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Giro Rosa, un giro più umano

- Di Alessandro Autieri

Il ciclismo femminile è una questione tra olandesi. Però è in crescita, di interesse e spettatori. E noi siamo andati a seguire alcune delle tappe chiave dell'edizione 2019.

La piazza centrale di Maniago è bianca come una tela ancora vergine. Le Dolomiti friulane che la circondano fanno da cornice all'arrivo dell'ottava tappa del Giro Rosa Iccrea. Il Monte Raut - rododendro in friulano - e il Passo Rest osservano e giudicano, con profilo impietoso, il finale di una corsa che ha visto, e che vedrà anche nei giorni successivi, il dominio assoluto del ciclismo olandese.

Annemiek van Vleuten, in maglia rosa, oggi lascia fare; sul traguardo rimbalzano le voci secondo le quali avrebbe provato ad andare in fuga a inizio tappa.

Qualcuno all'arrivo la definisce cannibale, altri tirano un respiro di sollievo quando scoprono che sì, c'ha provato, ma dopo un po' si è rialzata facendosi riprendere. Voleva qualche secondo d'abbuono, lo ha preso sul traguardo volante dopo essere partita sul primo gran premio della montagna di giornata: un esercizio di stile per la numero uno del ciclismo mondiale. Non che ne avesse bisogno, il vantaggio è così ampio sulla seconda che potrebbe chiudere le ultime tre tappe senza bisogno di mettere il naso fuori dalla ruota della connaziona­le van der Breggen; sua avversaria non solo a questo Giro, ma ogni volta che si attaccano il numero sulla maglia, nazionale compresa.

In avanscoper­ta va un plotoncino di dieci coraggiose che si seleziona mentre le vie di Maniago si riempiono di persone che entrano ed escono dai numerosi locali del piccolo centro in provincia di Pordenone. Si incuriosis­cono, fanno domande, qui il ciclismo in pochi anni sta catalizzan­do l'attenzione, meraviglia­ndo i cittadini: «Prima la partenza del Giro, poi il Mondiale di ciclismo paralimpic­o e ora il Giro Rosa. Un po' alla volta migliora anche la viabilità per le due ruote: sono passi da gigante rispetto al passato. Su queste strade un cicloamato­re spesso ha paura a correre. E poi il mondo inizia a conoscere Maniago. Noi friulani abbiamo la tendenza a coltivare il nostro orticello e non far sapere nulla di quello che facciamo, siamo chiusi persino tra di noi, tra famiglia e famiglia, tra botteghe.

Guardi quanta gente c'è: e pensare che in Comune dicevano di non tenere aperti i negozi oggi», mi racconta un barista, con un accento che da queste parti ricorda più il veneto che il friulano, mentre si affanna nel servire uno dei tanti clienti che affollano il suo bar.

Tra questi c'è un gruppo di tifosi con tanto di maglietta celebrativ­a per Katrine Aalerud, unica norvegese al via della corsa: è la prima volta per loro al Giro Rosa, mi dicono, e seguiranno la ragazza nelle tre tappe friulane, prima di allungare la loro vacanza in altre città del nord Italia.

Maniago è detta la città dei coltelli, un'antica tradizione che parte dal 1400. C'è la Festa del Coltello, c'è un museo che racconta un'usanza che nei secoli è diventata una delle principali attività di questo centro. Fuori da un'antica coltelleri­a, una signora racconta a un bambino a cosa servono le katane disposte in bella evidenza nella vetrina del negozio. Entro, e la proprietar­ia mi spiega come i Dogi di Venezia, ai tempi della Repubblica di Serenissim­a, commission­assero gli abili coltellina­i maniaghesi per produrre lame, spade e coltelli: Maniago visse così il momento di massima espansione. Tutto grazie ai torrenti Cellina e Còlvera che permetteva­no, grazie alla loro forza, l'utilizzo del maglio per battere il ferro e forgiare lame. Col tempo le aziende di qui si sono specializz­ate in coltelli da cucina e forbici diventando, oggi, punto di riferiment­o mondiale in fatto di utensileri­a e produzione artigiana di lame di ogni genere.

Annemiek van Vleuten, per conquistar­e il suo secondo Giro Rosa consecutiv­o, non ha bisogno di lame o di coltelli. Le sue gambe sono già affilate, i suoi attacchi stiletti che colpiscono sin dall'arrivo in salita sul Lago di Cancano: primo show andato in onda in questa edizione 2019 e con protagonis­ta la bionda ciclista che viene da - ironia della sorte - Vleuten, piccolo quartiere nella periferia di Utrecht. Voleva essere fantina, poi voleva giocare a calcio, invece taglia in due, impietosa, il ciclismo femminile. Dopo aver vinto in salita, il giorno dopo straccia la concorrenz­a a Teglio, Valtellina, come se lei facesse un altro sport. Lungo i dodici chilometri della cronometro in salita, lascia van der Breggen a 52'', Longo Borghini, terza, è a 1'48''. Dall'azzurra fino alla sedicesima posizione, le ragazze sono racchiuse in un minuto. Questo fa capire la superiorit­à dell'olandese e l'equilibrio tra le altre.

A Maniago intanto, il sole, dopo aver arroventat­o la piazza per tutto il giorno, si nasconde dietro nuvole nere che si formano, voraci, dal Passo che sovrasta la cittadina. Un violento acquazzone colpisce il traguardo in ciottolato proprio mentre le ragazze stanno per giungere all'arrivo. Vestito come un turista al mare e dopo essermi gustato un piatto di risotto allo zafferano con carne di cervo, trovo riparo sotto l'ombrello della mamma di Soraya Paladin, atleta in fuga e terza all'arrivo e tra le migliori italiane a questo Giro. Era così in ansia per l'arrivo della figlia che probabilme­nte nemmeno si è accorta di quel gesto fondamenta­le: mi permette di arrivare al giorno dopo senza una broncopolm­onite.

La tappa la conquista Lizzy Banks; su dieci frazioni questa è solo una delle tre non andate ad appannaggi­o delle fuoriclass­e orange: quattro conquistat­e da Vos, due da van Vleuten, una dalla campioness­a olimpica e mondiale in carica van der Breggen.

Mancano il bersaglio nella cronosquad­re di apertura - vinta dalla Canyon SRAM di Niewadoma - e nelle due tappe in cui arriva la fuga, una vinta appunto da Banks, l'altra da Letizia Borghesi, unica conquista di un corridore italiano. Lizzy Banks, britannica di Malvern classe '90, è al suo primo successo in carriera. Come van Vleuten ha iniziato tardi a pedalare, prima studiava medicina e ha abbandonat­o la facoltà dopo sette anni, a nove mesi dalla laurea, per la bicicletta. Dice di essersi innamorata del ciclismo per caso, e che, dopo aver pedalato in vacanza con il marito, da Dubrovnik a Venezia, ha deciso di alzare l'asticella provando a diventare un corridore. La seconda al traguardo è la compagna di squadra Leah Thomas; appena arriva, pochi secondi dietro di lei e regolando il gruppetto in fuga, si scioglie in un incontenib­ile tripudio di gioia: L'ho fatto per te! L'ho fatto per te! Riferendos­i al buco creato intorno ai dieci chilometri dall'arrivo, quando Banks è scattata.

Il giorno dopo la corsa vive la tappa regina di questa edizione: l'arrivo a Malga Montasio. Alla partenza di Gemona, provincia di Udine, c'è tanto pubblico; le ragazze affrontano

con leggerezza i minuti che passano tra la firma e il via. Si mescolano al pubblico: alcune si fermano a chiacchier­are, altre a farsi fotografar­e e salutare. Il ciclismo femminile corre in fretta per recuperare terreno sull'universo profession­istico, ma mantiene intatte suggestion­i e sensazioni di un mondo ancora a misura d'uomo. Sopra la piazza incombe il Monte San Simeone, dove quarantatr­e anni fa si propagò il terremoto che devastò il Friuli. Un terremoto che ancora oggi viene ricordato come l'Orcolat, l'orco cattivo. Per arrivare nella piazza del Duomo faccio qualche miracolo e diverse peripezie fuori programma; le strade sono chiuse ovunque e i vigili mi fermano perché sono entrato contromano in una via, ma mi perdonano. La mia attenzione in quel momento, però, è catturata dal motorhome della Trek: un mezzo spaziale che mi passa davanti e che sembra a disposizio­ne di una rock band durante un tour mondiale. Noto, soprattutt­o, come è l'unica squadra tra quelle al via ad avere un vera e propria hospitalit­y simile a quella

Il ciclismo femminile corre in fretta per recuperare terreno sull'universo profession­istico, ma mantiene intatte suggestion­i e sensazioni di un mondo ancora a misura d'uomo.

dei ciclisti profession­isti. Ho visto team a questo Giro Rosa usare furgoncini d'ordinanza, altri con normali camper, altri con un mezzo noleggiato. Quello dell'organizzaz­ione, con sopra scritto ANTIDOPING, è invece un camper fatiscente degli anni Ottanta.

La tappa arriva in un magnifico scenario, quello di Montasio, tra casere e prati di un colore antico, li avrebbe definiti Gianni Brera: un verde giallo come stemprato dai secoli. La strada, dopo Chiusafort­e, si impenna subito e mozza il fiato. I corridori si arrampican­o con fatica; vedo per la prima volta van Vleuten avere attimi di difficoltà: parliamo di una ragazza che ha stabilito, nel 2018, uno dei migliori tempi di percorrenz­a sullo Zoncolan, davanti persino a diversi uomini che avevano affrontato la salita al Giro d'Italia poche settimane prima. Magari, più che difficoltà, ha bluffato o ha avuto pietà di un gruppo che fatica a respirare nei tratti più duri e che si gira supplicand­o acqua al tanto pubblico assiepato a bordo strada.

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Sogno. «Vincere il Giro è sempre stato un sogno per me. Anzi, prima non lo era. All'inizio della mia carriera non avrei mai pensato di esserne capace». Annemiek van Vleuten.
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 ?? Niente mega-bus. Il pre e il dopo-gara al Giro Rosa è più ruspante. Niente grandi hospitalit­y, spettatori e atleti si mescolano tra loro. ??
Niente mega-bus. Il pre e il dopo-gara al Giro Rosa è più ruspante. Niente grandi hospitalit­y, spettatori e atleti si mescolano tra loro.
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