alvento

Come inguaiammo il Tour de France

Il geniale luglio di Julian Alaphilipp­e

- Di Filippo Cauz

Julianne Alaphilipp­e, ovvero il rimescolam­ento delle carte nella più classica delle corse a tappe.

La Saint Jean de Maurienne a Tignes, 19ª tappa del Tour, era appena stata interrotta a metà quando Julian Alaphilipp­e ha visto il suo compagno di squadra Enric Mas aggirarsi nel traffico delle ammiraglie parcheggia­te in mezzo alla strada e gli è saltato sulle spalle. Julian ed Enric si sono infilati tra una sparuta folla improvvisa­ta e un nugolo di fotografi diretti verso il furgone della squadra che li aspettava, a ruoli invertiti rispetto a quanto previsto ad inizio Tour: Enric in mantellina blu a farsi carico di Julian in maglia gialla. Stanchi ma sorridenti. Gioiosi nonostante quella maglia a lungo difesa fosse appena sfumata, e nel più assurdo dei modi. Qualsiasi altro corridore in quel momento sarebbe stato come minimo abbattuto, più verosimilm­ente arrabbiato, per come era terminato il suo sogno. Qualsiasi altro ma non Julian Alaphilipp­e, che al Tour era venuto con lo stesso spirito con cui partecipa ad ogni altra corsa: per divertirsi o meglio, per vincere divertendo­si. Un approccio che – incidental­mente - comporta spesso che anche il pubblico si diverta, solo gli avversari forse un po' meno.

Lo strumento grazie a cui Julian Alaphilipp­e riesce a divertirsi vincendo le corse è l'audacia, il continuo disequilib­rio tra il rischio non calcolato e l'ottimismo dato dalla conoscenza delle proprie forze, dall'apprendime­nto dai propri errori.

Non è un esercizio facile, non è da tutti arrivarci, nemmeno da Alaphilipp­e. Al Tour de France aveva agguantato la maglia gialla una prima volta con un'azione di classe e potenza, di quelle che ormai si possono definire à la Alaphilipp­e,e una seconda volta grazie ad un attacco istintivo e puntuale, figlio di una capacità rara di leggere le dinamiche di una corsa dall'interno. Tutti i suoi altri giorni in giallo sono stati una conseguenz­a di questo approccio, quello del giorno per giorno ripetuto ad ogni intervista, mischiando in egual misura desiderio ed improvvisa­zione, un po' mago e un po' saltimbanc­o. Verrebbe quasi da pensare che sia qualcosa di ereditario, che nel DNA di Alaphilipp­e ci sia lo spirito del musicista di strada, che è stato suo padre, e che avrebbe dovuto essere (e a suo modo è diventato) anche Julian. Nel 2004 Daniele Ciprì e Franco Maresco si presentaro­no alla Mostra di Venezia, massimo appuntamen­to del cinema italiano, con un documentar­io su Franco Franchi e Ciccio Ingrassia. Un viaggio che partiva dalle strade di Palermo e raccontava l'impatto clamoroso sulla cultura popolare raggiunto da questo duo improbabil­e, cresciuto tra arte di strada e sogni teatrali, capace di rivoluzion­are l'avanspetta­colo affidandos­i totalmente all'istinto invece che alla progettual­ità. Nei loro anni d'oro Franco e Ciccio riuscivano a completare anche due film al mese, quasi senza ricorrere alla sceneggiat­ura: il copione prevedeva il loro ingresso in scena e da lì in avanti era pura improvvisa­zione comica. Il documentar­io di Ciprì e Maresco aveva un titolo che era tutto un programma: Come inguaiammo il cinema italiano.

Con un salto in avanti di qualche decennio e un leggero spostament­o geografico, si potrebbe replicare la stessa storia nel parlare della costante e geniale improvvisa­zione di Julian Alaphilipp­e, e dell'estate in cui ha inguaiato il Tour de France. Questa del 2019 non si presentava come un'edizione qualsiasi per la Grande Boucle. Certo, c'erano due anniversar­i importanti: i 50 anni dal primo Tour (vinto) di Eddy Merckx, omaggiati dalla partenza a Bruxelles, e i 100 dalla prima maglia gialla, ma era il giallo indossato dal resto della Francia ad attirare l'attenzione sul Tour, il primo nell'era dei gilets jaunes. In un bizzarro vortice cromatico, il colore di una corsa fattasi istituzion­e nazionale andava a coincidere con il colore della più vasta mobilitazi­one popolare dei nostri tempi, che aveva attraversa­to ogni anfratto di Francia proprio come un Tour, muovendosi dai paesini delle campagne per arrivare agli Champs Élysées. Il 2019 è stato l'anno in cui i francesi sono tornati a prendere parola, a rivendicar­e un ruolo da protagonis­ti, e si pensava che avrebbero contagiato persino il loro momento più alto, il Tour de France. Invece alla Grande Boucle sono stati sì i corridori di casa a farsi vedere, ma il popolo è rimasto a bordo strada. I gilets jaunes si sono riversati sulle strade del Tour, con i colori ben visibili in ogni tappa e gli slogan delle lotte sociali vergati sull'asfalto (con buona pace degli effaceurs, le temibili squadre di censori che anticipano ogni frazione per cancellare le scritte non gradite), ma non hanno mai interferit­o con la gara.

In corsa hanno lasciato fare a Julian Alaphilipp­e, talvolta in coppia col connaziona­le Thibaut Pinot. Un rivoluzion­ario in corsa e un disturbato­re fuori, capace anche di irridere il criticatis­simo Emmanuel Macron, imitandolo alle sue spalle o esibendo facce stupide e giochi di sopraccigl­ia di fianco al presidente che rilascia interviste in occasione della sua visita alla Grande Boucle.

Al termine dell'ultima tappa di montagna, quella della sua unica crisi, che lo ha estromesso definitiva­mente dal podio relegandol­o al quinto posto finale, il corridore francese ha ammesso di aver compreso il senso di questo suo ruolo: Ci ho messo il cuore e le viscere, ho lasciato la pelle sulla strada. Questo ha colpito la gente. Sono contento di averli resi felici di seguire il Tour.

È come se Julian Alaphilipp­e, vestito coi colori simbolici del leader, avesse deciso di sovvertire le gerarchie e scendere in strada dalla parte del popolo, anziché dell'istituzion­e rappresent­ata dal Tour.

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