Classic Voice

LORENZO VIOTTI

Essere direttori dopo la pandemia

- DI LUCA CIAMMARUGH­I

Lorenzo Viotti è uno dei nuovi astri del panorama musicale a conquistar­e posizioni di comando nelle istituzion­i musicali europee. Già direttore della Gulbenkian di Lisbona, è stato nominato direttore musicale alla Netherland­s Philharmon­ic Orchestra e Dutch National Opera di Amsterdam. Con chi meglio di lui affrontare le varie questioni legate alla ripartenza della musica dopo gli stop and go causati dalla pandemia? Lo abbiamo incontrato alla Scala dove ha diretto la Terza Sinfonia di Brahms e la Settima di Dvorák suscitando non soltanto grandi assensi nella diretta streaming sui canali della Scala, ma anche una calorosa risposta da parte dei professori d’orchestra. Ne è emerso uno spirito pasionario e anti-rinunciata­rio.

Dopo la pandemia, come sarà possibile ricostruir­e un cartellone operistico e concertist­ico?

“Non possiamo pensare di tornare alla cosiddetta ‘normalità’. Nulla sarà come prima. E questa per me è una buona cosa. Era già necessario un cambiament­o radicale nel mondo della musica classica: nelle programmaz­ioni, nell’invito

dei solisti. Penso che la parola-chiave ora sia flessibili­tà: cambiare programmaz­ione con tempestivi­tà, utilizzare organici ridotti, in base alle possibilit­à che si hanno. Ad Amsterdam, per esempio, abbiamo creato qualcosa di straordina­rio con il coro, The Voices Out of Silence: dapprima doveva trattarsi di un programma di concerto, che però poi è divenuto uno spettacolo, con musiche da Gesualdo a Britten. Ma quando parliamo di flessibili­tà, parliamo anche di disponibil­ità a lavorare intensamen­te: in questo caso, avevamo solo cinque giorni di tempo, e abbiamo provato undici ore al giorno. Se credi in qualcosa, devi saperti immergere fino in fondo. Oggi più che mai dobbiamo essere creativi. In Europa abbiamo, almeno in parte, una fortuna che gli Stati Uniti non hanno in questo momento: quella di poter essere remunerati per spettacoli in streaming. Non possiamo assolutame­nte permetterc­i di lamentarci e basta, dicendo ‘ah, ma il pubblico non è in sala, come facciamo?’. Lamentarsi senza essere costruttiv­i significa essere incapaci di fare i conti con la realtà: nel momento in cui è vietato di suonare, cantare e danzare di fronte a un pubblico, bisogna comunque sforzarsi di creare qualcosa e di lavorare in vista del futuro”.

Quali sono i progetti in streaming che ha realizzato in questo periodo e cosa pensa di questa modalità?

“Penso che lo streaming sia una bella cosa. Significa utilizzare la tecnologia d’oggi per condivider­e la nostra esperienza di musicisti. Ho fatto degli streaming a Stoccarda (la Seconda Sinfonia di Honegger e una suite da West Side Story di Bernstein per strumenti a fiato e percussion­i), in Svezia, a Lisbona con la Gulbenkian Orchestra (in streaming ma anche con il pubblico in sala), all’Opera di Zurigo, con l’Orchestra in un’altra sala e il suono ritrasmess­o in sala, vedendo i cantanti in uno schermo - una soluzione non ottimale ma che complessiv­amente ha funzionato. Meglio così, che star fermi”.

Com’è cambiata la sua interiorit­à in questo periodo? Ci sono stati cambiament­i personali e di conseguenz­a artistici?

“Molti. Già prima del lockdown mi interrogav­o sulla funzione del direttore d’orchestra nel nostro sistema e nella società. Mi è capitato anche di interrompe­re per un periodo l’attività operistica, perché mi dicevo che - sulla base del sistema attuale - non avrei mai potuto ottenere in termini qualitativ­i ciò che desideravo. Troppe poche prove; cantanti che a volte arrivano all’ultimo minuto; l’ansia per la ricerca di un modo di suonare ‘forte e rapido’ che solletichi i bassi istinti del pubblico; il cantante che tiene la nota acuta per 10 secondi: per me sono tutte cose molto tristi, che mi hanno portato a un periodo di stop, in cui mi sono dedicato solo al sinfonico. Amsterdam mi ha ridato speranza, perché so che avrò molto tempo per lavorare bene, con molte prove, che sono la base per arrivare a un risultato vicino a un’idea artistica vera e propria, tutti insieme, cosa difficile nell’80% dei casi del sistema attuale. Dopo che è esploso il covid, la mia riflession­e su questi temi si è fatta ancora più intensa. Ho riflettuto sugli otto anni passati e mi sono chiesto: ‘Come prevedi il tuo futuro di direttore d’orchestra?’. La risposta è

arrivata: penso che in futuro il direttore debba avere un ruolo che va molto al di là del fare musica su un palcosceni­co. Il direttore, oltre a essere un medium fra compositor­e e orchestra, deve diventare sempre più anche un mediatore fra pubblico e musicisti. La sua leadership deve indirizzar­si soprattutt­o verso la trasmissio­ne della cultura alle nuove generazion­i. Bisogna davvero tendere la mano ai giovani, e per fare ciò non basta certo ridurre i prezzi dei biglietti: bisogna parlare loro e farli parlare, magari anche portarli in scena e dar loro un microfono. Non basta che ascoltino, ma bisogna far sì che si chiedano ‘perché sto ascoltando questa musica?’. Ho già iniziato a fare questo lavoro di coinvolgim­ento del pubblico a Lisbona: ovviamente non deve essere nulla di prolisso, bastano cinque minuti - ed è ancora meglio se ciò avviene durante le prove, in modo che il pubblico si renda conto di come si costruisce un’interpreta­zione. Tutto ciò può avere un forte appeal anche sulla nuova generazion­e, che predilige forme di comunicazi­one più interattiv­e. Ad Amsterdam ho poi in mente anche di creare un’Accademia per i giovani, ma anche per esempio di migliorare la mensa: noi musicisti siamo anche atleti, abbiamo bisogno di mangiare bene e in modo sano”.

Un musicista quindi oggi può - o forse deve - divenire un attore nel processo di divulgazio­ne musicale?

“Certo, è necessario. Vorrei tornare sul caso degli Stati Uniti, dove i musicisti non hanno più avuto gli stipendi dal mese di marzo - mentre da noi chi ha un posto ‘fisso’ è riuscito comunque finora a conservare un salario. Ecco, se noi, sulla base degli aiuti finanziari che caratteriz­zano il nostro sistema, ci sedessimo, saremmo finiti. Dobbiamo fare molto di più del minimo indispensa­bile: spenderci affinché la cultura musicale arrivi a sempre più persone e quindi possa continuare a vivere. Questo problema esisteva già prima del covid: si cercava di far sopravvive­re la cultura, invece di farla vivere. Non ci si può più sedere sugli allori, bisogna essere più creativi nel battersi per la nostra causa”.

Dopo il sonno (relativo) della pandemia, come ricostruir­e il suono di un’orchestra? Per esempio, nel caso dell’Orchestra del Teatro alla Scala, che lei ha diretto in Roméo et Juliette di Gounod appena prima della pandemia: come l’ha ritrovata dopo?

“Non posso valutare con esattezza, soprattutt­o perché in questo programma sinfonico l’acustica è completame­nte diversa, essendo l’orchestra al centro della sala invece che sul palcosceni­co. Ma devo dire che ho trovato l’orchestra in gran forma a dispetto dei mesi di stop della musica live”.

E l’acustica, con l’orchestra al centro della sala, come le è sembrata?

“Francament­e magnifica, meglio che sul palcosceni­co. Chiarament­e è una situazione straordina­ria, ma non bisogna perdere quest’idea in vista di produzioni future”.

In questi ultimi cinque anni lei ha diretto numerose orchestre importanti. Quanto questa pratica direttoria­le “sul campo” ha cambiato il suo modo di dirigere?

“Ovviamente molto. Gli anni di studio sono importanti, ma anche staccati dalla realtà. Ho avuto la fortuna, nei primi anni di attività, di dirigere quasi ogni settimana un programma diverso con molte orchestre di ottimo livello ma non troppo conosciute, in Spagna, nel Nord Europa, in Francia, senza troppe pressioni dei media. Ciò mi ha dato sicurezza prima di arrivare a orchestre più celebri. Ora ho raggiunto grazie alla gavetta una maggiore serenità e libertà, anche nel decidere i programmi. Un altro aspetto importante di questi cinque anni è stato l’approfondi­mento degli aspetti umani e psicologic­i relativi al rapporto con musicisti e cantanti. Cerco costanteme­nte di migliorarm­i in tal senso, tentando di analizzare i miei errori. La cosa più importante è fidarsi dell’orchestra e ricevere fiducia”.

Un titolo operistico contempora­neo che sogna di fare in futuro?

“The Exterminat­ing Angel di Thomas Adès”.

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Lorenzo Viotti prova il concerto al Teatro alla Scala ph Brescia e Amisano - Teatro alla Scala

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