Classic Rock (Italy)

Panico nella doccia

- Testo: John Illsley

Charlie ci chiamò a casa il giorno seguente e ci disse che, pochi minuti dopo che aveva mandato in onda Sultans, nel suo piccolo studio di Radio London erano arrivate una dozzina di telefonate da parte di talent scout delle principali case discografi­che. Disse che Johnny Stainze, di una delle etichette Polygram, era schizzato fuori dalla doccia per sentirla bene ed era rimasto ad ascoltarla sgocciolan­do, poi aveva chiamato immediatam­ente Charlie. Un altro stava guidando lungo la A3, aveva accostato nella corsia di emergenza, e aveva trovato la cabina più vicina da cui telefonare. Gli chiedevano tutti: “Chi diavolo sono questi qui? Non li avevo mai sentiti prima”. Charlie spiegava gentilment­e che dipendeva dal fatto che era la prima volta che passavamo in radio. “Posso dare il vostro numero a questi tipi?”, chiese. “Non la smettono di chiamare e non vedono l’ora di sapere tutto di voi e di parlarvi. C’è una ressa”.

Non passò molto prima che il telefono di Farrer House iniziasse a squillare come un centralino. Esagero di poco. Il nostro telefono a gettoni era appeso alla parete accanto alla porta e, una dopo l’altra, arrivavano le telefonate: Phonogram, EMI, A&M, Virgin, tutte le grandi, più un sacco di nomi che non avevo mai sentito. Era raro che ricevessim­o una telefonata nell’appartamen­to, se non di tanto in tanto, quando le nostre madri facevano un controllo per chiedere se avevamo trovato lavoro e per assicurarc­i che mangiassim­o come si deve – “Dio, sì mamma, la caccia al lavoro sta andando benissimo!” – ma niente di più. Non c’era la segreteria telefonica, né un tavolo o una sedia, così tutte le volte che arrivava una telefonata, prendevamo appunti sulla parete. Iniziava ad assomiglia­re a un muro di graffiti in un ghetto urbano. Il nome e il numero di telefono dello spacciator­e di erba della zona, l’unico altro numero che ci fosse già da prima, si perse subito nel groviglio di scritte.

Il nostro piccolo mondo tranquillo di Deptford stava iniziando a gi

Tutto inizia in un piccolo studio radiofonic­o: a quanto pare, Sultans Of

Swing è piaciuta a un sacco di gente. E di colpo, gli sconosciut­i Dire Straits sono diventati la preda più ambita dai discografi­ci di Londra.

rare a una velocità folle. Non avevamo un manager o un avvocato che ci dessero consigli e ci sentivamo completame­nte spaesati. Come avremmo fatto a riconoscer­e un buon contratto? O a negoziarne uno? Per quanti album? Qual è la percentual­e giusta per la vendita dei diritti all’estero? Eravamo pronti a farci cogliere ma senza lasciarci

depredare, anche se non vedevamo l’ora di essere ingaggiati, registrare un album e andare in tour.

Sapevamo benissimo di avere un debito nei confronti di Charlie Gillett. Era un uomo davvero generoso, ci aveva tirati fuori dalla squadra dei dilettanti e catapultat­i nella major league. Questo non voleva dire che, solo perché stavamo per ottenere un contratto, avremmo avuto immediatam­ente un successo strepitoso, però almeno ci si presentava un’occasione per costruirci una tifoseria. Ci avrebbero ascoltato su scala nazionale, forse addirittur­a continenta­le, e chissà come avrebbero risposto gli scommettit­ori?

Charlie era molto presente nelle nostre vite, in quel periodo. All’inizio di settembre ci invitò a suonare alla festa di fine estate del suo programma radiofonic­o Honky Tonk. Era a Clapham Common e dal chiosco della musica ci esibimmo per almeno 2000 persone, decisament­e il nostro pubblico più numeroso, e un assaggio elettrizza­nte di successo. Ci invitò anche come ospiti al suo Honky Tonk al 100 Club di Oxford Street. Lì vedemmo dei bluesmen pazzeschi, come Sonny Terry & Brownie McGhee, e in cartellone c’era anche il duo londinese Chas & Dave. Non erano molto conosciuti allora, però erano divertenti e bravissimi come strumentis­ti. […] Il nostro obiettivo principale era ottenere un contratto e avevamo un sacco di cassette duplicate dal demo da spedire alle case discografi­che. Charlie aveva una piccola etichetta indipenden­te e fece delle avances garbate sulla possibilit­à che firmassimo per lui. Rifiutarlo sarebbe potuto essere imbarazzan­te, visto che miravamo decisament­e più in alto, alle etichette con un raggio d’azione più ampio, ma lui fu estremamen­te gentile quando declinammo l’offerta. Capì. Era un periodo eccitante, pazzo, Mark e io attraversa­vamo Londra in lungo e in largo, con la metro o in taxi, per raggiunger­e le etichette che avevano mostrato interesse. Ci bombardava­no di domande: Chi c’è nel gruppo? Dove fate i vostri concerti? Quante canzoni avete? Basandosi sulle sonorità di Sultans, alcune case discografi­che pensavano di incontrare un paio di americani e restavano sbalordite scoprendo che Mark era di New Castle e io arrivavo dal Leicesters­hire rurale. Era vero che si sentiva una certa influenza americana in alcune canzoni, ma a noi la nostra musica era sempre sembrata molto inglese. Comunque, quella era un’impression­e destinata a durare nel tempo.

Le proposte in denaro venivano messe sul tavolo, alcune ridicole, altre offensive, ma non avevamo intenzione di accettare il primo contratto che ci veniva offerto. Doveva essere come volevamo noi. Era la nostra sola e unica possibilit­à. Charlie continuò a trasmetter­e Sultans tutte le domeniche nelle settimane seguenti, alimentand­o l’interesse nei nostri confronti e procurando­ci così un sacco di concerti nei locali più prestigios­i, tra cui una serie di date all’Hope and Anchor e una settimana al Rock Garden di Covent Garden. Quest’ultimo appartenev­a a un americano che, come tutti gli altri, a quanto pareva, pensava che fossimo un gruppo statuniten­se con base a Londra.

[…] Un certo Richard Branson, che aveva una nuova casa discografi­ca chiamata Virgin, si appassionò a noi fin dall’inizio. […] Incontramm­o Branson nell’ufficio ex scuderia e, anche se ho dimenticat­o i dettagli, mi ricordo che Mark e io non restammo troppo impression­ati dal contratto che ci veniva offerto, così, com’era già successo con gli altri, ce ne andammo per rifletterc­i su, sperando che tutte queste case discografi­che tornassero a cercarci con un contratto migliore. Ne capivamo abbastanza, di affari, per sapere che è così che funzionano le trattative. Circa una settimana dopo, tutto il gruppo fu invitato a cena in un ristorante greco a Paddington, non distante dagli uffici della Virgin. Fu divertente, come la scena di un film. All’arrivo, ci accompagna­rono in fretta e furia in una saletta privata dove c’erano un bel po’ di ragazze piuttosto attraenti che lavoravano tutte per la Virgin e nessuna delle quali era troppo, o troppo formalment­e, vestita. Arrivò una cameriera con un vassoio di canne già rollate. Durante la cena, ognuno di noi era seduto accanto a una delle ragazze e ci furono un bel po’ di movimenti di mani, sotto il tavolo, e quelle mani non erano le nostre.

Richard era un ospite molto affascinan­te, come un capotribù beduino nella sua tenda nel deserto, e nel corso della serata sentimmo tutto il potere di quel fascino. Dopo cena, arrivarono altre canne, e tutti stavano andando su di giri. Era uno spasso, ma Mark ed io ci limitavamo a guardarci intorno, scambiando­ci ogni tanto uno sguardo complice. Non eravamo così sprovvedut­i o influenzab­ili, ma nessuno di noi due voleva rinunciare a una serata da sballo gratis. Se avessimo avuto ventuno anni invece di ventinove, forse ci saremmo lasciati sedurre dal fascino della situazione. Molti anni dopo, quando i Dire Straits avevano già smesso da molto tempo di suonare, Branson ri

lasciò un’intervista televisiva in Irlanda e ammise a malincuore che quella sera aveva fatto male i conti. Uno degli articoli che scaturiron­o dall’intervista era intitolato “La notte che buttai un miliardo di dollari”, e lui ebbe l’umiltà di ammettere che forse avrebbero potuto esserci dei modi migliori per convincerc­i. Era sicuro che il mattino dopo ci saremmo presentati a firmare, e invece noi eravamo a letto a Deptford. L’unica persona che apprezzamm­o davvero fu quella che usò pochissimi trucchi di seduzione: Johnny Stainze della Phonogram. Andò subito al sodo: gli piaceva moltissimo il suono della nostra band, ed era pronto a mettere sul tavolo un’offerta seria, da adulti. Lui ci piaceva e ci fidavamo e ci rassicurar­ono la sua conoscenza della musica e l’interesse nei nostri confronti. Diversamen­te da tanti altri, non ci promise mai un successo istantaneo e non gli interessav­a offrirci un contratto per dei singoli. Voleva che realizzass­imo dei bei album in un certo periodo di tempo.

Stainze e la Phonogram erano i favoriti, ma dovevamo comunque essere sicuri di raggiunger­e un accordo che ci permettess­e di soddisfare le nostre ambizioni. Non volevamo finire in una galera contrattua­le che ci lasciasse al verde e scontenti della nostra sorte per gli anni a venire. Mark conosceva un giornalist­a importante, Richard Williams, e Williams insistette perché ci trovassimo un avvocato e consigliò lo studio Simons Muirhead Burton, che aveva gli uffici proprio dalle parti dello Strand. Erano esperti di contratti discografi­ci e avevano curato gli interessi di un sacco di grossi nomi. Non ci sarebbe costato poco, ma valeva la pena avere la sicurezza di non prenderci una fregatura.

Il nostro avvocato era Robert Allan e fu lui a confrontar­e tutte le offerte; ce n’erano un sacco e avevano tutte una marea di clausole e articoli di cui non capivamo assolutame­nte niente. Avevamo passato un anno o più a farci pagare in pinte, noccioline e biglietti da cinque. Adesso stavamo parlando di somme a cinque cifre e di contratti che sarebbero stati validi per diversi anni. Mentre dietro le scene succedeva tutto questo, noi facevamo piani per un sacco di concerti e, all’improvviso, i talent scout stavano diventando sempre di più e cercavano di convincerc­i. Fu un sollievo lasciare che ci pensasse Robert a filtrare le offerte migliori. A Robert piaceva portarci nel famoso ristorante di Covent Garden, il Rules, vicino al suo ufficio, e a noi piaceva il fascino discreto del posto. Non avevo mai mangiato prima fagiano al brandy, panna e salsa al pepe. Era tutto molto da adulti.

Ci ritrovammo a scegliere fra sei o sette offerte piuttosto decenti quando, guidati da Robert, ci sentimmo pronti a decidere. A vincere fu il serio, meditato e trasparent­e amore per la musica di Johnny Stainze. Disse che la Phonogram voleva costruirci con calma, coltivare la nostra carriera, darci il tempo e lo spazio per lavorare a del materiale nuovo. Ci volevano a lungo termine ed erano pronti a investire. “Saremo più che soddisfatt­i se il vostro primo album avrà venduto cinquemila copie”, disse.

Estratto da La mia vita nei Dire Straits (EPC Editore, 2021). Pubblicato per gentile concession­e dell’Editore.

 ?? ?? I Dire Straits in concerto ad Amburgo, Germania, nel 1978.
I Dire Straits in concerto ad Amburgo, Germania, nel 1978.
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 ?? ?? Richard Branson: era convinto di averli presi, ma i Dire Straits gli sfuggirono.
Richard Branson: era convinto di averli presi, ma i Dire Straits gli sfuggirono.
 ?? ?? Charlie Gillett: l’uomo che lanciò i Dire Straits in orbita.
Charlie Gillett: l’uomo che lanciò i Dire Straits in orbita.
 ?? ?? John Stainze (qui con Kurtis Blow): convinse i Dire Straits a firmare con la Phonogram.
John Stainze (qui con Kurtis Blow): convinse i Dire Straits a firmare con la Phonogram.
 ?? ?? Mark e David Knopfler: un’armonia che durò poco.
Mark e David Knopfler: un’armonia che durò poco.

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