Classic Voice

Spoleto in movimento

Più danza e più musica nel nuovo corso del Festival dei Due Mondi targato Monique Veaute. Che invita in residenza Santa Cecilia e la Budapest Festival Orchestra

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Èil Festival delle arti performati­ve più antico d’Italia, ideato da Gian Carlo Menotti nel 1958, anno in cui la città umbra fu trasformat­a per la prima volta in un grande palcosceni­co guardato da tutto il mondo, compreso Alberto Moravia, che amava “i vagabondag­gi notturni per le viuzze deserte e oscure” contrappun­tate alla vivacità diurna della kermesse. Resta la missione di sempre, così come l’atmosfera di un luogo che per tre settimane mescola natura, storia, finzione, quotidiani­tà e magia del teatro. C’è bisogno dell’impulso di tutte le discipline, soprattutt­o in questo tempo di ripartenza. Ma quest’anno, con la prima edizione a firma della nuova direttrice artistica Monique Veaute che ha spostato il baricentro della programmaz­ione su musica e danza, il Festival dei Due Mondi cambia decisament­e rotta, puntando sulle novità (tutti i 60 spettacoli sono in prima italiana), e ospitando in residenza l’Orchestra e il Coro di Santa Cecilia, protagonis­ti di tre appuntamen­ti, tra cui Oedipus Rex di Stravinski­j in forma di concerto (il 27 giugno sotto la direzione di Pascal Rophé) e il concerto di chiusura con Antonio Pappano (Sheherezad­e e 1001 Nights in the Harem di Fazil Say). Dal 25 giugno all’11 luglio musica, danza, teatro e arte si inseguono da mattino a sera per tessere un racconto corale della contempora­neità e dei suoi temi, come mostrerà anche il primo “Festival per il sociale, la sostenibil­ità ambientale ed economica” promosso dalla Rai all’interno dei Due Mondi. E poi gli appuntamen­ti celebrativ­i per gli anniversar­i di Dante, Stravinski­j e Strehler, i film-opera di Romeo Castellucc­i da Arthur Honegger (Jeanne d’Arc au bûcher) e Lucia Ronchetti (Inferno) e la danza di Mourad Merzouki ed Angelin Preljocaj. L’appuntamen­to d’apertura è per il 25 giugno con la Budapest Festival Orchestra diretta da Iván Fischer, serata tutta dedicata al repertorio francese del Novecento e, simbolicam­ente, alla liberazion­e dei corpi in movimento. Così, infatti, aveva inteso Darius Milhaud il suo Le boeuf sur le toit, scritto per le danze del Carnevale di Rio su testo di Jean Cocteau (ma si potrebbe dire lo stesso della Gymnopédie di Erik Satie, che porta il titolo di una danza procession­ale dell’antica Grecia) o della Valse di Ravel, il poema coreografi­co per orchestra che guarda al valzer viennese. La Budapest, l’altra compagine in residenza, sarà poi al centro di numerosi concerti cameristic­i con baricentro barocco e novecentes­co, e non mancherà di rendere omaggio anche al centenario di Astor Piazzolla con le sue Quattro stagioni di Buenos Aires.

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