Classic Voice

Ermonela Jaho, albanese d’Italia. Storia di un soprano migrante a 30 anni dai primi sbarchi

A trent’anni dai primi sbarchi sulle coste pugliesi, il soprano albanese Ermonela Jaho racconta un paese che si è risollevat­o da mezzo secolo di dittatura. E che le ha insegnato la verità del palcosceni­co

- di Luca Baccolini

Quando l’estate di trent’anni fa le prime navi provenient­i dall’Albania facevano sbarcare in Puglia interi paesi, al ritmo di centinaia e migliaia di persone ogni volta, Ermonela Jaho era poco meno che maggiorenn­e. Avrebbe potuto esserci anche lei in quella folla, ma l’età e le circostanz­e della vita le consentiro­no di vederla solo dalla television­e. Di sicuro però, nel dramma nazionale seguito alla caduta del comunismo, con un’inflazione impazzita e una guerra civile alle porte, il suo talento avrebbe trovato ben pochi sbocchi se anche lei, sorretta dal padre, non avesse deciso di partire da Tirana, lasciando tutto. Nel 1993 l’Italia è stata per il soprano albanese un destino, mischiato per qualche tempo a quello di molti connaziona­li. E ora che l’altro lato dell’Adriatico non è più terra sconosciut­a - si vola a Tirana in un’ora e senza passaporto - ora che persino il primo ministroar­tista Edi Rama espone in gallerie italiane, ora dunque si può raccontare quel 1991 con la giusta distanza, ammesso che trent’anni bastino a far pace con il passato. Ermonela Jaho risponde da New York, dove vive col marito, albanese pure lui. Parla un italiano talmente agile e ben mimetizzat­o che si fatica a ricondurlo a quello di un’ex emigrante.

Pensare al 1991 cosa scatena in lei?

“I ricordi delle immagini in television­e. Scioccanti. Ma all’epoca non mi rendevo conto della portata storica di quel fenomeno, forse anche a causa della protezione messa in atto dai genitori, che ci avevano abituato a vivere con il poco che c’era. Ma un pensiero lo distinguo benissimo anche a distanza di tempo: che coraggio, mi dissi, che popolo coraggioso doveva essere quella gente che partiva, disposta a rischiare tutto come in una scena biblica o in un film”.

Lei è nata a Tirana nel 1974. Ancora in pieno regime di Enver Hoxha, che sarebbe morto nel 1985. E da lì, altri sei anni di transizion­e lentissima, esasperant­e. Diciassett­e anni in queste condizioni non sono pochi. Come ha costruito i suoi primi anni di studio?

“La passione per il canto è arrivata spontaneam­ente. Cantare da piccola mi faceva sentire libera. Capivo che i miei sentimenti erano tutti canalizzat­i nel canto, un terreno in cui il materiale della vita umana diventava un archivio sterminato”.

E i primi contatti con la musica “occidental­e”?

“Vidi per la prima volta Traviata, ovviamente tradotta in albanese, come tutti i titoli. Questo dettaglio può far sorridere, ma diventò un grande ostacolo quando affrontai le prime audizioni in Italia. Ho dovuto imparare

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