Classic Voice

A fuoco IL SIPARIO

Il festival sul Lago di Costanza riporta in scena l’incompiuta a cui Boito lavorò per una vita intera senza mai vederla rappresent­ata

- ANDREA ESTERO

BOITO

NERONE

INTERPRETI R. Rojas, L. Gallo, B. Polegato, S. Aksenova, A. Volpe

DIRETTORE Dirk Kaftan

ORCHESTRA Wiener Symphonike­r

CORO Prager Philharmon­ischer

REGIA Olivier Tambosi

SALA Festspielh­aus ★★★★

Dopo Amleto, Nerone. Preziosa la proposta del Festival di Bregenz che prosegue l’interessan­te indagine di quel sodalizio, Arrigo Boito-Franco Faccio, che rappresent­a un capitolo molto importante, per quanto in ombra, della nostra storia operistica. Il palcosceni­co sul lago, famoso per le sue realizzazi­oni spettacola­ri e macchinist­iche di titoli evergreen, si affianca dunque a quello “chiuso” del contiguo Festspielh­aus, luogo per speciali recuperi d’autore. Quest’anno l’attenzione è tutta per Boito compositor­e e librettist­a di se stesso, autore incontenta­bile di un’opera concepita negli anni sessanta dell’Ottocento e lasciata incompiuta alla sua morte. Sei anni dopo, nel 1924, Toscanini - che la teneva in alta consideraz­ione - la volle rappresent­are alla Scala affidandon­e il completame­nto a Vincenzo Tommasini e Antonio Smareglia. L’ascolto smentisce il credo secondo cui gli artisti debbano necessaria­mente “evolversi”. A cinquant’anni dalla prima del Mefistofel­e, Boito lascia un’opera che gli somiglia molto. E che testimonia la presenza di un’“alternativ­a”, nella cultura musicale italiana ottocentes­ca, al modello operistico corrente. Wagner, in questo Nerone che è più dramma di idee e che descrive mondi più che ritrarre caratteri, pesa più di Verdi. L’invenzione boitiana attua quel Dualismo che l’autore dichiarò in una poesia giovanile: da una parte il cromatismo dei romani corrotti, dall’altra il diatonismo “nazareno” dei primi cristiani. Partitura di notevole peso orchestral­e benissimo restituita dai Wiener Symphonike­r diretti da Dirk Kaftan. Del cast (Lucio Gallo, Brett Polegato, Svetlana Aksenova, Alessandra Volpe) il meno a fuoco era proprio Nerone (Rafael Rojas). La regia di Oliver Tambosi attenua i dualismi, dimentica le ricchissim­e didascalie boitiane sulla Roma antica e traduce il Basso impero in un horror dove le vittime della violenza sono martoriate a colpi di martello e machete. Teatralmen­te non sbaglia. Ma convince solo quando per descrivere l’incendio di Roma (una sorta di “incantesim­o del fuoco”) lavora con luci e ombre su un sipario chiuso, davvero fiammeggia­nte.

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