Da Mam­bor ad Are­na, quan­do l’ar­te rie­sce a co­strui­re «re­la­zio­ni» tra le co­se

Corriere del Mezzogiorno (Campania) - - TEMPO LIBERO - Na­ta­scia Fe­sta

«La lon­ta­nan­za è uno spa­zio vuo­to pie­no di tem­po». Pa­ro­la dell’ar­ti­sta Fran­ce­sco Are­na che og­gi sa­rà ospi­te di Ar­te­ci­ne­ma all’Au­gu­steo, 19.10, con «Li­nea di 18,53 Km», do­cu­men­ta­rio di Do­me­ni­co Pal­ma de­di­ca­to a una sua ope­ra na­po­le­ta­na mol­to po­ten­te. Are­na ha con­fic­ca­to un cu­neo me­tal­li­co in un giar­di­no di Po­sil­li­po. Pri­ma di far­lo, dall’ope­ra ha strap­pa­to un an­go­lo e lo ha sca­ra­ven­ta­to nel cra­te­re del Ve­su­vio: 18,53 Km è la di­stan­za tra i due pez­zi, uno spa­zio che se­pa­ra ma met­te an­che in re­la­zio­ne. «La di­stan­za tra i due pez­zi di qual­co­sa che pri­ma era uno so­lo — di­ce Are­na — crea il dia­lo­go tra i due ele­men­ti, più so­no lon­ta­ni e in­vi­si­bi­li uno all’al­tro più que­sto dia­lo­go è for­te, que­sta ten­sio­ne tra i due au­men­ta con la con­sa­pe­vo­lez­za che, an­che se non li ve­dia­mo, i due pez­zi so­no uno da una par­te e uno dall’al­tro e il no­stro sguar­do può col­ma­re que­sta di­stan­za/ten­sio­ne». E il cra­te­re non è un luo­go qual­sia­si in cui ab­ban­do­na­re le mor­ceau dell’ope­ra. Che si­gni­fi­ca­to gli dà? «Il vul­ca­no è un ele­men­to tal­men­te gran­de e “pre­po­ten­te” nel pa­no­ra­ma del­la cit­tà, sia da un pun­to di vi­sta vi­si­vo che sto­ri­co: è im­pos­si­bi­le igno­rar­lo, è bel­lis­si­mo e pe­ri­co­lo­so, ci ri­cor­da co­stan­te­men­te che no­no­stan­te la no­stra ar­ro­gan­za la na­tu­ra è in­dif­fe­ren­te al­le no­stre vi­cen­de. Ci­tan­do Vir­gi­nia Woolf: an­che il sas­so che cal­ci con il tuo sti­va­le du­re­rà più di Sha­ke­spea­re». Il film sa­rà pro­iet­ta­to in an­te­pri­ma mon­dia­le esat­ta­men­te co­me «Re­na­to Mam­bor» (al­le 19,20) di Gianna Maz­zi­ni, an­che que­sta un’ope­ra che par­la di re­la­zio­ni. «Mam­bor par­ti­va da una do­man­da», spie­ga Maz­zi­ni, «sia­mo so­lo nu­me­ri? Sia­mo dav­ve­ro es­se­ri in­di­stin­ti e so­sti­tui­bi­li? Dov’è la no­stra sog­get­ti­vi­tà? E l’uma­ni­tà? Co­me fac­cio ad es­se­re nel­le co­se che fac­cio? Tut­ta la sua ri­cer­ca, na­ta con il la­vo­ro su­gli Uo­mi­ni Sta­ti­sti­ci, par­ti­va da que­sta do­man­da che pro­prio le per­so­ne gio­va­ni vi­vo­no con più ur­gen­za e che og­gi è as­sai più bru­cian­te di quan­do se la fe­ce lui, ne­gli an­ni Ses­san­ta. Fu un an­ti­ci­pa­to­re: un uo­mo ca­pa­ce di pre­ve­de­re. Tan­ti gli esem­pi che nel film so­no rac­con­ta­ti. Il suo la­vo­ro sul­le sa­go­me è vi­sio­na­rio. Og­gi le ico­ne di fa­ce­book (che sem­bra­no ri­cal­ca­te dal­le sue ope­re) so­no una real­tà del­la co­mu­ni­ca­zio­ne gio­va­ni­le po­ten­tis­si­ma. Be­ne, lui co­min­ciò 50 an­ni fa a in­ter­ro­gar­si, non da se­mio­lo­go, non da gra­fi­co ma da ar­ti­sta, sul ruo­lo del­le sa­go­me, del­le ico­ne e sul­la po­ten­za che pos­so­no espri­me­re». E poi: «Re­na­to era bel­lis­si­mo, ma a que­sta co­sa non da­va al­cun pe­so. In­fat­ti è ri­ma­sto bel­lo fi­no all’ul­ti­mo. È sta­to ca­pa­ce di espri­me­re una qua­li­tà uma­na lu­mi­no­sa». Ar­te e ami­ci­zia: rap­por­to fe­con­do o pe­ri­co­lo­so? «Per lui fe­con­do: ha sem­pre de­si­de­ra­to fa­re con gli ami­ci. Col­la­bo­ra­re. Coin­vol­ge­re. Tan­ti suoi pro­get­ti so­no na­ti co­sì. Re­na­to co­strui­sce un mo­du­lo di le­gno, poi chie­de ad ogni ami­co ar­ti­sta di usar­lo con qual­co­sa che ri­guar­da il suo mo­do di di­pin­ge­re. Chie­de a Cesare Tac­chi di gon­fia­re e bom­ba­re le su­per­fi­ci, a Ce­ro­li di fa­re un ta­glio sul le­gno, a Pi­no Pa­sca­li le for­me ma­ri­ne che lui in­ta­glia­va. Quel­lo che ne esce non è so­lo una mo­stra col­let­ti­va. È una sin­fo­nia». L’Ita­lia di Mam­bor e quel­la di og­gi... «L’Ita­lia di og­gi è quel­la che Mam­bor ave­va pre-vi­sto. Non a ca­so l’ul­ti­ma sua ope­ra (ine­di­ta) si chia­ma “Por­ta­re ac­qua al ne­mi­co”. E il ne­mi­co sei tu, uno co­me te, uno che ha fa­me e se­te. La sua pro­du­zio­ne de­gli ul­ti­mi vent’an­ni, fi­no al 2014, an­no del­la sua mor­te, è una chia­ma­ta for­te al­la re­spon­sa­bi­li­tà del vi­ve­re. Pen­sar­si di­vi­si è una co­sa osce­na co­me una bu­gia. La real­tà è im­men­sa­men­te più lar­ga e c’è una re­la­zio­ne for­mi­da­bi­le tra te e tut­te le co­se».

A la­vo­ro Re­na­to Mam­bor men­tre al­le­sti­sce un Sé­pa­ré nel 2007

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