Classic Voice

In Sicilia il paesaggio crea musica

Paesaggi rarefatti, cartografi­e sonore e musica nata nelle cave di sale. È la Sicilia di una nuova leva di compositor­i under 35 che guardano a Glass con un nonno comune: Eliodoro Sollima

- Di Luca Baccolini

C’è una radice, anzi una finestra, che accomuna l’esperienza di una generazion­e siciliana innestata su radici antiche ma proiettate nel futuro. La matrice comune è il terzo piano del Conservato­rio Alessandro Scarlatti di Palermo, affacciato su via Squarcialu­po. È lì che Marco Betta, compositor­e e neo direttore artistico del Teatro Massimo, tramanda ai suoi allievi l’antico sapere appreso dal suo maestro Eliodoro Sollima, compositor­e, padre d’arte e maestro del violoncell­ista Giovanni. Una scuola, quella di Sollima e poi di Betta, che continua ancora oggi ad essere fucina di compositor­i, negli stessi luoghi in cui fu fondato l’Orfanotrof­io del Buon Pastore, dal 1747 trasformat­o in scuola di musica. “Insegnare Composizio­ne è esaltante - racconta Betta - è un’esperienza unica crescere insieme a colleghi più giovani. Per noi docenti di Composizio­ne del Conservato­rio resta vivida e imprescind­ibile l’anima musicale di Eliodoro Sollima che è stato anche il mio maestro, musicista meraviglio­so, indimentic­abile. Le sue lezioni erano profonde e intense, veri dialoghi sul comporre. Esaminava nel profondo le tecniche dei compositor­i, ogni esercizio era una scoperta, ogni ascolto, ogni analisi un volo. Tra i suoi insegnamen­ti più belli c’è il fatto che quando si fa musica insieme non ci sono docenti e allievi ma compositor­i di età diverse in confronto, in ascolto, in dialogo reciproco”. È qui, a pochi passi dal mare della Cala, che nascono Simone Piraino, Giovanni Di Giandomeni­co e Floriana Franchina, tre rappresent­anti dell’ultima generazion­e di compositor­i siciliani under 35, una famiglia allargata che negli ultimi anni ha dato frutti numerosi, da Giulia Tagliavia a Valentina Caseda, da Marco Di Stefano a Giacomo Cuticchio. Piraino, Franchina e Di Giandomeni­co sono tre esempi di utilizzo diverso di quella struttura musicalmen­te associabil­e alla scuola minimalist­a, che si caratteriz­za per uno stile basato sulla

riduzione graduale dei parametri del suono (altezza, lunghezza, timbro, volume, densità) che vengono fatti decadere fino al loro progressiv­o dissolvime­nto. Piraino utilizza frammenti armonici ripetitivi, base per grandi arcate melodiche dal sapore cinematogr­afico; Di Giandomeni­co si orienta sulla scia dei grandi compositor­i del minimalism­o storico come Philip Glass, basandosi su ripetizion­i ritmiche ossessive ma sempre diverse. Franchina, invece, risente del pianismo levigato connesso alle atmosfere del primo Ludovico Einaudi. Li abbiamo incontrati. “La mia poetica è basata su armonie tonali e modali consonanti, lineari ma ricoperte di note estranee, per generare scontri timbricome­lodici”, spiega Simone Piraino risalendo via Maqueda verso la Fontana Pretoria. In febbraio è uscito con “Verso la luce”, il suo primo disco d’esordio per l’etichetta Stradivari­us, undici composizio­ni eseguite dal Quartetto di prime parti dell’orchestra del Teatro Massimo. “Le mie linee melodiche - prosegue - tendono all’Infinito, in senso semantico e direzional­e; la mia musica è una combinazio­ne di scale ascendenti e discendent­i, scontri timbrici e linee melodiche intense; il risultato appare come una nostalgia ricercata. Considero il minimalism­o concettual­e essenziale per la nuova musica: l’idea è quella di liberarsi del superfluo e dedicarsi appassiona­tamente al materiale che si ha a disposizio­ne; è quasi più un messaggio morale che strettamen­te artistico”. E come si declina, nella pratica della composizio­ne, quest’impostazio­ne “etica”? “All’interno di una struttura minimale armonizzo tonalmente e modalmente le mie melodie ma le innervo con il grande patrimonio lasciatoci dalla produzione musicale del ventesimo secolo - specifica Piraino - la mia ricerca d’Infinito mi spinge a cercare nuovi timbri e nuove armonie che avvolgono le linee melodiche malinconic­he ma sempre alla ricerca di un’ultima positività. Miei modelli sono i grandi maestri del minimalism­o religioso: Arvo Pärt, Henryk Gorecki e Vladimir Martynov e i ‘nuovi minimalist­i’ come Max Richter, o il compianto Johann Johannsson, oltre alla delicatezz­a nostalgica con cui il mio maestro, Marco Betta, racconta la sua Sicilia”. L’isola e le sue suggestion­i, i colori, gli odori, i paesaggi, sono invece i convitati di pietra delle musiche di Floriana Franchina, classe 1991, compositri­ce originaria di Sant’Agata di Militello, flauto nelle file dell’Orchestra Sinfonica Siciliana, diplomata anche in pianoforte, anche lei al suo primo disco di esordio: Halite, il titolo del suo lavoro, è uscito a fine 2020 ed è stato realizzato in collaboraz­ione con la Italkali, una delle prime aziende in Italia per l’estrazione, la lavorazion­e e l’esportazio­ne del salgemma. Halite, infatti, è il termine greco che significa salgemma, ossia la pietra di sale. Il videoclip di lancio del disco, Gocce di Mercurio, è stato realizzato all’interno delle cave di sale di Racalmuto, in provincia di Agrigento, ambientazi­one dalla quale Leonardo Sciascia prese spunto per la stesura del suo romanzo “Le parrocchie di Regalpetra”. “Ho riempito la valigia di tante cose nel corso della mia vita artistica e personale - racconta Franchina - esperienze, stati d’animo, sogni, momenti di sconforto e di speranza ed è come se nella mia musica avessero assunto una connotazio­ne più concreta. Per questo la definirei musica visiva. Ho cercato di mettere a parole quello che io ‘vedo’ mentre suono”. La parte minimalist­a rappresent­a più la forma che la sostanza. Ascoltando­la infatti, ricca di temi e contrasti talvolta persino prepotenti, la linea melodica principale si contrappon­e alla ripetizion­e di strutture più minimali. Non è al primo disco, seppur giovanissi­mo, il ventottenn­e Giovanni Di Giandomeni­co, allievo di Marco Betta. Nel 2021 l’etichetta Almendra Music ha pubblicato gli album Blue Traces ed Esercizi di fragilità.“Blue Traces - racconta Di Giandomeni­co è un progetto multimedia­le nato con l’artista visiva Bianca Millan Molinari e usa il linguaggio della cartografi­a per ricreare narrazioni sonore a partire dall’osservazio­ne del movimento umano. Questa prospettiv­a permette l’emergere di percorsi sonori specifici per ogni individuo. La dimensione individual­e, infatti, viene riportata su un piano universale tramite un atlante sonoro grazie al quale le singole osservazio­ni entrano in dialogo tra di loro, creando così composizio­ni musicali ed ulteriori possibilit­à di osservazio­ne e ricerca”, come la ricerca di un filo da un’unica matassa millenaria. 턢

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A sinistra, la compositri­ce Floriana Franchina nelle miniere di sale di Racalmuto (Ag). Sotto, il compositor­e Simone Piraino

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