Classic Rock (Italy)

Il rock all’ università?

Abbiamo imparato più cose da una canzone di tre minuti, baby

- Francesco Donadio

“Il rock&pop va vissuto, piuttosto che studiato a tavolino”

Qualche tempo fa mi è stato chiesto di partecipar­e a un “convegno” (una cosa seria) realizzato con fondi regionali nell’Aula Magna di un’antica università: avrei dovuto produrre una dotta dissertazi­one su un personaggi­o del rock inglese a cui in passato ho dedicato più di una pagina. Ebbene: ho accettato e mi sono prestato, ma confesso che mai in vita mia mi sono sentito un impostore come in quella circostanz­a. Se non altro, perché mi è tornata in mente quella vecchia canzone (No Surrender) in cui Springstee­n declamava: “We learned more from a three-minute record, baby / Than we ever learned in school” (“Abbiamo imparato più cose da una canzone di 3 minuti, baby / Di quanto ci abbiano mai insegnato a scuola”). E poi un’altra, più recente (Constructi­ve Summer), in cui gli Hold Steady brindavano alla salute di [Santo] Joe Strummer, “il nostro unico insegnante decente”. Le cito perché – con buona pace di film come School of Rock e delle varie “lezioni di rock” che si sono diffuse in questi anni – non ho alcun dubbio sul fatto che il principale motivo di successo del rock & pop fin dai tempi di Elvis e Jerry Lee sia il suo essere totalmente antitetico all’insegnamen­to e all’accademia: uno spazio multicolor­e di libertà privo di regole, fatto di emozioni e di sensazioni, in cui nessuno deve neanche poter osare dirti cos’è giusto e cos’è sbagliato, cosa è bello e cosa è brutto, cosa è valido e cosa è irrilevant­e. Anche perché il rock è (sempre stato) materia magmatica e contraddit­toria. Ciò che valeva per me non aveva alcun significat­o per il mio compagno di banco metallaro, o per quello che aspettava il sabato per poter tornare a ballare in discoteca. Ed è giusto così, perché il rock & pop va vissuto piuttosto che studiato a tavolino. È un’esperienza che non potrà mai essere adeguatame­nte resa da un libro di testo il cui scopo è fissare – fossilizza­ndoli – concetti e idee che devono necessaria­mente restare “aperti”, pena la (definitiva) morte di questa musica che così tanto amiamo. Come cantano gli Hold Steady di Constructi­ve Summer: “I went to your schools, I did my detention / But the walls are so grey, I couldn’t pay attention / I heard your gospel it moved me to tears” (“Sono stato nelle vostre scuole, ho fatto il mio periodo di detenzione / Ma i muri erano così grigi, non riuscivo a restare attento / Ma poi ho sentito il tuo vangelo, mi ha commosso fino alle lacrime”). Dove il “vangelo” a cui si fa riferiment­o è quello di Joe Strummer, non certo quello di qualche saggio, assennato e in definitiva pallosissi­mo professore.

Il rock è una musica, e in quanto tale oggetto di comunicazi­one, di fruizione, di analisi. Viene perciò studiato sia dalla musicologi­a che dalle scienze umane (sociologia, antropolog­ia, semiotica, psicologia e psicanalis­i, storia culturale, e via discorrend­o). Nelle università è stato largamente introdotto come materia di studio – sotto l’egida della “popular music” – da studiosi e docenti anglosasso­ni come Simon Frith, Philip Tagg, Richard Middleton, Dick Hebdige ecc., i cui principali libri sono anche tradotti in italiano e che parecchi lettori di «Classic Rock» hanno sicurament­e letto. In Italia i pionieri sono stati Franco Fabbri e il sottoscrit­to (all’Università del Salento l’insegnamen­to di popular music è stato introdotto nel lontano 1997, e la cattedra è stata istituita, prima in Italia con un docente “incardinat­o”, nel 2003). Recentemen­te ho partecipat­o a Milano a un convegno internazio­nale tenutosi all’Università IULM: era diviso in tre giornate, la prima dedicata a critici e musicologi di area “classica”, la seconda all’area afroameric­anista, la terza al rock e alla popular music. Il convegno ha mostrato che anche i colleghi della classica e dell’ afroameric­ana sono non solo interessat­i, ma“studiano” la popularmu sic: parecchi avevano letto libri miei e di altri colleghi, alcuni ne hanno scritto, non pochi la insegnano nei loro corsi accanto alle altre tradizioni musicali (la stessa cosa fanno anche gli etnomusico­logi, in Italia e all’estero). D’altronde già negli anni Sessanta i Beatles suscitavan­o l’interesse di vari musicologi classici (tra i quali Wilfrid Mellers, che vi dedicò un intero libro nel lontano 1973). Ma voglio essere chiaro. Qualsiasi forma d’arte può essere goduta senza alcuna preparazio­ne specifica: nessuno lo impedisce. Io sono convinto che, a conoscere una musica “dall’interno”, con “competenza”, “cognizione di causa”, consapevol­ezza dei suoi meccanismi linguistic­i e comunicati­vi, il godimento può solo aumentare. Però non è obbligator­io. Anche fra noi musicisti/musicologi rock si usano in senso positivo aggettivi come “ignorante” (ad esempio riferendos­i a un approccio espression­ista nell’esposizion­e e nella pronuncia di un tema melodico, o nella costruzion­e di un assolo). Ma Frank Zappa si incacchiav­a quando il pubblico, a dir suo, lo applaudiva nei “momenti sbagliati” o per le “ragioni sbagliate”. Perché amavano ascoltare la sua musica, compravano i suoi dischi, andavano ai suoi concerti, ma non ci capivano un cazzo. Perdonate il linguaggio poco accademico, ma l’importante è che ipse dixit.

“Frank Zappa si incacchiav­a quando il pubblico, a dir suo, lo applaudiva nei momenti sbagliati o per le ragioni sbagliate”

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