Corriere del Mezzogiorno (Campania)

Al San Carlo c’è il Nabucco Il vero esilio? È dall’amore

Stasera al San Carlo «Nabucco» che dialoga con «Mosè» di Rossini visto a marzo L’opera verdiana rappresent­a, infatti, un pezzo della storia del popolo ebraico La figura più avvincente è quella femminile della giovane Abigail, figlia di schiavi

- Di Eduardo Savarese a pagina

La stagione del teatro San Carlo si avvia a chiusura con Nabucco, opera giovanile particolar­mente baldanzosa di Giuseppe Verdi (la sua terza: prima esecuzione a Milano il 9 marzo 1842). Non credo ci sia stato un piano consapevol­mente coerente nello scegliere, per la stagione lirica quasi conclusa, due titoli che sono in profonda comunicazi­one l’uno con l’altro. Ma ciò che conta è l’esito. Ed è particolar­mente significat­ivo assistere ora al Nabucco, dopo che, a marzo, è stato messo in scena il Mosè di Rossini, il quale, come l’opera verdiana, rappresent­a un pezzo della storia del popolo eletto da Dio, e delle sue dolorose peripezie. Se nel

Mosè è la tormentosa uscita dall’Egitto a essere narrata fino all’aprirsi delle acque del Mar Rosso, in Nabucco il porifiutat­o: polo ebraico è alle prese con la furia distruttri­ce e sacrilega del re degli Assiri, e con la afflitta fase della cattività babilonese.

In entrambe le opere, il momento della preghiera corale è al centro dell’ispirazion­e musicale e della resa drammatica. Il celeberrim­o

Va’ pensiero tende le mani idealmente al rossiniano Dal

tuo stellato soglio, e la lontananza nostalgica di un popolo in esilio, metafora più ampia di un esilio esistenzia­le dell’uomo rispetto alla sua Origine, trova la sua espression­e perfetta (tra il singhiozzo e il respiro sincopato) nell’arpa.

Verdi sceglie di aderire alla versione, tra il religioso e il mitologico, che vuole il re assiro Nabucco uscire di senno dopo aver offeso l’unico e vero Dio di Israele, vagare solitario e quasi selvaggio (nel testo biblico nel deserto, in Verdi nelle sale del suo palazzo dov’è chiuso, prigionier­o), e finalmente rinsavire, convertend­osi a quel Dio, liberando gli Ebrei, e abbattendo l’idolo della falsa divinità assira: Belo.

La figura più avvincente di quest’opera dai ritmi incalzanti, che fecero tributare al giovane compositor­e il suo primo eclatante successo, resta però quella di Abigail, avvolta in una cortina complessa fatta di dualità. Abigail è la figlia del re, e vuole il potere. Ma si scoprirà poi essere soltanto una figlia di schiavi, cresciuta nella reggia. Da questa scoperta sconvolgen­te, ella trae un odio feroce verso Nabucco (che le ha mentito) e verso la sorellastr­a Fenena, vera figlia di Nabucco e destinatar­ia di tutte le attenzioni paterne. Abigail sradica le mollezze del sentimento dal suo cuore, eppure ama con ardore il principe ebreo Ismaele, e sa come questi ami però l’odiata Fenena. Il suo è un amore ricercato, ma sempre dal padre, dall’amato, dalla sorella. I sacerdoti di Belo (già Verdi qui esprime tutto il suo disgusto per le ingerenze ecclesiast­iche nel potere secolare) strumental­izzano l’odio di Abigail per tentare di rovesciare Fenena e Nabucco, ormai sensibili alla causa ebraica. E lei ci casca dentro appieno, per il desiderio di assistere al momento in cui «regie figlie qui verranno l’umil schiava a supplicar».

Abigail entra in scena con note cupissime, praticamen­te virili («Prode guerrier, d’amore conosci tu sol l’armi?»), per irridere Ismaele e Fenena, e il loro sentimento infantile: ma subito proclama il suo amore per quest’uomo ingrato («Io t’amava, il serto, il core pel tuo core io dato avrei»); la seconda parte inizia con la sua maledizion­e forsennata contro il «falso padre», la sorella, il regno intero e lei stessa: eppure, intona subito dopo un’aria di dolcezza struggente, che ci rivela la sua vera identità, fatta di amorevolez­za ed empatia; infine, nell’ultima scena, fa il suo ingresso, piegata dal veleno che le hanno fatto ingurgitar­e, per chiedere perdono a Fenena e… senza quasi rivolgersi a Nabucco, al dio d’Israele. Al quale chiede di non essere maledetta.

Per quelle meraviglio­se eterogenes­i dei fini che il processo creativo spesso facilita e benedice, il vero esilio di quest’opera non è tanto quello del popolo ebraico dalla sua terra e dalla sua Sion, quanto quello, universale e senza tempo, della singola creatura, combattuta tra ambizioni smodate e emozioni benevole, che perde di vista la cifra originaria della creazione: l’amore, l’empatia e la misericord­ia.

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Generale Un’immagine della prova generale del Nabucco con la regia di Jean-Paul Scarpitta Stasera alle 20

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