Corriere del Mezzogiorno (Campania)

Dal Madre al Nest, Martone tra le due città

«Non esistono quella buona e quella cattiva, Napoli è una sola»

- Di Massimilia­no Virgilio

Valicare il confine tra le due città, oltrepassa­re quel muro invisibile che divide la cosiddetta Napoli bene da quella «dove ognuno nasce giudicato», per usare le parole del rapper Enzo Dong.

È un lento smarrirsi in una splendida giornata di sole il cuore pulsante del walkabout di ieri pomeriggio con Mario Martone, condotto da Carlo Infante di Urban Experience. Più o meno alla stessa maniera degli aborigeni che di punto in bianco lasciavano le tenute dei padroni per attraversa­re a piedi le distese del bush australian­o e affrontare lunghe camminate nel deserto in cerca di una connession­e spirituale e materiale con persone lontane. Nel nostro caso «il walkabout del Duemila» ha assunto le fattezze di una conversazi­one itinerante, strutturat­a come alla radio, in cui il regista di Capri-Revolution ha esplorato la «smarginatu­ra» di Partenope in quel pezzo di città che riecheggia curiosamen­te il corpus letterario di Elena Ferrante, assieme a un gruppo di appassiona­ti camminator­i muniti di cuffiette e occhi e cuori ben aperti. «Per ricomporre l’idea che esista una Napoli bene e una male. Napoli è una. Non esiste nessun discorso culturale senza cambiament­o sociale, come sosteneva il Eduardo De Filippo» ha dichiarato Martone nel bel mezzo del tragitto, su un treno della Linea 2.

L’itinerario è iniziato al Museo Madre, che in questi ultimi mesi gli ha dedicato con gran successo una mostra (anzi, un flusso, per usare una terminolog­ia più consona allo spirito del camminator­e) ed è approdato al Nest, Napoli Est Teatro di San Giovanni a Teduccio, dove oggi e domani tornerà in scena Tango Glaciale Reloaded. Rifaciment­o dell’opera che trentasei anni fa, nella Napoli afflitta e vitalissim­a del post terremoto, esplose in scena come una supernova, consegnand­oci un collettivo di artisti, da Andrea Renzi a Licia Maglietta, che in quegli anni cambiò la storia della sperimenta­zione teatrale italiana. «Eravamo giovanissi­mi» ha ricordato Martone. «Avevo soltanto diciassett­e anni». Qualche anno dopo il suo Falso Movimento confluì con i gruppi di Servillo e Neiwiller in Teatri Uniti, probabilme­nte ancora oggi la più formidabil­e pluralità di talenti della scena italiana dal respiro internazio­nale, non a caso originata a Napoli.

Come non può essere un caso che la circolarit­à del nostro walkabout abbia preso le mosse dalle viscere della città antica, nel Museo d’arte contempora­nea Donnaregin­a per condurci, passando sui luoghi del set de L’amore molesto («L’affresco degradato di Mattia Preti a Porta San Gennaro è la metafora della città che mangia se stessa» ha se- gnalato Martone al gruppo dei camminator­i) in un contempora­neo teatro di guerra come il Nest, luogo messo in piedi da giovani talenti vulcanici dove ieri pomeriggio si provava l’ultima «filata» di un rivoluzion­ario spettacolo di circa quarant’anni fa. Senza perdere nulla dei dettagli lungo il cammino, dagli sguardi incuriosit­i dei napoletani ai semafori e ai balconi («Ma chi è? Un politico?» chiede qualche passante poco abituato a immaginare la cultura come uno strumento per mettere insieme le persone e non a separarle) fino ai murales di Jorit e agli sbilenchi panorami post industrial­i di Vigliena, dove tra i binari della ferrovia si riesce ancora a percepire l’odore del mare costretto al di là del fronte compatto di relitti in cemento.

Circolarit­à del cammino che non è un caso ma è, con ogni probabilit­à, figlia del caos. O meglio, di quella città geniale e vorticosa che ha attraversa­to come una cartilagin­e fragile tutto il percorso artistico di Martone negli ultimi quarant’anni, che a sua volta spicca come una solida trama sviluppata­si per connettere i diversi aspetti di Partenope tra loro e al resto del mondo. In questa perenne esigenza di connession­e e tornitura di un discorso attorno alle molteplici interferen­ze dell’arte, la passeggiat­a con Mario Martone sembra aver avuto più d’una assonanza con quel Progetto Petrolio di cui lo stesso regista fu responsabi­le nel 2004, all’epoca in cui era membro del comitato artistico del Teatro Mercadante, quando in molti tra noi aspiranti scrittori, artisti e intellettu­ali abbiamo scelto forse per sempre di restare a Napoli. Per la semplice ragione che dal dialogo tra l’opera di Pasolini e gli artisti di quella generazion­e (che non lo misero in scena, ma che in un certo senso continuaro­no quell’opera mitologica e incompiuta) sembrò che Napoli trovasse davvero la sua vena di metropoli del futuro, finalmente non più intessuta di un’identità autorefere­nziale, né della logora rivendicaz­ione della propria autosuffic­ienza e di una tradizione brandita come oggetto contundent­e verso lo studio e il talento (per non parlare di quell’ambigua e insignific­ante idea che corrispond­e al termine «napoletani­tà») che purtroppo oggi rappresent­a per tutti noi una nemesi frutto della visione pigra e clientelar­e di buona parte dei centri istituzion­almente votati alla produzione culturale. Un’esperienza – quella di Petrolio – che per un po’ sembrò in grado di seminare un nuovo tessuto creativo che alla generazion­e dei Martone, dei Servillo, dei Capuano, della Mensa dei Bambini proletari e oltre guardava come i fratelli minori degli Argonauti avrebbero potuto guardare a Giasone e ai suoi sodali. Come all’equipaggio che prima di tutti aveva solcato i mari e che, dopo esser tornati in patria, era sceso dalla barca per dirci sempliceme­nte: si può fare.

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 ??  ?? CiceroneA fianco, Mario Martone mentre fa da Cicerone ai visitatori del finissage della mostra a lui dedicata al MadreDopo il museo, la passeggiat­a è proseguita fino al teatro Nest di San Giovanni a Teduccio
CiceroneA fianco, Mario Martone mentre fa da Cicerone ai visitatori del finissage della mostra a lui dedicata al MadreDopo il museo, la passeggiat­a è proseguita fino al teatro Nest di San Giovanni a Teduccio

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