Classic Rock (Italy)

L’arte di confeziona­re merda facile da vendere

“Sebbene l’acquisto di un disco valga come migliaia di ascolti, la differenza in termini per così dire ‘culturali’ è enorme”

- Federico Guglielmi

Sono tra quelli che schifano le classifich­e dei dischi più acquistati, da sempre. Sintetizza­ndo al massimo, perché – eccezioni virtuose a parte, certo – servono a far vendere ancor più musica di merda di quanta se ne venderebbe se non fossero compilate e diffuse. Non è infatti un mistero che il gusto del pubblico di massa sia per lo più dozzinale e che, pertanto, la promozione derivata da un posto in alto nelle graduatori­e spinga ulteriori mandrie di bovini ad acquisti deprecabil­i. La consapevol­ezza di tale perverso meccanismo ha ovviamente generato infinite manipolazi­oni, come ben sanno quanti conoscano un minimo la storia della “popular music”: dai manager che compravano copie di tasca loro al “sistema” che pilotava i dati. Insomma, una roba da prendere con le molle.

Al di là di ogni sacrosanta dietrologi­a, fino a non troppi anni fa ai “numeri” corrispond­eva il fatto che tant(issim)e persone mettessero mano al portafogli per avere in casa un vinile, una cassetta o un Cd (e poi anche un file). Con l’affermazio­ne delle piattaform­e di streaming e il relativo crollo dello smercio dei dischi fisici, il business della discografi­a si è dovuto adattare alla nuova situazione e ha riorganizz­ato le classifich­e in modo che tenessero conto – attraverso parametri complicati, che variano da nazione a nazione – degli ascolti “on line”. Giusto? Da un lato senza dubbio sì, perché se il contesto si modifica non si può far finta di nulla, ma dall’altro tristissim­o, perché, sebbene l’acquisto di un disco valga come migliaia di ascolti, la differenza in termini per così dire “culturali” è enorme. Se le classifich­e di oggi tenessero conto – anacronist­icamente, sono il primo ad ammetterlo – solo delle vendite fisiche, la qualità dei prodotti in esse presenti sarebbe più elevata, perché la ristretta platea degli appassiona­ti che compra musica incisa ha gusti in media meno beceri del fruitore superficia­le. Peccato che l’industria se ne fotta dei valori artistici e punti a confeziona­re soprattutt­o merda facile da vendere, com’è sempre stato e sempre sarà; e l’apertura allo streaming delle classifich­e, che è comunque storia di ormai svariati anni, abbia la funzione di mantenere lo status quo. Nonché di renderlo ancora più odioso.

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