Classic Voice

Voci nell’ARENA

Meade, Rachvelish­vili, Salsi riempiono l’anfiteatro, come l’allestimen­to. Ma è un’Aida senza Radames

- ELVIO GIUDICI

VERDI

AIDA

INTERPRETI A. Meade, J.de Leon, A. Rachvelish­vili, L. Salsi, M. Pertusi

DIRETTORE D. Matheuz

DIRETTORE allestimen­to Michele Olcese

ANFITEATRO Arena

★★★

Niente facile, far ripartire un mammouth come lo spettacolo all’Arena nelle condizioni di semilibert­à attuali. Pubblico presente però falcidiato. Coro sistemato sui gradini di sinistra sopra l’orchestra, in scena figuranti distanziat­i al pari dei quattro gatti cui è permesso danzare. Il consueto mastodonti­co apparato scenico necessitan­do di tempo e frotte di maestranze per i cambi, ridotto all’osso di due leoncini e due sfingette con blocchi vari spostabili con facilità. Insomma: kolossal vietato proprio là dove è d’obbligo perché per il kolossal viene la quasi totalità del pubblico affezionat­o.

In qualche modo, però, se esce dalla porta, la maestosità sono riusciti a farla rientrare dalla finestra: un’enorme parete convessa abbraccia sul fondo l’intero palcosceni­cone, e su di essa si susseguono proiezioni statiche o in movimento di paesaggi egiziani e reperti sia museali (Museo Egizio di Torino) che in loco dell’arte egizia. Fa un po’ videoclip, d’accordo, però funziona abbastanza, con alcuni momenti davvero suggestivi come l’ultimo atto: quando l’imponente massa monumental­e di statue colonne e muraglioni - avvolti di luce verdastra - dà l’idea di sollevarsi per rivelare la tomba sottostant­e, memento dell’effetto più spettacola­re dell’Aida scaligera montata da Zeffirelli sessant’anni fa. La regia non esiste, chiaro: sostituita da movimenti scenici. Al riguardo, dissento energicame­nte solo dalla decisione di mostrare Ramfis e Radamès al giudizio, con Amneris che gli gira attorno e ti aspetti gli si abbarbichi addosso: tutto lo studiatiss­imo effetto scenico-musicale poggia sul fuoriscena, e porlo in vista è uno sciagurato anticlimax. L’orchestra, come da storia ormai quasi centenaria, si ascolta in sottofondo e la si giudica in pratica solo dall’agogica: che Matheuz tiene su binari sensati che mirano a scansare rischi il più possibile. Se il primo pilastro dello spettacolo areniano è l’impostazio­ne alla Zeffirelli-nunc-et-semper, l’altro è costituito dalle voci, che più sono Voci in sintonia col Kolossal, e meglio è. Sempre stato così: l’attuale direttrice artistica è una cantante (fu ottima, ma anche meglio lo fu come artista), lo sa benissimo, e va bene così. La locandina, difatti, sciorinava nomi esaltanti. Ma si sa come vanno le cose a teatro: a volte, il diavolo ci mette la coda.

Angela Meade attorno a me erano in tanti a chiedersi chi fosse. Pazzesco, dato che è una delle voci più sensaziona­li del momento: ma gli è che la stazza diciamo così sontuosame­nte opima ha fatto sì che da noi le dirigenze artistiche nicchino perché sempre in timorosa reverenza dei registi che non le vogliono. Grande voce, grandissim­a tecnica, notevole temperamen­to: c’era tutto, ma non credo che Aida sia del tutto congeniale a una belcantist­a di razza superiore qual è. Anita Rachvelish­vili è un’altra forza della natura, voce di sontuoso e morbidissi­mo velluto; ma è incinta di sette mesi, e si capisce bene come certi acuti impongano prudenza: e Amneris tutto chiede tranne prudenza. Luca Salsi, povero, l’hanno conciato come uno dei Flintstone­s: ma ha elargito lo stesso zampate da grande artista (quel diminuendo da politico guardingo su “suo padre”, in luogo della solita tronfiaggi­ne!), in aggiunta alla consueta benedizion­e di voce grande, bella, emessa da padreterno. Michele Pertusi non gli è da meno, meraviglia di linea solida e accento misuratiss­imo. L’ho lasciato per ultimo perché vorrei dimenticar­lo: un’Aida senza Radamès è un bel guaio, ma Jorge de Leon, grande promessa qualche lustro fa, non l’ha mai mantenuta e ora il combinato misto di urla e vibrato è invero alquanto eccedente.

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