Pic­co­li pun­ti à-por­ter

Amica - - AMICA VISIONI - Te­sto Ma­nuel Cam­pa­gna Hu­bert Bar­rè­re

la più gran­de col­le­zio­ne di RICAMI al mon­do si tro­va in un ate­lier al­le por­te di Pa­ri­gi. È un uni­ver­so fat­to di tra­me PRE­ZIO­SE, per­li­ne di ve­tro, pail­let­tes che han­no scrit­to la sto­ria del­la MO­DA. E con­ti­nua­no a scri­ver­la an­co­ra og­gi per­ché, co­me spie­ga il di­ret­to­re ar­ti­sti­co, “la crea­zio­ne è sem­pre UN’EMO­ZIO­NE”

DICIASSETTE. È il nu­me­ro di cas­set­ti che rie­sco a con­ta­re so­lo in una fi­la, dal bas­so ver­so l’al­to, fi­no al sof­fit­to, men­tre aspet­to in re­li­gio­so si­len­zio in una sa­la dell’ar­chi­vio del­la Mai­son Le­sa­ge, ap­pe­na fuo­ri Pa­ri­gi. So­pra ognu­no di que­sti c’è una tar­ghet­ta, con il no­me di una grif­fe af­fian­ca­to da una da­ta, ele­gan­te­men­te scrit­ta a ma­no: su una leg­go “Cha­nel Mé­tiers d’Art Dal­las”, su un’al­tra “Schia­pa­rel­li 1930”. All’in­ter­no ci so­no i ricami che han­no im­pre­zio­si­to abi­ti e ac­ces­so­ri dal 1924, da quan­do cioè Al­bert e Ma­rie-Loui­se Le­sa­ge com­pra­ro­no l’ate­lier del ri­ca­ma­to­re Al­bert Mi­cho­net. Si trat­ta del­la più gran­de col­le­zio­ne al mon­do. In cia­scun esem­pla­re c’è un pez­zo di sto­ria del­la mo­da, dal­le per­li­ne di ve­tro dei rug­gen­ti An­ni 20 al­le pail­let­tes ip­no­ti­che de­gli An­ni 80. L’evo­lu­zio­ne del­la Mai­son è af­fa­sci­nan­te. Fra­nçois Le­sa­ge nel 1949 ere­di­ta, gio­va­nis­si­mo, la so­cie­tà di fa­mi­glia e, da su­bi­to, col­la­bo­ra con cou­tu­rier emer­gen­ti co­me Ch­ri­stian Dior, Hu­bert de Gi­ven­chy, Yves Saint Lau­rent, Jean-Louis Scher­rer, Ch­ri­stian La­croix e Jean Paul Gaul­tier. Una tra­di­zio­ne che si tra­man­da nel tem­po fi­no al 2002, quan­do la Mai­son en­tra a far par­te del grup­po Cha­nel, ri­ma­nen­do pe­rò il for­ni­to­re di ricami di tut­ti i più gran­di sti­li­sti. In lon­ta­nan­za sen­to una vo­ce che sa­lu­ta di por­ta in por­ta e ar­ri­va fi­no a me, nel cuo­re dell’ar­chi­vio. È Hu­bert Bar­rè­re, il di­ret­to­re ar­ti­sti­co del­la Mai­son Le­sa­ge, scel­to da Karl La­ger­feld, di­ret­to­re crea­ti­vo di Cha­nel. Con lui il si­len­zio si rom­pe im­me­dia­ta­men­te, tra bat­tu­te, ri­sa­te con­ta­gio­se e il suo fran­ce­se che si me­sco­la all’ita­lia­no.

Quan­to con­ta per lei la crea­zio­ne? È sem­pre le­ga­ta a un’emo­zio­ne?

Ha uti­liz­za­to due pa­ro­le che amo. La crea­zio­ne è un’emo­zio­ne che de­ci­dia­mo di con­di­vi­de­re con gli al­tri. Ed è la più ve­ra di tut­te, spe­cial­men­te per noi e il no­stro la­vo­ro. An­che a por­tar­mi qui è sta­ta una spe­cie di emo­zio­ne: il ri­schio, l’az­zar­do. Ho sem­pre vo­lu­to fa­re que­sto me­stie­re: quan­do ero pic­co­lo, di­se­gna­vo ve­sti­ti e scar­pe con il tac­co a sti­let­to che, con il sen­no di poi, era­no dav­ve­ro or­ri­bi­li! Ma la mia fa­mi­glia vo­le­va che pro­se­guis­si gli stu­di di Giu­ri­spru­den­za. Co­sì, chie­si un pre­sti­to in ban­ca per pa­gar­mi la scuo­la di mo­da. Do­ve­vo gua­da­gna­re, per­ché nes­su­no mi avreb­be aiu­ta­to. Al­lo­ra, an­che se ave­vi la for­tu­na di fa­re uno sta­ge pres­so gli ate­lier più ri­no­ma­ti, di cer­to non ti pa­ga­va­no ab­ba­stan­za per vi­ve­re. E io non me lo po­te­vo pro­prio per­met­te­re. Co­sì stu­dia­vo mo­da e con­fe­zio­na­vo ricami, o me­glio li pro­get­ta­vo, in­col­lan­do le per­le. Ma ero de­mo­ra­liz­za­to, per­ché mi sem­bra­va di non riu­sci­re a tro­va­re la stra­da giu­sta per en­tra­re in una gran­de mai­son.

La gran­de oc­ca­sio­ne, in­ve­ce, co­me è ar­ri­va­ta?

Ave­vo bi­so­gno di con­si­gli e tut­ti mi di­ce­va­no di an­da­re a par­la­re con Fra­nçois Le­sa­ge. Ma era im­pos­si­bi­le in­con­trar­lo sen­za un ap­pun­ta­men­to e ot­te­ner­lo era dif­fi­ci­le. Co­sì, mi ac­con­ten­tai di ve­de­re una per­so­na che la­vo­ra­va pres­so il suo ate­lier: la con­tat­tai at­tra­ver­so un ami­co in co­mu­ne. Me lo ri­cor­do co­me se fos­se ie­ri. Ero se­du­to su una se­dia nel cor­ri­do­io, con i miei ricami sul­le gam­be e il so­gno nel cas­set­to che mon­sieur Le­sa­ge des­se un’oc­chia­ta ai miei la­vo­ri. E lui, in quel mo­men­to, pas­sò per ca­so, mi vi­de e dis­se: “Co­sa ci fai lì, ra­gaz­zi­no?”. Poi, mi chie­se di mo­strar­gli ciò che ave­vo crea­to. Era ge­ne­ro­so con i gio­va­ni, da­va del­le op­por­tu­ni­tà con­cre­te. Non co­min­ciai su­bi­to a la­vo­ra­re per lui. In quell’oc­ca­sio-

ne, pe­rò, mi for­nì tut­ti gli stru­men­ti per la­vo­ra­re da so­lo. E quel­lo ha fat­to la dif­fe­ren­za. En­trai in un al­tro ate­lier, ma man­te­nem­mo sem­pre dei rap­por­ti ami­che­vo­li, an­zi fra­ter­ni. Quan­do è tor­na­to da Le­sa­ge? Con la pro­po­sta di Bru­no Pa­vlo­v­sky, pre­si­den­te del­la di­vi­sio­ne mo­da di Cha­nel. Karl La­ger­feld e Fra­nçois Le­sa­ge, ov­via­men­te, era­no d’ac­cor­do. Quan­do ti ar­ri­va un’of­fer­ta del ge­ne­re non puoi cer­to di­re di no, giu­sto? Era il 2011. Il mio gran­de ram­ma­ri­co è che non ho avu­to la for­tu­na di la­vo­ra­re con Le­sa­ge, per­ché è mor­to il gior­no pri­ma del mio in­gres­so all’Ate­lier. Vi­sti i ri­sul­ta­ti, ha fat­to be­ne ad an­da­re con­tro il vo­le­re dei suoi ge­ni­to­ri. Non sa­rà sta­to sem­pli­ce, so­prat­tut­to all’ini­zio. Ho fat­to mol­tis­si­mi sa­cri­fi­ci e pro­va­to una buo­na do­se di fru­stra­zio­ne. Se ora so­no qui, pe­rò, lo de­vo pro­prio al­la grin­ta che è na­ta da tan­ta fa­ti­ca. Og­gi pos­so di­re che en­tra­re da una pic­co­la por­ta mi ha per­mes­so di la­vo­ra­re con gran­di sti­li­sti. Il mio di­ret­to­re, in­fat­ti, mi por­ta­va re­go­lar­men­te a ve­de­re ciò che fa­ce­va­no Gi­ven­chy, Saint Lau­rent e Un­ga­ro e per me era un’im­por­tan­te fon­te di ispi­ra­zio­ne. In que­sto ate­lier si re­spi­ra­no tra­di­zio­ne e sto­ria, c’è un ar­chi­vio dal va­lo­re ine­sti­ma­bi­le, ma la ri­sor­sa più pre­zio­sa è il ca­pi­ta­le uma­no, il sa­voir-fai­re. La ve­ra ma­gia sta nel fat­to che le sar­te la­vo­ra­no qui. Que­ste don­ne so­no sem­pre al­la ri­cer­ca di no­vi­tà e ad ani­mar­le è una pas­sio­ne smi­su­ra­ta. Se un gio­va­ne Hu­bert vo­les­se co­min­cia­re og­gi, che co­sa do­vreb­be fa­re? In­nan­zi­tut­to, do­vreb­be par­ti­re con l’idea che og­gi tut­to è di­ver­so: pur­trop­po, è mol­to dif­fi­ci­le che si pos­sa ri­pe­te­re ciò che è suc­ces­so a me. Il per­ché è sem­pli­ce: ades­so i for­ni­to­ri non in­con­tra­no più i crea­to­ri, la re­la­zio­ne di­ret­ta è ra­ris­si­ma. Ci so­no an­che me­no ri­ca­ma­to­ri di una vol­ta. Le­sa­ge fa ca­po a Cha­nel, dà il va­lo­re ag­giun­to ai Mé­tiers d’Art: noi sia­mo for­tu­na­ti, chis­sà quan­ti pic­co­li ate­lier non si so­no sal­va­ti. A pro­po­si­to di Cha­nel. Com’è la­vo­ra­re al­la col­le­zio­ne Mé­tiers d’Art? Cha­nel è la più gran­de grif­fe del mon­do. La sua coe­ren­za è un ma­ni­fe­sto, lo di­co og­gi che la­vo­ro per Le­sa­ge, ma l’ho sem­pre pen­sa­to. Co­co Cha­nel era una ri­vo­lu­zio­na­ria, la ve­ra fon­da­tri­ce del­la mo­da con­tem­po­ra­nea. L’idea del ve­sti­to as­so­cia­ta a co­me lo si in­dos­sa, la li­ber­tà del mo­vi­men­to, l’ele­gan­za, il mi­ni­ma­li­smo so­no tut­ti co­di­ci del­la Mai­son che an­co­ra og­gi so­no for­tis­si­mi. Pen­so che l’atem­po­ra­li­tà sia se­gno di gran­de mo­der­ni­tà. Il po­te­re del­la mo­da è ren­de­re un abi­to eter­na­men­te con­tem­po­ra­neo. Ri­cor­da il pri­mo in­con­tro con Karl La­ger­feld? Co­me po­trei scor­dar­lo? Ero in sog­ge­zio­ne. Lui par­la­va ve­lo­cis­si­mo, co­me suo so­li­to, e fa­ce­vo fa­ti­ca a se­guir­lo at­ten­ta­men­te. Ab­bia­mo di­scus­so del pro­fu­mo che in­dos­sa­vo, Mi­tsou­ko di Guer­lain, lo ha ri­co­no­sciu­to su­bi­to. Sei me­si do­po l’ho in­con­tra­to per la se­con­da vol­ta, in ascen­so­re, e mi ha det­to: “Usa an­co­ra Mi­tsou­ko?”. Karl non di­men­ti­ca mai nul­la, è di­ver­ten­te e ha una cul­tu­ra pro­fon­da. Bi­so­gna es­se­re ve­lo­ci, pe­rò, ca­pi­re al vo­lo. Le per­so­ne che la­vo­ra­no con lui han­no una gran­de em­pa­tia, in­sie­me a una sor­ta di fa­sci­na­zio­ne nei suoi con­fron­ti. Se do­ves­se de­fi­nir­lo con un so­lo ag­get­ti­vo? Straor­di­na­rio, nel sen­so let­te­ra­le, cioè fuo­ri dall’or­di­na­rio.

Una fa­se del­la la­vo­ra­zio­ne nell’ate­lier Le­sa­ge.

Hu­bert Bar­rè­re è dal 2011 il di­ret­to­re ar­ti­sti­co del­la Mai­son Le­sa­ge, ate­lier del ri­ca­mo che fa ca­po a Cha­nel.

Abi­to in or­gan­za con piu­me e trec­cia ri­ca­ma­ta, im­pre­zio­si­ta da strass, Cha­nel Mé­tiers d’Art Pa­ri­gi-Am­bur­go 2017-2018. Hu b e r t Ba r r è r e

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