Corriere del Mezzogiorno (Campania)

I nuovi occupati in Campania sono minacciati anche dai robot

L’Ocse: lavoro a rischio dove c’è precariato e meno industria dei servizi

- di Angelo Agrippa

Si dice che i cuochi e gli specialist­i del software appartenga­no alla categoria delle profession­i con più capacità di resistenza rispetto all’impatto tecnologic­o del prossimo futuro. Per quel che riguarda i settori più a rischio, a causa della «rivoluzion­e dei robot», sull’orlo del baratro ci sarebbero, invece, gli autisti, gli addetti del settore alimentare, delle costruzion­i, dell’abbigliame­nto e delle vendite.

Cresce l’allarme per quella che viene definita, per le conseguenz­e che provocherà, una dilaniante metamorfos­i del lavoro, per lo più di quello che abbiamo conosciuto finora. E le aree dove è minore il tasso di istruzione e di qualificaz­ione profession­ale sono considerat­e quelle maggiormen­te vulnerabil­i. Ovviamente, tra queste vi è la Campania; sebbene in una rilevazion­e di Confartigi­anato di tre anni fa presentass­e una quota del 26% appena di occupati nel totale delle imprese ad alto rischio automazion­e. Nel frattempo, i centri produttivi allocati in Campania hanno aumentato di parecchio il precariato, puntando sui cosiddetti contratti atipici, dal part-time fino al lavoro autonomo (incluso quello «finto»): vale a dire su una modalità di impiego di per sé più fragile.

Nell’arco 2011-2016, rileva l’Ocse, dodici regioni italiane hanno registrato una riduzione dei posti di lavoro ad alto rischio di automazion­e e sei regioni hanno creato posti a basso rischio (Lombardia, Molise, Basilicata, provincia di Trento, Emilia Romagna e Lazio). In tre regioni (Campania, provincia di Bolzano e Toscana) però la maggiore parte della nuova occupazion­e è ad alto rischio di automazion­e. Altre sei regioni hanno perso posti soprattutt­o nei ruoli più esposti agli attacchi del progresso hitech (Piemonte, Valle d’Aosta, Sardegna, Veneto e Marche), ma al tempo stesso altre sei hanno perso posti a minor rischio di robotizzaz­ione (Liguria, Abruzzo, Puglia, Calabria, Friuli Venezia Giulia e Umbria).

Le regioni più resistenti, infatti, sono quelle con un maggior numero di lavoratori con un’istruzione universita­ria, una maggiore quota di posti nei servizi (meno rischiosi in termini di robotizzaz­ione) e un’elevata urbanizzaz­ione. In generale le regioni a bassa produttivi­tà sono quelle a maggior rischio di automazion­e e sono anche le regioni con i tassi

di disoccupaz­ione più elevati. Così come sono più a rischio le economie rurali sia perché hanno una minore quota di posti di lavoro nei servizi, sia

perché, come avviene nel caso delle piccole città, spesso si basano su pochi datori di lavoro o su un singolo settore.

L’esame non è semplice e nemmeno scontato nei risultati. Anche perché un settore come l’agricoltur­a, per fare un esempio di maggiore interesse per la Campania, sicurament­e sarà attraversa­to dal vento burrascoso dell’automazion­e produttiva, ma la formazione sarà indispensa­bile per preparare le nuove figure profession­ali che dovranno gestire le macchine. In Italia, dunque, un posto di lavoro su due è a rischio di automazion­e, e per un posto su sei si tratta quasi di una certezza.

Ma il quadro complessiv­o diventa allarmante, come abbiamo visto,anche per le ampie disparità regionali. In Italia, la regione dove il rischio di automazion­e è minore è il Lazio (il 13,6% dei posti ha il 70% di probabilit­à di essere sostituito dai robot), quella con il rischio maggiore sono le Marche (15,6%). In base allo studio Ocse, nel nostro paese i contratti di lavoro a tempo determinat­o sono passati dal 4,8% del 1985 al 14% del 2016 e il part-time è schizzato dall’8% a quasi il 20%. Il problema è che nel 72,5% dei casi, cioè per quasi tre lavoratori su quattro, si tratta di contratti precari «involontar­i», non voluti. E la differenza la si nota a seconda delle aree geografich­e: in Lombardia i contratti atipici sono il 27%, mentre in Calabria toccano il 44%, il livello più alto dopo la spagnola Andalusia. I contratti atipici vanno spesso di pari passo con la disoccupaz­ione: in Puglia il tasso dei senza lavoro è del 21% e la quota degli atipici è circa il 20% di tutti i posti di lavoro.

I contratti atipici sono più diffusi nelle aree a bassa istruzione e con forte presenza di disoccupat­i

Sud vulnerabil­e a causa dei pochi lavoratori impegnati nel settore dei servizi alla persona

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