Classic Rock (Italy)

/ Tropicália

- Testo: Mario Giugni

Come ebbe a dire Gal Costa: “L’intento non era propriamen­te politico. Era più un tentativo di internazio­nalizzare la musica brasiliana e di portare lo spirito rivoluzion­ario e hippie in Brasile”. Eppure, la Tropicália fu pura eversione, in un Paese in cui la democrazia era stata spazzata via da un golpe.

Come ebbe a dire Gal Costa: “L’intento non era propriamen­te politico. Era più un tentativo di internazio­nalizzare la musica brasiliana e di portare lo spirito rivoluzion­ario e hippie in Brasile”. Eppure, la Tropicália fu pura eversione, in un Paese in cui la democrazia era stata spazzata via da un golpe.

Deposto nel 1964 con il prezioso aiuto degli Stati Uniti il presidente João Goulart, i militari al governo del Brasile inizialmen­te scelgono la forma della dittatura morbida. Ovviamente i partiti politici li mettono subito fuori legge e inceneriti sono i programmi del laburista Goulart, riforma agraria, aumento dei salari, nazionaliz­zazioni, avversati dai latifondis­ti, dai banchieri e dalle compagnie nordameric­ane. Ma evitano di usare la mano pesante nei confronti delle proteste di piazza e lasciano abbastanza in pace il mondo artistico culturale. Tutto cambia alla fine del 1968. Il 13 dicembre, infatti, viene emanato l’Ato Institucio­nal Nº 5, che rafforza i poteri del presidente generale Artur da Costa e Silva, in pratica esautora il peraltro farlocco parlamento, sospende l’habeas corpus e stabilisce la censura per i media e per ogni forma artistica. Proprio in quei giorni, Caetano Veloso, Gilberto Gil e gli altri tropicalis­ti scatenano fantasia e provocazio­ni in un loro programma trasmesso dall’emittente paulista TV Tupi e chiamato Divino, Maravilhos­ó, come una canzone scritta per Gal Costa. “Avevamo una scenografi­a con gabbie e sbarre dentro le quali suonavano i Mutantes, Gal, Tom Zé e gli altri”, ricorderà Veloso nel suo Verdade tropical. “Jorge Ben suonava in una gabbia appesa al soffitto. Alla fine io arrivavo dal fondo del palco urlando un successo di Roberto Carlos, Um Leão Está Solto Nas Ruas, e spezzavo le sbarre, invitando tutti gli artisti partecipan­ti ad aiutarmi in quest’opera di distruzion­e. Il

pubblico giovane si identifica­va facilmente e rispondeva con grande entusiasmo. In un’altra puntata ci disponemmo come Cristo e gli apostoli all’ultima cena, ricordando il Buñuel di Viridiana, ma sul tavolo c’erano soltanto banane. Cantavamo e mangiavamo banane”. Sotto Natale, poi, sempre Veloso riprende Boas Festas di Assis Valente, una triste canzone in cui si racconta di come alcuni bambini ricevano i regali e altri, i poveri, no. La trasforma in un adagio con le sillabe ben scandite e la interpreta tenendosi una pistola puntata sulla tempia. I militari ne hanno abbastanza. Da tempo hanno nel mirino i tropicalis­ti, “hippie anarchici” apertament­e contro il regime, e adesso che godono di un considerev­ole successo li ritengono un pericolo. In una nazione come il Brasile, allora profondame­nte illetterat­a, la musica infatti ha davvero un grande potere di trasmetter­e messaggi. Così, il 27 dicembre Veloso e Gil vengono arrestati nelle loro abitazioni a São Paulo e portati a Rio de Janeiro. Il primo, in un’intervista apparsa nel 2017 sul «Los Angeles Book of Reviews», descriverà l’esperienza del carcere come un “inferno”. “Ci sono rimasto due mesi e inizialmen­te ero in isolamento. Sono quasi impazzito. Poi ci hanno trasferiti a Bahia agli arresti domiciliar­i per altri quattro mesi. Dovevamo presentarc­i ogni giorno a un colonnello e non potevamo andarcene, oltrepassa­re i confini della città”. Anche per Gil è durissima, specialmen­te nella settimana passata in isolamento nella cella di una caserma nel quartiere di Tijuca. “I primi due, tre giorni, ero completame­nte perso, come se non riuscissi davvero a pensare a come resistere, a come mantenermi, a cosa avere”, racconterà nel 2008 intervista­to dalla trasmissio­ne televisiva Democracy Now!. “Il cibo era assolutame­nte scadente, come le strutture, i servizi igienici. Quasi niente e tutto in uno spazio minimo”.

Solo in un secondo momento i due artisti verranno a sapere che tutto è nato da una storia inventata da una radio di destra in cui si racconta di come durante un concerto abbiano preso in giro l’inno nazionale e la bandiera verde oro con cielo blu. Durante i domiciliar­i, incidono chitarra e voce per i loro nuovi dischi del 1969 che, dato lo stato di fermo, vengono completati a Rio dai produttori Rogério Duprat e Manoel Barenbein. Poi, fino al 1972, c’è l’esilio forzato. Il Brasile dal quale partono è un Paese che, indebolito il coraggioso processo di modernizza­zione avviato nel 1956 dal presidente Juscelino Kubitschek (l’uomo che ha voluto l’edificazio­ne di Brasilia), continua a sopravvive­re fra drammatich­e diseguagli­anze, un’economia prevalente­mente rurale, un po’ di soldi dal petrolio, troppi stipendi da fame e uno sviluppo industrial­e veloce ma squilibrat­o perché in gran parte dipendente dall’afflusso dei capitali stranieri. Tutto, inoltre, è mal distribuit­o. Al sud va un po’ meglio; nel nord molto peggio. A rendere ogni cosa ancora più complicata, poi, secondo Zé ci si mettono le secolari contraddiz­ioni del popolo brasiliano. “Le persone non parlano mai in termini di risoluzion­e dei problemi”, spiegherà a David Byrne e Arto Lindsay in un’intervista apparsa su «Bomb» nel 1993. “Non dicono mai, per esempio, se abbiamo un debito, be’, lo paghiamo un po’ al giorno. Le persone parlano solo nei termini di meraviglio­so o di completame­nte miserabile. Non c’è via di mezzo”. Vivacissim­a, invece, è la vita culturale e in campo musicale furoreggia la bossa nova, lanciata nel 1959 da Antonio Carlos Jobim e João Gilberto e ormai vanto del Brasile nel mondo. Di genesi carioca, ora è dappertutt­o. Anche a Salvador, la capitale di Bahia: lo stato più grande dell’economicam­ente depresso Nordeste e zona d’origine delle tradizioni afrobrasil­iane (candomblé, afoxé, samba de roda, capoeira). Cresciuto a Santo Amaro, Veloso vi si trasferisc­e nel 1960 per studiare all’università e tre anni dopo insieme alla sorella Maria Bethânia fa lega con Gil, la Costa, Zé e i poeti Torquato Neto e José Carlos Capinan. Sono ragazzi entusiasti di apprendere tutto quello che viene dal pianeta: il teatro di Bertolt Brecht, il cinema di Fellini e Antonioni, John Cage, Albert Camus, i

«Ci siamo detti che dovevamo fare qualcosa di nuovo»

GILBERTO GIL

Beatles. Nel 1964 danno vita a show teatrali come Nós, Por Exemplo e, con l’aggiunta di Zé, Nova Bossa Velha, Velha Bossa Nova, nei quali alternano canzoni tradiziona­li, brani loro e sketch surreali. Nutrito dall’ambizione di entrare nel mondo del cinema, Veloso si è preso una chitarra quando è rimasto fulminato da João Gilberto. Però si rende conto che fossilizza­rsi sulla bossa sarebbe un danno per i suoi aperti ideali artistici. Oltretutto, non è che allora in Brasile ciò che accade nel resto del mondo in fatto di musica sia ignoto. “La beatlemani­a andava forte”, ricorderà nel 2009 Sérgio Dias Baptista dei Mutantes ad «Aquarian». “La prima volta che ho sentito I Want To Hold Your Hand mi sono subito fatto tagliare i capelli come loro. Volevo essere un Beatle ed ero innamorato della loro musica incredibil­e. George era il mio Beatle”. Sempre nel 1964, per volontà della famiglia Veloso segue a Rio come tutore Maria Bethânia, alla quale la “musa della bossa” Nara Leão ha offerto la possibilit­à di sostituirl­a nello show Opinião, diretto da Augusto Boal. La ragazza piace parecchio al pubblico, la sua incisione nel 1965 della canzone di protesta Carcará ottiene uno straordina­rio successo e in MARIA BETHÂNIA il fratello piazza tre suoi brani. Nel frattempo, Gil è a São Paulo e scrive l’hit Louvação per la popolariss­ima Elis Regina. Veloso lo raggiunge e in breve i due iniziano a definire quello che vogliono fare insieme alla Costa, Neto e Capinan. Un punto d’ispirazion­e è il modernista Oswald de Andrade, che nel 1928 firma il Manifesto Antropófag­o, nel quale propone la cannibaliz­zazione della cultura straniera da parte del Brasile per favorire la valorizzaz­ione della propria. Poi ci sono le opere di poesia concreta degli anni Cinquanta (Décio Pignatari, Augusto e Haroldo de Campos), il cinema novo di Glauber Rocha, la nouvelle vague, la bossa, i Beatles, Stockhause­n, Luiz Gonzaga. “Ci siamo detti che dovevamo fare qualcosa di nuovo, creare un nuovo tipo di musica e usare le canzoni per parlare di cose nuove”, spiegherà nel 2013 Gil a «Songlines». “Abbiamo deciso di riunire tutto: forme musicali tradiziona­li brasiliane come samba e baião, il nuovo pop, il rock di fuori del Brasile, la musica classica. E volevamo includere anche qualcosa di più della musica mescolando­la sia con la realtà culturale quotidiana del Brasile lavorativo e rurale sia con la politica e le questioni sociali”. Un progetto complicato, visto che da tempo il mondo musicale locale è scosso da una guerra tra puristi e innovatori. La Regina, per esempio, nei suoi programmi televisivi O Fino da Bossa e Frente Única non ammette deviazioni alla linea e attacca Roberto Carlos, che nel suo Jovem Guarda con maggiore successo ha aperto al rock leggero. LOUVAÇÃO di Gil e DOMINGO di Veloso con la Costa vengono pubblicati nel 1967, ma in entrambi non c’è traccia dei nobili intenti degli autori in quanto devoti alla bossa convenzion­ale. Però a giugno è uscito SGT. PEPPER’S LONELY HEARTS CLUB BAND: per i ragazzi venuti da Salvador è una formidabil­e spinta ad andare oltre. E possono farlo anche perché adesso hanno trovato il loro “George Martin” in Duprat, un fantastico musicista che ha studiato in Europa con Stockhause­n e Boulez. Duprat li conosce a São Paulo grazie al compositor­e Júlio Medaglia e, come racconterà in seguito al sito Tropicália, rimane colpito dal “loro desiderio di abbandonar­e la grossolani­tà della musica stupida da cortile e di assorbire la cultura universale, l’elettronic­a e i Beatles integrando nuovi strumenti nella musica popolare del Brasile”. In ottobre Gil e Veloso si presentano al Festival de Musica Popular Brasileira, trasmesso dalla TV Record. E sul palco portano anche strumenti elettrici. Per assecondar­e l’amica Regina, pochi mesi prima Gil aveva partecipat­o con lei, Edu Lobo e altri a una manifestaz­ione contro le chitarre elettriche che a Veloso, osservando­la dalla finestra di un albergo, era sembrata una “marcia fascista”. Ora, invece, esegue Domingo No Parque con l’orchestra diretta da Duprat, il percussion­ista Dirceu e i Mutantes, trio rock paulista composto da Rita Lee e dai fratelli Arnaldo e Sérgio Dias. Da parte sua, per Alegria, Alegria Veloso si avvale dei Beat Boys, quattro argentini e un brasiliano dai lunghi capelli e con giacche tipo quelle dei Beatles. La svolta elettrica riceve ovazioni, fischi e l’accusa di tradimento da parte di Boal e della Leão. Ma la strada per tutti ormai è tracciata. “Ero molto sicura di quello che stavo facendo”, spie

gherà la Costa. “Sapevo che non stavo violando la musica brasiliana. Era un momento che il mondo stava attraversa­ndo. Alla ricerca di nuovi concetti, anche attraverso il sesso o la droga”. Poi accade che Veloso compone una canzone dai profumi tropicali con versi che formano un collage di simboli ad alta tensione. Non ha un titolo e il produttore cinematogr­afico Luis Carlos Barreto suggerisce “Tropicália”, perché gli ha fatto venire in mente un’omonima e polemica installazi­one dell’artista Hélio Oiticica. Veloso non ne vuole sapere ma il titolo attrae Barenbein, produttore del disco, e non trovandone un altro si arrende. Il brano apre CAETANO VELOSO, che esce agli inizi del 1968 con una copertina tribale psichedeli­ca e gli innovativi arrangiame­nti di Medaglia, Damiano Cozzella e Sandino Hohagen. Clara è un duetto con la Costa, Eles mescola baião e allucinato blues psichedeli­co, Superbacan­a è un lampo beat mentre, pur senza dirette citazioni, il mambo Soy Loco Por Ti, América è dedicato dagli autori Gil e Capinan al Che e alla ribelle Cuba. Il testo è bilingue, portoghese e spagnolo, perché la canzone vuole anche esprimere, come spiegherà Capinan, “le affinità che ci sono fra tutti i popoli dell’America latina”. Il 5 febbraio, poi, il compositor­e Nelson Motta pubblica su «Última Hora» un articolo intitolato “A cruzada tropicalis­ta”, nel quale racconta di un gruppo di musicisti, cineasti e intellettu­ali brasiliani che hanno fondato un movimento culturale, appunto Tropicália, secondo il quale l’arte dei Paesi tropicali sarà libera solo quando potrà autocelebr­arsi fino al grottesco. A dire il vero, a Veloso di essere inscatolat­o in una definizion­e secca non poco, ma accetta e nel frattempo al movimento si aggiunge Ben, di cui Gil è un fan assatanato e da un paio d’anni è relegato ai margini per le sue scelte non sempre fedeli all’impero della bossa. Quindi in maggio esce il festoso GILBERTO GIL, realizzato con le deliziose orchestraz­ioni di Duprat: samba, blues, echi dal Nordeste, rock’n’roll, bossa e un pizzico di psichedeli­a per una visione sonora davvero caleidosco­pica. Lo stesso mese, Veloso raduna ai RGE Studios di São Paulo i Mutantes, la Costa, la “pentita” Leão, Zé, Duprat, Neto, Capinam, Barenbein e Gil per l’incisione di TROPICÁLIA OU PANIS ET CIRCENCIS. “Pensavo, e credo non a torto, che la realizzazi­one di un disco collettivo sarebbe stata un’eccellente opportunit­à per sommare le forze dei componenti del gruppo e raggiunger­e così risultati più definiti”, scrive Veloso nel suo Verdade Tropical. “Soprattutt­o, speravo di poter fare della perizia musicale di Gil, Duprat e dei Mutantes un veicolo per le mie idee. Volevo un passaggio, sfruttarli un pochino: invidiavo il livello qualitativ­o del disco di Gil”. Il titolo propone la fantasia e la libertà di “Tropicália” come alternativ­a al “pane e giochi circensi” (in Brasile ovviamente c’è il calcio) di Roma antica offerto dalla dittatura. E ad aprire sono il blasfemo organo da chiesa, i campanelli delle biciclette, le macchie di sangue, il vino e lo sparo dei cannoni di Miserere Nóbis. Poi è tutto un fiorire di sonorità variopinte, con la provocator­ia psichedeli­a di Panis Et Circencis, la giocosa ironia sul ritmo guajira di Três Caravelas di Augusto Algueró, l’eleganza di Lindonéia, la satira di Parque industrial, la composizio­ne religiosa Hino Ao Senhor Do Bom Fim rivista con goliardica leggerezza. E, ancora, il palco per la Costa in Baby e

«Sapevo che non stavo violando la musica brasiliana»

GAL COSTA

Mamãe, Coragem, il corale rituale rock scioglilin­gua con sitar di Bat Macumba, l’emozionant­e tenerezza d’antan del bolero Coração Materno di Vicente Celestino e la passeggiat­a surreale di Enquanto Seu Lobo Não Vem. Infine per il titolo di Geléia Geral, cioè “gelatina generalizz­ata”, Gil e Neto riprendono una definizion­e della realtà brasiliana coniata da Pignatari per cantare un Paese culturalme­nte eterogeneo diviso fra tradizione e modernità (“Ê bumba-iê-iê-iê”, ovvero la vecchia festa Bumba-meu-boi del nordestino Maranhão insieme al nuovo yéyé). A giugno esce OS MUTANTES dove, sempre con il contributo di Duprat, i fratelli Baptista e la Lee scatenano un irriverent­e rock tra samba con fuzz, i quattro baronetti sotto LSD, macchine per cucire amplificat­e e tracce vocali al contrario. Ancora Duprat, inoltre, è il protagonis­ta di A BANDA TROPICALIS­TA DO DUPRAT: stravagant­e pop orchestral­e tinto di psichedeli­a con varie cover (in scaletta anche i Beatles di Flying e Lady Madonna). Per Zé, invece, c’è TOM ZÉ, ricco di brio e ironia, avventuros­o e con São Paulo, São Paulo che vince il Festival de Música Popular Brasileira. I tropicalis­ti, così, sono ora la nuova sensazione, con grande scorno dei tradiziona­listi che in buona parte li detestano. Vengono invitati nei programmi televisivi come quelli di Carlos e del popolariss­imo Chacrinha; dal vivo procedono con spettacoli happening in cui via via storpiano canzoni patriottic­he, esibiscono bandiere e striscioni con frasi surreali o oltraggios­e, vestono abiti eccentrici, danno vita a balletti sensuali. Adesso, però, in Brasile si è indurito lo scontro tra l’opposizion­e, specialmen­te gli studenti universita­ri, e il regime, che con maggiore frequenza ricorre alle maniere forti. Il 26 giugno a Rio si svolge la “paseata dos cem mil”, la marcia dei centomila contro il governo alla quale partecipan­o anche Veloso e Gil. In ottobre, poi, in occasione di una serie di concerti di Tropicália al Sucata, sempre a Rio, in sala è appesa una bandiera realizzata da Oiticica in cui insieme alla scritta “seja marginal, seja herói” (“sii un fuorilegge, sii un eroe”) è raffigurat­o il corpo martoriato di Cara de Cavalo, un giovane bandito della favela ammazzato nel 1964 dai paramilita­ri della famigerata organizzaz­ione Scuderie Detetive Le Cocq. Un giudice la nota e il club viene subito chiuso. Contro i tropicalis­ti, però, non ci sono solo la destra e i bigotti. Anche in alcuni ambienti della sinistra vengono criticati, perché i loro testi non sono direttamen­te politici come quelli della canção de protesto (Geraldo Vandré, Lobo, Chico Buarque), sebbene in essi denuncia e temi sociali in realtà abbondino. E per la sinistra nazionalis­ta è imperdonab­ile che nelle musiche ci sia il rock dei Paesi imperialis­ti. Il 15 settembre, al Festival Internacio­nal de Canção di TV Globo, Gil con i Beat Boys svela rumorosame­nte il suo amore per Jimi Hendrix in Questão De Ordem. Veloso, da parte sua, insieme ai Mutantes presenta con distorsion­i chitarrist­iche e suoni cacofonici É Proibido Proibir, che nel titolo omaggia lo slogan del Maggio francese. Subito dopo l’atonale introduzio­ne, però, gli studenti nel pubblico voltano le spalle al palco. E verso la chiusura del pezzo Veloso s’incazza di brutto: mentre i Mutantes improvvisa­no acidissimi, arringa la folla che risponde rabbiosa con fischi, urla e lancio di vari oggetti. Infine c’è l’arresto. “I giorni di Tropicália erano caratteriz­zati da un processo convergent­e di politica, comportame­nto, valori, arte, scienza, ogni cosa”, ricorderà Gil nel 2010 allo «Star Tribune». “Noi lavoravamo tutti assieme con differenti livelli di realtà, di soggettivi­tà, di fantasia. Non rimasi sorpreso dalla reazione del governo militare. Tropicália sfidava e provocava”. Per il movimento il colpo è fatale, ma non lo è per la sua musica che, pur sotto il controllo dei solerti censori, sopravvive sia nei successivi dischi dei suoi artisti (la scuffia per Hendrix è bella presente in GILBERTO GIL del 1969; pazzesco è GAL della Costa) sia in quelli di immediati seguaci tipo i Brazões, i Novos Baianos o i Secos e Molhados con Ney Matogrosso. E, schiacciat­i i conservato­ri, anche le idee più impure e contestate (il suono elettrico, gli incroci stilistici) di botto sono parte integrante di tutta la música popular brasileira.

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 ?? ?? Caetano Veloso durante una puntata di Divino, Maravilhos­o. Sopra: giacche variopinte per gli hippie Veloso e Gil.
Caetano Veloso durante una puntata di Divino, Maravilhos­o. Sopra: giacche variopinte per gli hippie Veloso e Gil.
 ?? ?? Il poeta Oswald de Andrade.
Il poeta Oswald de Andrade.
 ?? ?? Maria Bethânia: non seguirà il f ratello Caetano nell’avventura tropicalis­ta.
Maria Bethânia: non seguirà il f ratello Caetano nell’avventura tropicalis­ta.
 ?? ?? Tutti in posa per la copertina di TROPICALIA OU PANIS ET CIRCENSIS: seduto sul pavimento Gil con la foto di laurea di Capinam; dietro di lui Duprat che beve da un vaso da notte, Veloso con una grande foto di Nara Leão, Gal Costa e Neto; in piedi i Mutantes e Zé.
In alto nel riquadro: Rogério Duprat.
Tutti in posa per la copertina di TROPICALIA OU PANIS ET CIRCENSIS: seduto sul pavimento Gil con la foto di laurea di Capinam; dietro di lui Duprat che beve da un vaso da notte, Veloso con una grande foto di Nara Leão, Gal Costa e Neto; in piedi i Mutantes e Zé. In alto nel riquadro: Rogério Duprat.
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 ?? ?? Gilberto Gil con i Mutantes. Dal basso: Rita Lee, Sérgio Dias, Arnaldo Baptista.
Gilberto Gil con i Mutantes. Dal basso: Rita Lee, Sérgio Dias, Arnaldo Baptista.
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