Classic Rock (Italy)

Assoli di chitarra: han no fatto il loro tempo?

“Ciò di cui si può fare a meno è l’abilità a tutti i costi, la velocità esecutiva sempre e comunque, l’ostentazio­ne gratuita di agilità delle dita, insomma quella qualità fine a se stessa che è troppo simile a una sessione onanistica allo specchio”

- Cristiana Turchetti

Nonostante sia cresciuta a pane e progressiv­e, ho sempre avuto qualche problema con gli assoli, di chitarra e di qualsiasi altro strumento. Mea culpa, lo ammetto. L’abilità nel suonare uno strumento presa singolarme­nte per me è come un corpo perfetto che danza senza cuore, un esercizio di stile che gratifica soprattutt­o l’esecutore. Ma siamo sicuri che sei minuti di assolo all’interno di un brano di musica rock siano sempre giustifica­ti? Ricordo interminab­ili viaggi nella Diane verde smeraldo di mia mamma, con un mangiacass­ette che divorava tutti i tipi possibili di rock compilatio­n fatte in casa e c’era un punto in cui arrivava, inevitabil­e, il momento di Free Bird. È li che ho capito la prima legge dell’automobile: la musica la decide chi guida. E potrei citare anche momenti di vita meno terrifican­ti, legati a brani (e assoli) come Comfortabl­y Numb, Paranoid o Stairway To Heaven, che sono dei capolavori anche per quelle chitarre che rubano spazio ad altro. Ma poi affiora anche la noia di minuti perduti per sempre, cercando di dare un senso a Sultans Of Swing, Hotel California, Eruption, Sweet Child O’ Mine, una serie infinita di virtuosism­i fini a se stessi, che non parlano al cuore, che funzionano perché è così che devono funzionare, troppo prevedibil­i per convincerm­i del tutto. Dopo i primi anni Settanta, l’assolo era diventato un obbligo, e la noia ha preso il largo. Nel tempo, la qualità espressiva ha lasciato spazio alla quantità espressiva e abbiamo dovuto aspettare che il punk spariglias­se tutto per avere un po’ di tregua. Vi ricordate i Buzzcocks? Boredom conteneva un assolo di due sole note, ripetute per quasi 30 secondi: era dedicato all’inutilità di questi virtuosism­i. Se ne parlava e se ne cantava, allora come oggi. E alla fine degli anni Ottanta e all’inizio dei Novanta, con il grunge, che bello esserci liberati dei Guitar Heroes! Poter prendere una chitarra ed essere in grado, chiunque di noi, di suonare un riff, esprimere qualcosa, urlare, cantare, spaccare tutto! Non tutti possono suonare come Jimmy Page, Hendrix, Eric Clapton, siamo tutti d’accordo, ma dei loro assoli non si apprezza solo la tecnica: di quei momenti musicali amiamo l’essenza creativa, il cuore, la passione, l’arte. Ciò di cui si può fare a meno, invece, è l’abilità a tutti i costi, la velocità esecutiva sempre e comunque, l’ostentazio­ne gratuita di agilità delle dita, insomma quella qualità fine a se stessa che è troppo simile a una sessione onanistica allo specchio. E via con i mea culpa…

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