Corriere del Mezzogiorno (Campania)

I nostri kamikaze

- Di Massimilia­no Virgilio

Esiste nella nostra città una silenziosa zona di disperazio­ne, che va dal centro alle periferie e ritorno, di cui raramente ci accorgiamo.

È una zona fatta di disagio economico, sociale e psichico, il suo nome è miseria. Odora di tufo e umidità, ha la faccia di quei napoletani dalla lingua sgangherat­a che non somiglia in niente a una commedia di Totò e dalle fattezze primitive mille miglia lontane dall’attuale rappresent­azione televisiva del napoletano-tipo.

È una parte di città che vivacchia sulla cresta di un’illegalità che i benpensant­i condannano senz’appello, senza che però mai a nessuno di questi sia saltato in mente di occuparsi delle altrettant­o illegali condizioni in cui è lasciata questa massa enorme di persone da chi avrebbe più potere, istruzione e capacità. Di tanto in tanto, però, questa zona di disagio affiora sulle prime pagine dei giornali, qualche volta si guadagna la ribalta nazionale, ma perlopiù dura il tempo di un refresh sulle nostre bacheche social. Per il resto, noi tutti cerchiamo di tenere alla

larga questa miseria umana dalle nostre vite ordinate, eppure sappiamo che esiste. Spesso abita a pochi metri da noi. Così è successo che l’altro ieri una famiglia in quella parte della città più antica, tra Montesanto e i Quartieri Spagnoli, sia stata distrutta dall’esplosione di una bombola del gas, trasformat­a per l’occasione in un micidiale ordigno, in reazione del tutto sproposita­ta a uno sfratto.

Probabilme­nte, come riportano tutti i media, l’uomo che ha trasformat­o quella bombola in uno strumento di morte, aveva dei problemi che oltrepassa­vano la sfera del disagio economico. Eppure, se così fosse, la questione sarebbe ancor più grave. Perché stiamo parlando di persone ai margini della nostra città nel cuore stesso della città, di invisibili con una sfilza di problemi che non basterebbe un articolo di giornale per citarli tutti, a cui viene negato il diritto ad avere un ultimo appiglio in questo mondo: la casa. In un certo senso – che forse potrà apparire un po’ azzardato – chi ha creato quella bomba involontar­ia somiglia a uno dei tanti kamikaze di cui ciclicamen­te riceviamo notizia nelle città europee afflitte da attentati. Non per stabilire, sia beninteso, una comune matrice terroristi­ca, ma per sancire un principio di disagio simile, quella sorta di scollament­o dal reale e da una comunità che lega tutti i soggetti border line.

Ben prima di incontrare un ufficiale giudiziari­o o di doversi scontrare con le legittime richieste di un proprietar­io di casa, quali possibilit­à ha avuto quel nucleo familiare debole di incrociare dei servizi sociali in grado d’una reale presa in carico? Esiste una politica abitativa efficace nella nostra città per i più poveri? Qual è il protocollo da osservare in caso di sfratti nei confronti di soggetti così problemati­ci? Possibile, insomma, che dalle nostre parti sia tutto delegato al volontaris­mo e alla speranza che anche i nodi più complicati finiscano sciolti da constatazi­oni amichevoli, senza che mai l’applicazio­ne delle regole sia realizzata per aiutare i cittadini e non per nuocervi? L’altro ieri c’è mancato poco di dover conteggiar­e altre due vittime per l’impossibil­ità da parte dell’ambulanza di arrivare sul luogo dell’incidente a causa del solito, deficitari­o senso civico di molti nostri concittadi­ni.

Possiamo dunque fare un patto e chiedere, in quanto membri di una stessa comunità, il rispetto massimo dei nostri diritti e allo stesso tempo una vigilanza senza sconti sui nostri doveri? O nella città del miracolo permanente questa possibilit­à è del tutto esclusa?

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