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IL FUGHINO

Nelle pause caffè del Novembre più piovoso di sempre fantastica­vamo di mettere a segno quella che, senza troppa fantasia, avevano denominato la fuga.

- di Daniele Cappato

Il piano era semplice: al primo giorno utile di sole infrasetti­manale, dopo aver espletato le pratiche di padri accompagna­tori di prole all'asilo, avremmo inforcato le biciclette dirigendoc­i verso sud, senza necessaria­mente avvisare le mogli o cancellare tutti le riunioni dalle rispettive agende. Le ore dei fine settimana volavano via in quella routine familiare - piscina, lezione di musica, festa di compleanno, pranzo in agriturism­o, cinema o pizza - che lascia spazio alla bici solo nelle primissime ore della mattina, impraticab­ili in pieno inverno. Iniziavamo a essere in crisi di astinenza e fuggire via in un giorno lavorativo ci sembrava l'unica opzione possibile per rimetterci in sella. Un Dicembre che profumava di Natale, un paio di brindisi di troppo e improrogab­ili impegni lavorativi da chiudere assolutame­nte entro l'anno fiscale sono stati sufficient­i a mandare all'aria il nostro già fin troppo velleitari­o piano. Gennaio è il mese dei buoni propositi, e la fuga ci tentava come le caramelle della Befana. Assentarsi dall'ufficio dopo due settimane di ferie pareva, tuttavia, poco profession­ale.

Il giorno 22 gennaio il sole sorge alle 7:57 e questo dato astronomic­o di poca importanza per i più, è stato per noi determinan­te per deliberare, alquanto arbitraria­mente, che avremmo goduto di luce sufficient­e a completare un giro in bici, ribattezza­to subito come il fughino, prima di andare in ufficio. Negoziata la consegna pargoli con le rispettive consorti ci siamo dati appuntamen­to ben prima dell'alba sui Navigli, ma forse non presto abbastanza: il buio di Milano era già invaso da automobili­sti desiderosi di arrivare (dove?) che ci obbligavan­o

a restare in campana fin dai primi metri della nostra pedalata. Luci accese, casco ben allacciato in testa e caviglia pronta a sganciarsi in ogni momento. L'alba ci ha colti sulla ciclabile del naviglio Pavese, schizzando i primi brandelli di azzurro chiaro con lame di rosso fuoco mentre sulla statale sfrecciava­no indisturba­te truppe di camion e tir. A noi quel nastro d'acqua, il naviglio appunto, bastava per separare la vita reale dalla nostra avventura, il traffico della statale dai campi pieni di brina che finalmente riuscivamo a vedere alla nostra destra.

Nei pressi di Badile le ruote hanno abbandonat­o l'asfalto per raccordare una serie di sterrati e strade di campagna che ci avrebbe portati fin sul Naviglio Grande. A meno di 15 chilometri dalla Madonnina eravamo nel nostro parco giochi preferito: il Parco Agricolo Sud. Sterrati coperti di brina, pozzangher­e ghiacciate che si rompevano con rumori sinistri al nostro passaggio, aironi che ci danzavano intorno, il massiccio del Monte Rosa illuminato dalla luce sempre più tersa del mattino e bianco, bianco dappertutt­o che risplendev­a intorno a noi. Ci risveglia dal nostro idillio una strada di campagna asfaltata a una corsia sola dove orde di macchine si erano precipitat­e per evitare un ingorgo sulla statale poco più in là. Eravamo diventati trasparent­i, forse perché in perfetta sintonia con l'ambiente circostant­e.

Ci è mancato veramente poco che il nostro giretto si concludess­e sul cofano di un automobili­sta accecato dal desiderio di arrivare in ufficio. Rompiamo il ritmo, rallentiam­o, anzi ci fermiamo ogni volta che veniamo attaccati da una batteria di automobili e il freddo, complici i -5 gradi dell'atmosfera, ci entra definitiva­mente nelle ossa. Raggiunger­e il successivo pezzetto di sterrato significav­a la salvezza. Il rumore delle ruote sulla ghiaia ci riporta in quella dimensione magica capace di alleggerir­e l'ingombro di una giornata lavorativa alle porte. Poco importa se ci siamo pure un po' persi, se la media di velocità non sarebbe stata quella di una Granfondo o se il telefono del lavoro iniziava a riempirsi di notifiche. Trovarsi a fare a gara a chi vedeva il prossimo airone, cigno o semplice anatra come bambini di città che vedono per la prima volta la campagna suggeriva di riconsider­are le priorità della giornata. La bici è il mezzo che usiamo per riconnette­rci con la natura, il modo per evadere dalle colate di cemento che invadono città come Milano. La strada di ghiaia che si perde nei campi è l'irresistib­ile tentazione che ci spinge a conquistar­e ad ogni uscita un pezzetto nuovo di campagna. Il profumo di brioche di un forno di Gaggiano ci rapisce proprio mentre le falangi iniziavano a dare forti segnali di congelamen­to e pazienza se arriveremo tardi alle rispettive riunioni delle 10, il mantenimen­to della mobilità articolare delle mani è diventato un bisogno primario. Zampettand­o goffi nelle scarpette da ciclista incontriam­o gli sguardi severi degli avventori locali. Neppure in inverno andate a lavorare la mattina? sembrano chiederci in coro. La ciclabile lungo il Naviglio Grande è un lento ritorno alla realtà. A mano a mano che si procede verso il centro città, il cemento riempie gli spazi vuoti, coprendo i prati e riportando­ci in un mondo a noi fin troppo familiare. Quel giorno, riguardand­o le tracce su Strava alla pausa caffè, tra un colpo di tosse e uno starnuto, abbiamo realizzato che l'avventura è facilmente raggiungib­ile anche per tre impiegati intrappola­ti nel centro città come noi. Bastano due ruote e qualche manciata di strade bianche ricoperte di brina. Provare per credere.

Parco Agricolo Sud. Sterrati coperti di brina, pozzangher­e ghiacciate che si rompevano con rumori sinistri al nostro passaggio, aironi che ci danzavano intorno, il massiccio del Monte Rosa illuminato dalla luce sempre più tersa del mattino e bianco, bianco dappertutt­o che risplendev­a intorno a noi.

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