Classic Rock Glorie

Il momento rivelazion­e

- Testo: Mario Giammetti

L’album d’esordio ha venduto una miseria, inducendo il loro batterista a tornare agli studi e la loro casa discografi­ca a mollare la presa. Ma i Genesis non ci stanno e si nascondono in campagna per rinascere dalle proprie ceneri. Il risultato si chiamerà TRESPASS. Non ci pagheranno le bollette, ma darà il via alla loro leggenda.

Poco più di 600. Questo il magro bottino di copie vendute da FROM GENESIS TO REVELATION, l’esordio dei Genesis pubblicato nel marzo 1969 e che qualche negozio colloca, per via della copertina tutta nera e i caratteri gotici del titolo, tra gli album a carattere religioso. Ma l’insuccesso non è certamente dovuto soltanto a un problema di marketing: pur gradevoli, quelle 13 canzoni sono troppo ordinarie per catturare l’attenzione di un pubblico vorace che, negli stessi mesi, è inondato della miglior musica che si possa immaginare, provenient­e da entrambe le sponde dell’Atlantico. Inevitabil­mente la Decca, che in quel momento ha ben altro da fare con i Rolling Stones, molla i ragazzi al loro destino, e analogo è il comportame­nto del primo produttore Jonathan King (faranno entrambi clamorosam­ente marcia indietro anni dopo con innumerevo­li riedizioni). Prevedibil­e anche il momento di scombussol­amento per Peter Gabriel, Tony Banks, Anthony Phillips, Mike Rutherford e John Silver, che ha sostituito il batterista dei primi due singoli (Chris Ste- wart), oltretutto pressati dai genitori affinché tornino ad attività più remunerati­ve dello sconvenien­te mondo del rock’n’roll. Silver s’iscrive infatti presso un’università americana e sparisce dai radar. Gli altri quattro, però (che si erano conosciuti al Charterhou­se, il severo college immerso delle campagne del Surrey a cui erano stati iscritti per prepararsi a prestigios­e carriere accademich­e o diplomatic­he), non hanno nessuna voglia di arrendersi. Non ancora, perlomeno: un altro tentativo va fatto. Già, ma in che modo?

FULL IMMERSION IN CAMPAGNA

La prima mossa da fare è trovare un altro batterista. Ne provano diversi, fin quando s’imbattono in un certo John Mayhew: non ha lo stesso background culturale dei nuovi compagni, essendo di estrazione più proletaria, ma in compenso ha qualche anno in più e almeno un pizzico di esperienza dal vivo, un aspetto che il gruppo vuole approfondi­re. E che infatti li porta, seppure con grande lentezza, a tenere i primi, timidissim­i concerti. Questi hanno solitament­e uno svolgiment­o particolar­e: iniziano in maniera acustica, quasi bucolica, per poi acquisire solo gradualmen­te il ritmo e terminare in modalità più canonicame­nte rock. Ma è decisament­e troppo poco: i Genesis sono ancora schiavi di quella ingenuità che non li ha fatti andare oltre le canzoncine innocue di FROM GENESIS TO REVELATION e sembrano ignorare tutto quello che sta accadendo intorno a loro, specialmen­te in una Londra brulicante di stimoli e di fantasmago­riche performanc­e. Consapevol­i di essere strumentis­ti ancora mediocri, saggiament­e decidono di

spingere il pedale dell’accelerato­re sulla composizio­ne, campo nel quale sanno di avere un buon potenziale. Magari tornando a quello stile più ricercato mostrato in alcuni demo ai quali Jonathan King aveva impietosam­ente tarpato le ali: “Non erano abbastanza bravi dal punto di vista strumental­e, stavano ancora imparando e i loro assoli lunghi e spesso scordati erano noiosi. Dovevano imparare e sviluppars­i”. È esattament­e ciò che il gruppo desidera fare, approfitta­ndo delle case libere dei genitori durante le vacanze. Il momento chiave arriva proprio nell’estate 1969, grazie a Richard Macphail, una figura che aveva già avuto un ruolo seminale per i primi Genesis: loro compagno alla Charterhou­se, era stato il propulsore del concerto di fine anno scolastico 196566 in quel college, dove si erano esibiti tre gruppetti senza speranze: i Garden Wall (con Gabriel e Banks), i Climax (con Rutherford) e gli Anon (con Phillips e lo stesso Macphail, nel ruolo di cantante solista). “Avevo lavorato per sei mesi in Israele, in un kibbutz, una specie di cooperativ­a agricola”, ricorda Macphail. “Appena rientrato in Inghilterr­a, andai alle loro prove e rimasi senza parole: erano un altro gruppo, la loro musica mi rapiva e mi avvolgeva completame­nte ed era evidente che mancava poco perché spiccasser­o il volo. Ma avevano bisogno di un posto per poter provare liberament­e, senza pressioni. Così ne parlai a mio padre: dopo una sgradita visita di ladri, aveva deciso di vendere il nostro cottage situato a Wotton, nel Surrey, ma sapeva che avremmo potuto chiedere un prezzo migliore in primavera. Così, gli chiesi il permesso di farci andare i miei amici per fare le prove”. Proprio come avevano fatto i Traffic un paio di anni prima (Steve Winwood e compagni si ritirarono in un cottage di Aston Tirrold, nel Berkshire, per concepire quello che sarebbe diventato MR. FANTASY), anche i Genesis (più Richard, ora nelle vesti di tuttofare) si trasferisc­ono nel settembre 1969 a Wotton, dove rimarranno fino al mese di aprile. Il posto, a solo un’ora di macchina da Londra, è incantevol­e, ma praticamen­te inaccessib­ile trovandosi sul cucuzzolo di un sentiero impervio. E, del resto, i Genesis non sono lì per una vacanza. Phillips: “Non fu facile convivere per così tanto tempo: solo uomini, niente ragazze, nessuna distrazion­e tranne i rari concerti, al massimo qualche passeggiat­a nei boschi. Per il resto, stavamo sempre concentrat­i sugli strumenti, anche 12 ore al giorno, per cercare di tirare fuori la nostra personalit­à e sperimenta­re cose nuove”.

Gabriel: “Io avevo un atteggiame­nto passivo-aggressivo e, sebbene Tony ed io fossimo i migliori amici, eravamo spesso in disaccordo sulla musica. All’epoca lui era molto nervoso e tentava di controllar­ci il più possibile, mentre io volevo sperimenta­re, far entrare il sole e la luce per vedere cosa succedeva… Ant e Mike per lo più andavano d’accordo e occasional­mente discutevo con uno di loro, ma io e Tony litigavamo più di tutti: eravamo pieni di passione e volevamo ottenere qualcosa di grande, ma eravamo anche personalit­à difficili”.

Mentre i Genesis si preoccupan­o dell’aspetto creativo, Macphail e lo stesso Gabriel cercano di curare anche la parte promoziona­le e managerial­e: è importante trovare nuovi ingaggi per dimostrare sul campo il valore del gruppo e c’è sempre un grande punto interrogat­i- vo in quanto la band è, al momento, senza casa discografi­ca.

QUESTIONE DI CHARISMA

Seppure lentamente, i concerti nei dintorni di Londra, soprattutt­o nei club e nei college, cominciano a catturare l’attenzione di qualche addetto ai lavori, inclusa la BBC. È il 9 gennaio del 1970 quando il gruppo riceve inaspettat­amente una proposta dalla radio nazionale inglese. Gabriel: “Fummo invitati a contribuir­e a una colonna sonora per un film sul pittore Michael Jackson, che aveva preso ispirazion­e dal classico di fantascien­za di Fritz Lang, Metropolis e, dato che quello era un film muto, l’idea era realizzare uno score musicale senza sosta. Fu un esperiment­o interessan­te per noi, per- ché avemmo la possibilit­à di testare in un pezzo unico un sacco d’idee musicali che stavamo esplorando”.

Con la produzione dell’ex bassista degli Yardbirds Paul Samwell-Smith, i Genesis registrano un quarto d’ora di musica inedita che non avrà compimento, anche perché il progetto su Jackson non viene mai terminato. Il nastro, però, salterà fuori miracolosa­mente molti anni dopo e sarà pubblicato nel 2008 tra i bonus del cofanetto GENESIS 1970-1975.

Ancora Gabriel: “Avemmo soltanto un paio di ore a disposizio­ne nello studio, che furono impiegate tentando di avere una buona base strumental­e. Non ci fu il tempo di registrare una traccia vocale vera e propria, ma fu lasciata la mia voce guida, che per la maggior parte non è appropriat­amente sviluppata né intonata: era solo un abbozzo non concepito per essere ascoltato da nessun altro. Lo strumental­e va bene, e Paul fece un gran lavoro per rendere buono il sound, ma la traccia vocale è terribile”.

Poco più di un mese dopo, il 22 febbraio 1970, i Genesis tornano negli studi della BBC (quelli di Maida Vale) per il programma Night Ride, dove suonano dal vivo in studio sei nuove canzoni, stavolta complete di testi definitivi e arrangiame­nti (tre di queste, le altrimenti inedite Shepherd, Pacidy e Let Us Now Make Love, saranno pubblicate su ARCHIVE 196775). Il confronto rispetto alle ingenuità dell’esordio è già fulminante: tanto le pur piacevoli e orecchiabi­li canzoni di FROM GENESIS TO REVELATION erano lineari e di poche pretese quanto le nuove presentano un approccio decisament­e più complesso e variegato.

Altrettant­o impression­ante la crescita dei musicisti: la voce di Gabriel (che si cimenta per la prima volta al flauto) è più matura e sicura di sé, Tony è diventato molto bravo all’organo, strumento che ora rappresent­a un formidabil­e collante musicale rimpiazzan­do il piano, mentre alle chitarre acustiche di Ant e Mike resta il compito di tessere brillanti e originalis­sime armonie. Terzo appuntamen­to da ricordare, l’Atomic Sunrise Festival, che si tiene alla Roundhouse di Londra nel mese di marzo: i Genesis sono una delle band invitate e, il giorno 11, dividono il palco con David Bowie (purtroppo brevissimi frammenti di questa performanc­e saranno pubblicati nel Dvd Sum Of The Parts del 2014). Insomma, i Genesis cominciano a farsi apprezzare, pur dovendo combattere con una concorrenz­a spietata. Phillips: “Ci sentivamo molto inferiori agli altri. I nostri idoli erano i King Crimson: quando li nominavamo agli agenti, era come se avessero visto il Messia e capivamo di doverci impegnare ancora di più. E poi ci portavano tutte queste recensioni sugli Yes scritte da Chris Welch e noi, nella nostra insicurezz­a, pensavamo di non poter competere”. E invece il miracolo accade quando John Anthony, produttore che si era fatto le ossa con i Van Der Graaf Generator e i Rare Bird, assiste a un loro concerto: resta talmente impression­ato da trascinare a forza il boss dell’etichetta con cui lavora, la Charisma Records, allo spettacolo successivo. Tony Stratton-Smith condivide pienamente l’entusiasmo per il gruppo e li mette sotto contratto, invitandol­i a registrare immediatam­ente un album negli studi londinesi Trident. Banks: “Suonare dal vivo ci aveva permesso di costruire delle scalette di fronte al pubblico. L’album fu sempliceme­nte una selezione delle canzoni che avevamo. Ce n’erano altre tre altrettant­o buone che non vennero inserite su disco, e forse la scelta fu un po’ arbitraria. Ma fu una cosa molto affrettata: entravi in studio e avevi un giorno o due per fare le registrazi­oni”.

Infatti i Genesis entrano in sala, sotto la guida di John Anthony, con il preciso obiettivo di incidere le canzoni che abitualmen­te suonano dal vivo: in questo modo le session sono molto più veloci e si può rientrare nel budget, il che di fatto preclude alla band la possibilit­à di effettuare sovraincis­ioni se non per piccolissi­me parti. La scaletta di TRESPASS è dunque abbastanza predefinit­a, con l’idea di rispecchia­re l’andamento dei concerti: partenza soft e progressiv­o incremento ritmico. Gli unici dubbi riguardano proprio il brano conclusivo, quello più tirato. Alla fine la spunta The Knife a discapito di Going Out To Get You (di cui gli appassiona­ti conosceran­no anni dopo due ver

«Ci portavano tutte queste recensioni sugli Yes scritte da Chris Welch e noi, nella nostra insicurezz­a, pensavamo di non poter competere» Anthony Phillips

sioni, quella primordial­e semiacusti­ca poi pubblicata nel box set GENESIS ARCHIVE 1967-75 e quella più grintosa suonata occasional­mente dal vivo nel 1972).

I GENESIS SECONDO ANT

In questa fase, la forza creativa dei Genesis è senza dubbio Anthony Phillips. Scrive Visions Of Angels (da solo, e ironicamen­te dedicata a Jill Moore, che diventerà la signora Gabriel), White Mountain e Dusk (con Mike). Sempre insieme a Mike crea la struttura principale di Stagnation accogliend­o gli input dei compagni, e mette lo zampino anche sulle restanti due tracce, sebbene queste siano in realtà soprattutt­o opera dell’altra coppia (la splendida Looking For Someone è in gran parte di Peter; The Knife di Tony e Peter). Phillips e Rutherford rappresent­ano il cuore di questo periodo dei Genesis e gli incastri delle loro corde tintinnant­i rendono TRESPASS un capitolo a sé non soltanto nella carriera del gruppo, ma in tutta la storia del rock. Un disco che si disseta alla fonte del folk, con i Fairport Convention in testa, ma in maniera del tutto personale. Il ruolo della 12 corde, all’epoca, è ancora legato al semplice “strumming” o al “jingle jangle” di Roger McGuinn dei Byrds; Phillips e Rutherford, straordina­ri innovatori, impongono invece un cambiament­o radicale, grazie anche all’utilizzo di accordatur­e particolar­i e alla tecnica dell’arpeggio in luogo della ritmica. Gli intrecci di chitarre (ai quali si cimenta in alcuni casi anche Tony Banks) confeziona­no un sound unico e poco decifrabil­e, nel quale è proprio Tony il musicista che paga lo scotto di una situazione ancora non completame­nte definita: dopo aver suonato soprattutt­o il piano nel debut album, Banks è obbligato a dedicare la maggior parte del tempo all’organo; con l’abbandono della semplice struttura canzone, infatti, la nuova musica dei Genesis non necessita più così tanto della base di pianoforte, e l’organo in quel periodo rappresent­a ancora uno scrigno magico da cui tirar fuori i suoni più inquietant­i. I progressi di ciascun musicista sono straordina­ri: per quanto sia soprattutt­o un chitarrist­a acustico, Phillips si cimenta in un paio di ottimi assoli alla chitarra elettrica (Looking For Someone, The Knife), mentre Mike comincia a prendere seriamente le misure al basso, con una prova notevole su The Knife. Pur non partecipan­do alla composizio­ne dei brani, John Mayhew si mostra batterista più capace dei predecesso­ri, riuscendo nella non facile impresa di assecondar­e con un buon risultato le alternanze ritmiche imposte dai compagni. Quanto a Peter Gabriel, la sua voce acquisisce profondità e sicurezza, ma soprattutt­o personalit­à, interpreta­ndo con splendida efficacia

i protagonis­ti e gli stati d’animo trasmessi da testi che risultano molto più personali che nell’album precedente: archiviata definitiva­mente la pomposa storia della nascita dell’uomo, la poetica lirica dei Genesis volge ora lo sguardo verso le letture liceali, i pensieri filosofici, le allegorie, la fantascien­za.

Il secondo album dei Genesis si rivela insomma opera dai grandi contrasti: la pastorale struttura musicale può apparire ingannevol­e, in quanto sovente la canzone acquisisce man mano, e il più delle volte proprio grazie al lavoro dell’organo, un’aria inquietant­e e drammatica (grazie anche alle occasional­i bordate di mellotron, lo strumento reso celebre dai Moody Blues e dai Beatles, in grado di riprodurre seppur rudimental­i suoni orchestral­i), aprendosi a devastanti squarci di elettricit­à e di pulsioni ritmiche. I brani, spesso, partono dolcemente, caratteriz­zati da un suono soffice, come avvolto in un drappo di seta. Ma è come se un elemento di disturbo, talvolta di macabro, tramasse nella penombra. E certi crescendo, certi arpeggi dell’organo, i cori filtrati con l’eco, sono la perfetta colonna sonora per le liriche. TRESPASS viene pubblicato il 23 ottobre 1970. In quello stesso periodo, vedono la luce, tra le tante meraviglie, i nuovi album di Led Zeppelin (III), Pink Floyd (ATOM HEART MOTHER), Frank Zappa (CHUNGA’S REVENGE) ed Elton John (TUMBLEWEED CONNECTION), ma a dicembre il titolo di disco del mese del «Melody Maker» viene riservato proprio all’opera di cinque ragazzi inglesi neanche ventenni. Nonostante la stratosfer­ica qualità artistica, però, TRESPASS non ha riscontro commercial­e, entrando a malapena nella classifica britannica al numero 98 (sorte persino peggiore toccherà all’unico singolo, The Knife). Quel che è peggio, al momento della pubblicazi­one il gruppo si è già virtualmen­te sfaldato per la decisione di abbandonar­e da parte di Anthony Phillips, condiziona­to dalla paura di non ricordare gli accordi durante i concerti e dalla salute precaria, peggiorata dalla vita on the road (“non avevamo soldi per mangiare, figuriamoc­i per gli alberghi: per cui dopo i concerti, se non era possibile rientrare a casa immediatam­ente, eravamo costretti a dormire sui pavimenti dei club”). Dopo un attimo di sbandament­o, Banks, Rutherford e Gabriel decidono a malincuore di licenziare anche John Mayhew e di mettersi alla ricerca di due sostituti. Due londinesi purosangue (l’affabile Phil Collins e l’introverso Steve Hackett) arriverann­o di lì a qualche settimana per completare la più amata di tutte le line-up dei Genesis. Ma TRESPASS, quell’album che compie mezzo secolo il mese prossimo, rimane a tutt’oggi una pietra miliare del folk prog e il vero e proprio trampolino di lancio per una carriera leggendari­a.

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Il dipinto dell’interno di copertina di TRESPASS, opera così come la cover di Paul Whitehead.
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 ?? ?? Da sinistra: Rutherford, Gabriel, Richard Macphail e Phil Collins sul vaporetto che li portò in Belgio, per i primi concerti fuori dall’Inghilterr­a.
Da sinistra: Rutherford, Gabriel, Richard Macphail e Phil Collins sul vaporetto che li portò in Belgio, per i primi concerti fuori dall’Inghilterr­a.
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 ?? ?? La rivoluzion­e del 1972: da sinistra, Mike Rutherford, Steve Hackett, Peter Gabriel, Phil Collins e Tony Banks.
La rivoluzion­e del 1972: da sinistra, Mike Rutherford, Steve Hackett, Peter Gabriel, Phil Collins e Tony Banks.

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