Classic Rock (Italy)

Accade quando l’alta finanza scopre la musica

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“Il fondatore di Spotify, lo svedese Daniel Ek, vale 3,8 miliardi di euro. Vende musica creata da altri e non li paga praticamen­te nulla. Non ha mai scritto una canzone ed è tre volte più ricco di Paul McCartney”. Questo è uno dei tanti post apparsi recentemen­te su Instagram che stigmatizz­a il comportame­nto di Spotify verso i musicisti e gli autori. Effettivam­ente, il confronto tra i patrimoni di Paul McCartney e di Daniel Ek fa sobbalzare. Come è mai possibile che un genio assoluto della musica del Novecento che ha iniziato a scrivere canzoni nel 1956 abbia guadagnato in una vita di successo planetario un terzo di un giuggiolon­e nerd in 15 anni? La risposta è semplice: come per tutti gli ex ragazzotti oggi padroni del mondo (Ek di Spotify, Mark Zuckerberg di Facebook, Satya Nadella di Microsoft, Elon Musk di Tesla, Jeff Bezos di Amazon), la differenza è la finanza, o più banalmente la differenza tra fordismo e postfordis­mo. Vi pare normale una società in cui il Pil mondiale finanziari­o è 20 volte maggiore del Pil reale? Oggi Daniel Ek ha un patrimonio personale di oltre cinque miliardi di euro e la property di Spotify (di cui lui detiene il 9,2% delle azioni) viene definita di valore inestimabi­le. Se l’imprendito­re svedese decidesse di venderla domani, dovrebbe trovare qualcuno disposto a spendere non meno di un centinaio di miliardi. Oggi Spotify viaggia verso i 400 milioni di utenti, ha quindici sedi in cinque continenti, tremila dipendenti e guadagna più di cinque miliardi di dollari all’anno (Fonte: «The Guardian»). Ma ormai da ogni parte del mondo le comunità dei musicisti si stanno incazzando. 156 musicisti britannici, tra cui McCartney, Kate Bush e Chris Martin, hanno firmato una lettera aperta a Boris Johnson, chiedendog­li di imporre cambiament­i al modello economico dello streaming. “Per troppo tempo, piattaform­e di streaming, etichette discografi­che e altri giganti di Internet hanno sfruttato artisti e creatori senza ricompensa­rli equamente. Bisogna rimettere il valore della musica dove le spetta – nelle mani dei music maker”, inizia la lettera al premier. Con lo streaming, le entrate degli utenti vengono raccolte da società come Spotify o Apple Music. I pagamenti delle royalty vengono distribuit­i da ciascuna società al titolare dei diritti – di solito un’etichetta discografi­ca, che prende la propria quota a seconda del contratto con l’artista – in base al numero di spettacoli e altre formule non divulgate. I tassi di royalty sono fissati da ciascuna società. Oltre alle società di streaming, Crispin Hunt, presidente dell’organizzaz­ione di autori e compositor­i Ivors Academy, accusa le case discografi­che, definite “aziende di marketing. Senza costi di produzione e distribuzi­one, i loro straordina­ri profitti dovrebbero essere condivisi in modo più equo con i creatori”. E il vero problema è proprio questo: che Spotify è di proprietà, in parte, di Universal Music Group, Sony Music Entertainm­ent e Warner Music, la cui continua crescita è legata al successo del colosso dello streaming. Nel 2020, le entrate complessiv­e della musica sono aumentate del 9,2% rispetto al 2019, a $12,2 miliardi, e lo streaming ha rappresent­ato, secondo la Recording Industry Associatio­n of America, l’83% delle entrate musicali registrate negli Stati Uniti. A febbraio, le azioni di Spotify hanno toccato il massimo storico quando hanno raggiunto $387 per azione, facendo schizzare il valore della società a oltre $72 miliardi. Come notato da «Billboard», tale valutazion­e è circa il doppio di quella del più grande fornitore di Spotify, Universal Music. Vi pare normale? In tutto questo, Daniel Ek se ne frega e rilancia proponendo­si come acquirente per l’Arsenal, la sua squadra di calcio del cuore, valutata da KPMG 1,5 miliardi di euro. Ovviamente, ciò ha generato polemiche. Tim Burgess dei Charlatans, ad esempio, ha chiesto a Ek di “risolvere le cose con i musicisti prima di occuparsi dei calciatori”. Skin degli Skunk Anansie ha aggiunto: “E loro (Spotify) pagano alle case discografi­che centinaia di milioni che non vengono agli artisti, senza di noi loro non avrebbero assolutame­nte nulla da vendere!”. Più laconicame­nte, i Garbage, hanno definito Daniel Ek con un aggettivo: “Osceno!”.

E vi ho condensato in queste righe le ultime inchieste di John Harris del «Guardian» e Randall Roberts del «Los Angeles Times». Sui giornali italiani non ho trovato nulla…

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The Doors
In copertina: The Doors
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