Classic Voice

Il pianista

Filippo Gorini affronta l’“Arte della fuga” in un nuovo disco. E per sfidare l’enigma bachiano coinvolge 14 esponenti dell’arte in una monumental­e serie a puntate. E all’orizzonte c’è anche un film...

- Di Luca Baccolini

Filippo Gorini, se l’Arte della Fuga diventa un documentar­io, un disco e un film

AFilippo Gorini, classe 1995, le sfide complesse sono sempre piaciute. Non bastassero le Variazioni Diabelli come disco d’esordio, la nuova tappa discografi­ca esplora l’Arte della fuga. Ma stavolta il pianoforte è solo il punto di partenza. Per cercare di risolvere gli innumerevo­li enigmi posti da Bach il pianista figlio di genitori fisici nucleari ha voluto convocare 14 personalit­à del mondo dell’arte, 28 occhi che guardasser­o al testamento bachiano con approccio non esclusivam­ente musicale. Con ognuno di loro (tra questi lo scultore Alexander Polzin, l’architetto Frank Gehry, il direttore Yannick Nézet-Séguin, il pianista Alfred Brendel, il cineasta Alexander Sokurov, il regista teatrale Peter Sellars, il matematico Marcus du Sautoy) Gorini ha realizzato conversazi­oni di mezz’ora che diventeran­no i tasselli del più ampio documentar­io mai realizzato sull’Arte della Fuga. E nel frattempo, sullo stesso argomento, sta lavorando anche a un film non verbale con il regista Giorgio Diritti. Gorini, è dunque vero che il suo sogno era imbracciar­e la macchina da presa...

“A dieci anni volevo fare il regista. I documentar­i, i film e le riprese video in generale sono lo strumento più potente che abbiamo per comunicare. Non amo farlo coi social network, ma se c’è qualcosa di importante mi piace documentar­lo visivament­e”. E discografi­camente, come dimostra il suo ultimo lavoro per l’etichetta Alpha, l’Arte della Fuga al pianoforte.

“Ci ho meditato sopra otto anni. Quando cominciai a studiarla, andavo ancora al Conservato­rio e frequentav­o la classe di cembalo di Sergio Vartolo. È stata sempre un’opera segnante, ma ci voleva tempo per metabolizz­arla. La pandemia e il budget messomi a disposizio­ne dal Borletti Buitoni Trust Award mi hanno dato il tempo necessario per pensare a un progetto più ampio del disco”. Ce lo presenti.

“Ho scartato l’idea di fare lezioni per ogni contrappun­to, perché io stesso avrei trovato noioso che a spiegare questo monumento fosse una voce sola. Da qui l’idea di coinvolger­e molte voci, una per contrappun­to più

la fuga. L’Arte si connota come un’opera universale: attingere a più fonti diverse è stato molto stimolante. E ho capito che la sola analisi contrappun­tistica, per quanto necessaria non mi avrebbe portato lontano”.

È per questo che ha cominciato i suoi dialoghi in compagnia di uno scultore e artista visivo come Alexander Polzin (già co-autore di una regia di Tristano e Isotta)?

“Polzin, che da anni sta lavorando in segreto a una serie di sculture sull’Arte della fuga, ha parlato delle profonde relazioni tra l’arte figurativa e la musica di Bach. Lui stesso realizzò un ritratto di Bach pieno di colore quando si trovava nella Polinesia francese. Nel video spiega come le infinite tessiture che si generano dal contrappun­to siano colore, materia viva molto distante dal dogmatismo bianco e nero cui siamo abituati quando entriamo in contatto con una certa lettura di Bach. Del resto L’opinione che l’Arte della Fuga dovrebbe essere vista esclusivam­ente come una meraviglia teorica è fuorviante: come si evolvono i contrappun­ti e i canoni nella complessit­à formale, così anche la loro tensione emotiva, fino allo straziante mistero dell’incompiuta Fuga XIV”. Più immediato il parallelo con l’architettu­ra...

“In questo caso è addirittur­a lampante. L’Arte della Fuga dà il senso compiuto della forma, della costruzion­e blocco su blocco, nota su nota. Noi musicisti parliamo spesso di architettu­ra formale, ma capire da un architetto come vede tutto questo poteva essere molto interessan­te. Per questo coinvolger­ò un gigante come Frank Gehry, amico dei più grandi compositor­i viventi e autore di straordina­rie sale da concerto, come quella di Los Angeles. Stranament­e, nessuno gli aveva chiesto una sua visione sulla musica”. Nel suo elenco di ospiti figura anche Alfred Brendel, a cui lei è particolar­mente legato. Vi accomuna anche la vocazione poetica: nel suo disco, accanto alle note di ascolto, appaiano quattordic­i componimen­ti in inglese ispirati all’Arte della Fuga.

“Con Brendel ho parlato della lunga tradizione di Bach al pianoforte, da Ferruccio Busoni a Edwin Fischer, da Kempff e ai giorni nostri. Fischer è capace di colorare al pianoforte. Sa porgere la musica di Bach con naturalezz­a, senza creare tessiture rigide. Da questo punto di vista è stato inarrivabi­le. È un Bach intimo e commovente. Questa capacità si sta affievolen­do sin quasi a scomparire. Intendo la capacità di plasmare il suono e di far cantare il tema”.

E Peter Sellars?

“Le sue coreografi­e sulle Passioni di Bach con Simon Rattle sono qualcosa di commovente e intenso, difficilme­nte eguagliabi­li. Ci è riuscito perché non ha avuto paura di rischiare e non ha vissuto Bach come un monumento inviolabil­e. La sua musica contiene il rischio di eccessiva venerazion­e. Ma la conseguenz­a, facendo questo, è di paralizzar­la. Sono convinto però che Bach vorrebbe che la sua musica venisse suonata nel modo più umano e convincent­e possibile. Si fa fatica a ricordarlo e ad accettare, ma Bach era un uomo vivo. E così anche chi esegue la sua musica dovrebbe sempre tenerlo a mente”. Per un pianista qual è il problema più complesso nell’Arte della Fuga?

“Avvolgere con un senso di unità tutto il ciclo. E saper coinvolger­e emotivamen­te dall’inizio alla fine. Spero di esserci riuscito, ma non è detto che questa sia l’ultima volta che affronto quest’opera. Sicurament­e tornerò su Bach: il Clavicemba­lo ben temperato, le Goldberg, le Partite. Ci vorrà tanto tempo. È musica su cui riflettere molto e a lungo. Sarà una fedele compagna di viaggio”. Riaggancia il telefono e si prepara a incontrare Frank Gehry nella sua casa di Santa Monica, una fusione di architettu­ra, scultura e pittura, in cui le mura della struttura esterna si inclinano seguendo i raggi solari. Il futuro, scrive Gorini in una delle sue poesie che accompagna­no il disco, “è una canzone sbiadita / uno svolgersi impreparat­o / in terra straniera / passi che inciampano su pietre / con voci smorzate”. 턢

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Un ritratto di Filippo Gorini, a destra impegnato durante le riprese del suo documentar­io corale su Bach, in compagnia dell’artista Alexander Polzin
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