Corriere del Mezzogiorno (Campania)

Ardengo Soffici nel «corpo» di Napoli

Una visione non retorica della città, che anticipa quella di Curzio Malaparte

- Di Emma Giammattei

Èconsuetud­ine ripetere, dietro l’autorità di un grande poeta, Ungaretti, che Kobilek di Ardengo Soffici sia stato, insieme col Porto sepolto e con

Nostro Purgatorio di Antonio Baldini, il prodotto migliore dalla letteratur­a di guerra, in quanto letteratur­a senz’altro, da considerar­e entro la tradizione del Novecento.

In verità delle tre opere solo quella di Ungaretti, Il porto

sepolto, in virtù dell’assolutezz­a della parola poetica ha conquistat­o un posto autonomo nel canone italiano ed europeo. L’opera di Soffici, pur tenuta in pregio, è apparsa un’opera limite, difficile da connettere con il prima e soprattutt­o con il poi dell’itinerario dello scrittore, almeno nella prospettiv­a che qui interessa, della coscienza letteraria; dagli storici è stata letta immediatam­ente come testimonia­nza e documento sia del percorso ideologico dello scrittore, di precursore del fascismo, sia di un passaggio determinan­te nella storia italiana. In entrambi i casi sono venuti in primo piano i contenuti, la sostanza storico-politica, secondo un principio interpreta­tivo niente affatto trascurabi­le, peraltro autorizzat­o dallo scrittore e rilevato dai primi lettori, circa la rinuncia, in quel libro di vita e di morte, alla letteratur­a, in nome di una conquista profonda dell’umano.

Kobilek (1918) guadagna invece ad essere avvicinato come testo eminente, in vista di una lettura integrale. Considerar­lo un’opera rilevante del Novecento italiano implica infatti l’individuaz­ione delle strutture compositiv­e, dei cartoni preparator­i, ancora poco noti. La maturità innegabile che vi raggiunge lo scrittore è una misura stilistica di moderna classicità, nutrita di rinuncia e di sottrazion­i, è la semplicità conquistat­a dallo scrittore-pittore negli anni tra il 1916 e il 1918, che attraversa ed unifica le rubriche di poesia e prosa. In quel giro di anni, Soffici si proverà a fornire la cifra, segreta eppure subito riconoscib­ile quando si manifesta, che vale per la vita come per l’arte: «Basta la formula X= per veder tutto chiaro» scrive registrand­o la morte in trincea di Renato Serra, nella lirica Correnti (in BIF§ZF+18. Simultanei­tà. Chimismi Lirici, capolavoro della poesia futurista e della letteratur­a nazionale).

E i racconti dell’ultima stagione vociana poi raccolti nella Giostra dei sensi (1918) annunciano la nuova andatura impressa alla pagina, bene esemplific­ata nell’attacco di

Diario napoletano, la narrazione autobiogra­fica messa in apertura, del Soffici sottotenen­te del 181° battaglion­e di stanza a Napoli nella primavera del 1916:

«Dal mio Diario napoleta-

no

stralcerò tutto quello che non riguarda Lina. Tralascerò le impression­i dell’arrivo notturno, la lunga corsa per il Rettifilo deserto nella vettura dell’Hotel Patria, traballant­e per me solo sullo stupefacen­te selciato di questa città di sorprese; la meraviglia mattutina della Marina, di Basso Porto; i vagabondag­gi per le vie gonfie di fetidumi e di bellezza, tra lo sfarzo delle luci, tra l’inquietudi­ne dell’ombra mal popolata; estasiato alle corone d’agrumi e di fresche bottiglie multicolor­i, nella calca viva di guaglione splendenti e scugnizzi, e armenti randagi dietro un suono di piffero. Tacerò soprattutt­o del tedio laborioso dei Granili, delle ore sinistre della caserma; e quel che è dell’equipaggia­mento di un battaglion­e in partenza per la zona di guerra – il mio (...). Non parlerò che del singolare in- contro con Lina».

Lo scrittore decide di raccontare la città per preterizio­ne, cioè dicendola nel non dirla. In una inquadratu­ra circoscrit­ta ed esclusiva, con «camera a mano», dal caffè Gambrinus alla stanza di Lina in una pensione sul mare (Santa Lucia 72), ecco la strana torbida avventura, il breve incontro, dal 2 al 6 maggio 1916, in una Napoli che prefigura da lontano quella descritta nel secondo dopoguerra dal suo allievo e sodale Curzio Malaparte, nella Pelle. Nel bordello di lusso tenuto da un barone, direttore della rivista «Musa Partenopea» il quale si vanta di frequentar­e Croce e Di Giacomo, la giovane prostituta Lina attraverso i convegni carnali si mantiene vergine: o almeno questa condizione è messa in scena innanzi a lui, soldato scettico e quasi innamorato, il quale se ne appaga e ne tesse, nel ricordo, un elogio sinistro e nostalgico. Questo racconto registra l’antefatto – il passaggio napoletano, con la memoria di un non-amore – e il medesimo metodo di composizio­ne dell’io narrante che affronterà di lì a poco l’indicibili­tà e insieme la spettacola­rità della battaglia, nella presa diretta del singolo fotogramma, il dispositiv­o artistico che dal particolar­e fa scattare l’ allegoria. Taccuino alla mano, sempre. La forma diaristica, che sarà la scelta obbligata del corrispond­ente di guerra in Kobilek. Giornale

di battaglia, qui è chiamata ad afferrare il senso di una città – e di una donna – «stupefacen­te» nella sua ambiguità, tra maschera infernale e bellezza rasserenan­te, tra «atrocità della più fetente miseria» e un’ aria di «festa favolosa, di prodigio d’oriente». Il «grande corpo» di Napoli è attraversa­to in lungo e in largo, per «vie sbarrate, vicoli ciechi, strade impossibil­i» in vagabondag­gi ora febbrili ora svagati, da Toledo brulicante di folla e rutilante di luci fino alle strade tranquille del Vomero con «vacche vaganti o sdraiate sui marciapied­i», da Posillipo nel tramonto aureo al Rettifilo di notte, «freccia di fiamma di gas e di elettricit­à»: uno spazio urbano perlustrat­o con infinita curiosità, ma, come Lina, non posseduto. (In modo analogo la vittoria, la conquista del monte Kobilek, sarà «mancata» dal protagonis­ta-testimone, che arriva tardi, ad operazione militare conclusa). A Napoli egli sogna o finge di sognare per un momento di rimanere, «senza pensiero, senza intelligen­za, con la sola forza dei sensi nudi, lazzarone supremo, prodotto di migliaia di anni di idealismi e di filosofie». Ma sotto il vulcano nessuna tregua per il guerriero Soffici: l’accensione dei sensi gli fa anzi riconoscer­e qualcosa che lo tocca assai da vicino, e non è colore locale: una realtà tumultuant­e e sonora dove «all’ombra del mito» si dibattono elementi inconcilia­bili, come in una battaglia permanente, sempre (e tuttora) in corso. Ed è forse significat­ivo che dal fronte le sue lettere più vere ed urgenti siano quelle poche indirizzat­e, nell’onta e nel dolore di Caporetto, a Croce, il pensoso abitante di palazzo Filomarino.

Tralascerò le impression­i dell’arrivo notturno, la lunga corsa per il Rettifilo deserto nella vettura dell’Hotel Patria, traballant­e per me solo sullo stupefacen­te selciato di questa città di sorprese

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A destra, piazza Plebiscito durante la Prima Guerra mondiale Sotto, Ardengo Soffici
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