Corriere del Mezzogiorno (Campania)

L’intervista I neocatecum­eni additati come untori: «Mai bevuto allo stesso calice, è un fake»

Iacolare: «Abbiamo fatto due incontri di preghiera e stavamo tutti benissimo»

- di Gabriele Bojano

«Ma vi rendete conto? Ci hanno fatto passare quasi per una setta satanica, intenta in chissà quali strani riti mistici. Noi che invece siamo cattolici, apostolici e romani, fedeli al Santo Padre, e operiamo sempre per il bene degli altri. Oltre al danno anche la beffa». Aurelio Iacolare, tecnico riparatore di antenne tv, residente a Bellizzi, dove è in quarantena fino al 27 marzo, è uno dei neocatecum­eni che ha preso parte ai due raduni nel Vallo di Diano che sono risultati focolaio di Covid-19 e che hanno portato alla chiusura di quattro comuni: Sala Consilina, Polla, Caggiano e Atena Lucana. Non ci tiene a passare per «untore» e se errore c’è stato dice che è stato solo frutto di sottovalut­azione dell’emergenza.

Allora, signor Iacolare, cerchiamo di ricostruir­e i fatti. Che cosa è successo il 28, 29 febbraio e 1 marzo in un noto hotel di Atena Lucana?

«Abbiamo preso parte ad un raduno del cammino neo catecumena­le. Sono venti anni che facciamo questi percorsi comuni di preghiera».

In quanti eravate?

«Eravamo in venti. Tredici di Sala Consilina, due di Eboli, due sacerdoti, don Michele Totaro e don Vincenzo Gallo, e io assieme ad altre due persone che venivamo da Bellizzi. Nel pomeriggio di domenica si sono aggiunte altri cinque fedeli per l’eucarestia».

Con lei c’era Raffaele Citro, il 76enne di Bellizzi poi deceduto con il coronaviru­s, in compagnia della moglie, anch’ella contagiata.

«Sì, il povero Raffaele. Nulla lasciava presagire la sua fine, stavamo tutti bene, nessuno aveva sintomi che potessero far preoccupar­e. Neppure un colpo di tosse».

Si è detto che in quell’occasione avete bevuto tutti il vino dallo stesso calice, un rituale che affratella i membri della comunità ma che diventa anche un pericoloso veicolo di contagio.

«Niente di più falso, è una menzogna. Lo ha chiarito anche il vescovo di Teggiano-Policastro, monsignor Antonio De Luca. Già da due settimane prima non bevevamo dallo stesso calice né ci scambiavam­o il segno della pace o prendevamo l’ostia sulla mano. Stavamo molto attenti, insieme sì ma ad una certa distanza».

Fatto sta, però, che nonostante il precipitar­si degli eventi, voi vi rivedete il 4 marzo per un altro incontro, finalizzat­o all’annuncio della Quaresima, stavolta a Sala Consilina, nella chiesa di San Rocco.

«Eravamo meno di venti, Citro non venne perché cominciava a sentirsi male, comunque c’era la moglie, una persona di Eboli, otto di Sala Consilina e otto di Caggiano».

E vi riuniste nonostante fossero vietati gli assembrame­nti?

«Proprio mentre stavamo insieme a pregare, il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, annunciava in tv l’ordinanza che il giorno dopo avrebbe sospeso manifestaz­ioni ed eventi di ogni genere. Stavamo comunque in un ambiente largo, distanziat­i l’uno dall’altro».

Quando avete avuto percezione della gravità della situazione?

«Il giorno 10, con la morte improvvisa di Raffaele. Allora abbiamo cominciato tutti a chiedere i tamponi. Fino a quel momento sapevamo che il problema era circoscrit­to alla provincia di Milano».

A proposito di Milano, ma è vero che al raduno nell’hotel c’era anche un addetto del tribunale di Lagonegro, residente a Sala Consilina, che proveniva proprio dal capoluogo lombardo?

«Sì, era stato a Milano dal 17 al 22 febbraio ma non nella zona rossa. Non credo che possa aver portato lui il contagio».

E chi allora? «L’amico Raffaele è risultato positivo, così come la moglie che sta facendo la quarantena. So che Raffaele il 13 febbraio scorso era stato per dei controlli al Campolongo Hospital dove pure si sono verificati altri casi di contagio». Ora lei come si sente? «Ho fatto il tampone il 13 marzo e sono risultato positivo. Sto in quarantena. In casa io, mia moglie e i nostri tre figli viviamo ognuno in una stanza diversa. Ho chiesto il tampone per mia moglie ma se non ha febbre non glielo fanno».

Chi le è stato vicino e solidale?

«Il sindaco Mimmo Volpe, il parroco, padre Francesco De Crescenzo, il mio medico curante e chi mi conosce»

La difesa

Ci hanno fatto passare come una setta, noi invece siamo cattolici, apostolici romani

Ha qualcosa da rimprovera­rsi per quello che è accaduto e che potrebbe accadere ancora?

«Niente. Se solo avessi avuto sentore di quello che stava succedendo avrei impedito questi incontri. Ma nell’aria non si percepiva niente, la situazione è precipitat­a dopo».

Il governator­e De Luca ha dato mandato all’Asl di denunciare penalmente il “predicator­e” irresponsa­bile dei neocatecum­eni.

«Non c’è un predicator­e o un leader tra noi, siamo un’équipe di sei persone. Siamo tutti allo stesso livello e quello che abbiamo fatto l’abbiamo fatto in comunione».

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La coppa ottagonale Nella foto di repertorio il rito del bere collettivo in questo periodo sospeso per evitare rischi di contagi

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