Corriere della Sera - La Lettura

Che errore cambiare le parole del Padre nostro

Se si tratta di spiegarla e interpreta­rla, ma non si può modificarl­a a piacere

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Il dialogo

Lei cosa pensa dei cambiament­i di toni — qualcuno dice perfino dottrinali — intervenut­i negli ultimi anni, l’aggiorname­nto delle preghiere come il «Pater noster», questa scelta di rivolgersi ai fratelli e alle sorelle...

«Lei sfonda una porta aperta. Io sono, forse, in buona compagnia o forse in minima compagnia, scarsa o nutrita non lo so, ma del tutto perplesso e contrario, per quel che vale la mia opinione, a questo modo di procedere. Tuttavia, è il pensiero di qualcuno che conosce un poco di storia e che studia, e che pensa e che vede i precedenti. Ad esempio: a me ha fatto un grande dispiacere, mi ha dato un’amarezza che resta, il cambiament­o deciso dalla Conferenza episcopale italiana del Padre nostro in lingua italiana, che è un’assurdità».

Che cosa le è dispiaciut­o? Il cambiament­o della formulazio­ne quando si dice, nella preghiera, «non ci indurre in tentazione»?

«Mi è dispiaciut­o il modo in cui è stato cambiato il Padre nostro, e anche i termini del cambiament­o deliberato. Anzitutto il modo. Era fino a ieri saggia norma nella Chiesa, e speriamo che torni a esserlo in futuro, che, quando si trattava di ostacoli o difficoltà che si possono incontrare riguardo al testo della Sacra Scrittura, sia greco-latino, sia anche nelle lingue volgari, e che possono causare sconcerto nei fedeli, che prima di cambiare bisognasse sempre spiegare. Che il passo del Padre nostro “non ci indurre in tentazione”, così tradotto già nelle prime versioni in lingua italiana, e tradotto ottimament­e dal testo latino, fin dal XVI secolo, creasse qualche difficoltà al senso comune dei fedeli che lo recitavano, è cosa scontata».

Davvero ritiene che sia scontato? Crede che da tempo ci si ponesse e si ponga un problema di interpreta­zione di quell’espression­e?

«Già il cardinale Roberto Bellarmino nel suo Catechismo del 1597 rilevava che c’erano difficoltà a comprender­e quel passo. Ma si guardò bene, e con lui Clemente VIII, dal cambiarlo. Prese a spiegarlo. Cito un passo da una recente riedizione del Catechismo: “Non intendo bene quelle parole, non c’indurre in tentazione; perciocché pare che voglia dire che Dio suol indurre gli uomini in tentazione, e noi lo preghiamo che non lo faccia. Indurre in tentazione o sia tentare al male, o sia far cadere in peccato, è proprio del demonio, e non appartiene in conto veruno a Dio, il quale ha in odio grandement­e il peccato”. Ma secondo il modo di parlare della Scrittura Santa, quando si parla di Dio, indurre in tentazione non vuol dir altro se non permettere che uno sia tentato o sia vinto dalla tentazione. Più chiaro di così. Spiegato così il testo, non occorreva alcun cambiament­o, anche in italiano. Per la Sacra Scrittura la Chiesa ha avuto sempre una venerazion­e, la definisce Parola di Dio. E se è di Dio, come possiamo noi cambiarla? Studiarla, comprender­la, ma non cambiarla. Chi ha operato questo sventurato cambiament­o, almeno tale a mio modo di vedere e con il dovuto rispetto, ha studiato le fonti? Si è reso conto della incoerenza scrittural­e del cambiament­o rispetto al passo dei Vangeli sinottici di Matteo, Marco e Luca? Credo si sia perso il senso genuino del testo latino: “L’oro è saggiato dalla fiamma, per vedere se è puro o no; gli uomini, per vedere se sono probi, se sono buoni, devono essere saggiati dalla tentazione”. Ma la tentazione non è voluta da Dio per dannare, osserva Bellarmino, o per mettere in difficoltà. Serve per vedere se tu sai stare in piedi o no su un terreno che è franoso. Ma mi lasci fare un’ultima consideraz­ione. Anche ai tempi di Galileo, quando lo scienziato pisano chiamava in causa diversi passi della Sacra Scrittura che apparivano a lui, scienziato e cattolico, ormai opporsi al nuovo sistema copernican­o, e tali erano in verità, né papa Urbano VIII, né ancora Bellarmino, né la Santa Sede osarono toccare quei passi che avevano un senso letterale antiscient­ifico. Cosa si fece? Non cambiare , ma spiegare. Preso atto delle ragioni di Galileo, i teologi e gli esegeti ripensaron­o la dottrina dell’ispirazion­e dei libri sacri, pur di non toccare quel testo stabilito e sacro. Erravano gli scriventi, non lo Spirito Santo ispiratore della Scrittura. Siamo proprio certi che questo cambio delle parole del Pater sia un progresso? Io, per mio conto, continuo a dire il Pater in latino, così sorpasso a piè pari quel brutto cambiament­o».

Scusi monsignor Pagano: se la Cei ha deciso questo cambiament­o lessicale, c’è da credere che il papa l’abbia avallata, no?

«Penso di sì, penso che sia stata avallata, chissà com’è stata giustifica­ta, motivata. Io non sono nessuno, ovviamente, ma torno a ripetere che esprimo solo il mio parere personalis­simo, perché mi è lecito esprimere un parere. E da studioso non posso ammettere una traduzione del genere perché tradisce il senso originale dell’orazione insegnatac­i da Gesù».

 ?? ?? MASSIMO FRANCO Secretum. Intervista con Mons. Sergio Pagano SOLFERINO Pagine 445, e 20,50 In libreria dal 20 febbraio
Massimo Franco (nella foto a sinistra più in alto) è nato a Roma nel 1954. Editoriali­sta del «Corriere della Sera», è autore di numerosi saggi. Sergio Pagano (nella foto a sinistra più in basso) è nato a Terrusso di Bargagli (Genova ) nel 1948. Sacerdote dal 1977, laureato in Teologia, accademico dei Lincei, è prefetto dell’Archivio apostolico vaticano dal 1997
MASSIMO FRANCO Secretum. Intervista con Mons. Sergio Pagano SOLFERINO Pagine 445, e 20,50 In libreria dal 20 febbraio Massimo Franco (nella foto a sinistra più in alto) è nato a Roma nel 1954. Editoriali­sta del «Corriere della Sera», è autore di numerosi saggi. Sergio Pagano (nella foto a sinistra più in basso) è nato a Terrusso di Bargagli (Genova ) nel 1948. Sacerdote dal 1977, laureato in Teologia, accademico dei Lincei, è prefetto dell’Archivio apostolico vaticano dal 1997

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