ter­pre­ta­ta co­me lo scon­tro tra due con­ce­zio­ni dell'Eu­ro­pa, del mo­do di con­ce­pi­re la col­lo­ca­zio­ne in­ter­na­zio­na­le del pae­se, e dun­que del ruo­lo del­la mo­ne­ta.

Il Qui­ri­na­le, in que­sta sor­ta di con­flit­to di "ci­vil­tà", ali­men­ta­to dal­la re­to­ri­ca nuo­vi­sta e dal­la crea­zio­ne del ne­mi­co, sia­no es­si i ban­chie­ri, la Mer­kel o le plu­to­cra­zie, il Qui­ri­na­le, di­ce­va­mo, è di­ven­ta­to il Pa­laz­zo d'In­ver­no da espu­gna­re nel mi­to del­la ri­vo­lu­zio­ne so­vra­ni­sta, per­ché di quel­la "ci­vil­tà" da su­pe­ra­re è il sim­bo­lo.

E po­co im­por­ta se Sal­vi­ni e Di Ma­io si muo­vo­no non d'in­te­sa, ma ani­ma­ti da ra­gio­ni tat­ti­che che li por­ta­no a col­pi­re, in for­ma di­ver­sa, lo stes­so ber­sa­glio. Per­ché è chia­ro che il lea­der pen­ta­stel­la­to che, fi­no a do­me­ni­ca, ha pun­ta­to tut­to sul­la sua le­git­ti­ma­zio­ne, cre­di­bi­li­tà e af­fi­da­bi­li­tà agli oc­chi de­gli os­ser­va­to­ri in­ter­na­zio­na­li, usa l'esca­la­tion per usci­re dal­la "trap­po­la" in cui lo ha fat­to ca­de­re il lea­der le­ghi­sta. La so­stan­za del pro­ces­so in at­to, nu­tri­ta da una nar­ra­zio­ne men­zo­gne­ra su sul­le pre­ro­ga­ti­ve del Qui­ri­na­le e su co­me si so­no svol­te le con­sul­ta­zio­ni, do­ve è sta­to rifiutata qua­lun­que al­tre so­lu­zio­ne che non fos­se il no­me di Pao­lo Sa­vo­na, te­nu­to fer­mo da Sal­vi­ni con l'obiet­ti­vo di far sal­ta­re il ta­vo­lo.

È un con­te­sto in cui – que­sto il pa­ra­dos­so – di­ven­ta una que­stio­ne qua­si "la­te­ra­le" ciò che, in con­di­zio­ni nor­ma­li, sa­reb­be sta­ta la que­stio­ne prin­ci­pa­le del gior­no, ov­ve­ro la na­sci­ta del go­ver­no Cot­ta­rel­li. Per­ché, sem­pli­ce­men­te, il go­ver­no na­sce mor­to, sen­za mag­gio­ran­za in Par­la­men­to an­zi, in un Par­la­men­to do­ve ser­peg­gia­no dub­bi sul so­ste­gno di ban­die­ra an­che den­tro il Pd, con l'Ita­lia che ini­zia a bru­cia­re nel­lo spread ol­tre due­cen­to pun­ti ba­se, per­ché l'in­sta­bi­li­tà è tor­na­ta ad es­se­re un da­to per­ma­nen­te del­la cri­si ita­lia­na.

Né il Ca­po del­lo Sta­to, in que­sto con­te­sto, può fa­re al­tro per evi­ta­re che il pae­se pos­sa pre­ci­pi­ta­re al­le ele­zio­ni an­ti­ci­pa­te, in tem­pi bre­vi o bre­vis­si­mi, met­ten­do an­che in con­to, se co­sì vor­ran­no i par­ti­ti, un'or­da­lia elet­to­ra­le sot­to il so­le di ago­sto.

Cot­ta­rel­li si pre­sen­te­rà al­le Ca­me­re en­tro die­ci gior­ni dal giu­ra­men­to e, a quel pun­to, se i par­ti­ti si li­mi­te­ran­no a vo­ta­re no al­la fi­du­cia, non ci sa­ran­no al­ter­na­ti­ve al­lo scio­gli­men­to, sem­pre nel ri­go­ro­so ri­spet­to del­le isti­tu­zio­ni.

Il che si­gni­fi­ca che an­che il vo­to ad ago­sto è mes­so nel con­to. La scel­ta spet­ta a lo­ro.

Per im­pe­dir­lo, se­con­do buon sen­so, spet­ta a lo­ro tro­va­re un mo­do e una so­lu­zio­ne in Par­la­men­to: una mo­zio­ne "tec­ni­ca", una "fi­du­cia a tem­po", un gio­co di asten­sio­ni, in­som­ma un mo­do for­ma­le di cui il Qui­ri­na­le pren­de­rà at­to. Cer­to non si può chie­de­re a Mat­ta­rel­la di te­ne­re in pie­di un go­ver­no boc­cia­to per due me­si, men­tre i par­ti­ti ur­la­no al "gol­pe" e agli "abu­si­vi" che so­no nel pa­laz­zo a di­spet­to del­la vo­lon­tà po­po­la­re. In que­sta cri­si del­le tan­te pri­me vol­te – la pri­ma le­gi­sla­tu­ra mai av­via­ta, un go­ver­no mai na­to, un con­flit­to sen­za pre­ce­den­ti col Qui­ri­na­le – van­no mes­se nel con­to an­che le ele­zio­ni im­me­dia­te, a ses­san­ta gior­ni dal­la boc­cia­tu­ra del go­ver­no Cot­ta­rel­li.

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