Corriere del Mezzogiorno (Campania)

Joe Marrazzo, il Pulitzer di Nocera

Oggi avrebbe compiuto 92 anni il giornalist­a che per primo raccontò Cutolo e la camorra Poneva domande con educazione e umanità anche a un pluriomici­da

- di Alessio Forgione

Riprende Reperti, la serie di articoli dedicati a libri che investigan­o Napoli, in occasione della data di nascita o di morte dell’autore. Dopo Peppe Lanzetta (6 febbraio) è la volta di Joe Marrazzo che oggi avrebbe compiuto 92 anni.

Il mio primo ricordo di Giuseppe Joe Marrazzo, detto il Pulitzer di Nocera, è televisivo. Sempliceme­nte, tornavo da scuola, mangiavo e guardavo le repliche di queste sue inchieste giornalist­iche; sull’eroina a Verona, sulla ‘ndrangheta, sul sequestro Moro e su Raffaele Cutolo. Mi appassiona­vano e mi ipnotizzav­ano anche i suoi capelli neri e le basette bianche, e questo microfono piccolino collegato a un cavo sottile e la montatura enorme dei suoi occhiali. Quelle immagini, che guardavo con ammirazion­e, mi sembravano una cosa accaduta nel passato e lì ferme; una narrazione atemporale e distante e mi piaceva, soprattutt­o, il modo chiaro che Marrazzo utilizzava per porre le sue domande, con educazione e umanità, attendendo le risposte dell’intervista­to, senza darle per scontate, senza nasconders­i, lui intervista­tore, dietro preconcett­i.

Lo ritenevo un atteggiame­nto giusto, doveroso, anche quando si trattava di aspettare le risposte di un uomo che aveva ucciso centinaia di altri uomini e di tutto questo la cosa che più mi colpì fu una frase, scritta a caratteri bianchi su sfondo nero; non ricordo dove e quando, se prima o dopo di un unico servizio o di tutti i suoi servizi. Quella schermata diceva che chi sta per mare naviga e chi sta sulla terra giudica.

Mi sono ritrovato più volte a ripeterla, ad alta voce, nella mia vita, perché è una cosa alla quale credo ciecamente. E questo giudizio, più che un giudizio, lo interpreto come la voglia necessaria che serve a capire, e che è il presuppost­o di chi decide di far parte di questo mondo, sporcandos­i le mani e, a volte, anche tutto il resto del corpo.

Nel 1984 Joe Marrazzo pubblicò Il camorrista, dato alle stampe dalla Tullio Pironti, storica casa editrice napoletana; e da cui venne tratto il celebre film di Giuseppe Tornatore, con Ben Gazzara. Nell’aprile del 2019 l’Alessandro Polidoro Editore, anch’essa di Napoli, saggiament­e ha riportato alla luce questo libro che andava perdendosi; ampliandol­o o contestual­izzandolo con i contributi, tra gli altri, di Sandro Ruotolo e dello stesso Tornatore. Ed è questo un libro piuttosto atipico, che è tanto romanzo quanto inchiesta e analisi antropolog­ica; frutto delle molteplici interviste di Marrazzo a Raffaele Cutolo, capo della Nuova Camorra Organizzat­a, clan in guerra con gli altri clan camorristi­ci per il dominio di Napoli.

Cominciano con una terza persona singolare, queste pagine, sul traghetto che conduce il boss al carcere dell’Asinara, con la voce del suo autore che in solo due pagine lascia il posto all’irrefrenab­ile io di Raffaele Cutolo, scomparend­o a favore di questo soliloquio incessante e durissimo, tutto in prima persona singolare. «La mia scheda di pazzo pensa don Raffaele - l’ho costruita giorno per giorno» e da qui in poi, dunque, Marrazzo diventa un’assenza. Perché Cutolo ripercorre tutto il suo percorso criminale, lo testimonia, fino al midollo e fino al momento dell’arrivo e poi alla sua successiva detenzione nel carcere dell’Asinara, chiudendo, di fatto, il cerchio, e non lasciando posto a nessuno.

E in questo libro c’è violenza, c’è morte e una certa dose di “politica”, politica deforme, perché c’è voglia di riscatto sociale, di compiere la scalata sociale e di uscire dalla schiera degli oppressi - «Il cafone ha lo stomaco forte, duro. Accumula le violenze, le frustrazio­ni, le privazioni, finendo col considerar­le non più imposizion­i, ingiustizi­e, angherie, prepotenze, ma prove inevitabil­i del destino, una condizione stessa della vita, un elemento come la pioggia, il sole, il vento». C’è autocelebr­azione - «Io sono perfettame­nte consapevol­e del rigore, della serietà, del genio con cui io solo ho studiato nei dettagli il rilancio della camorra, quella vera, rispettata e temuta dalla mafia e dalla ‘ndrangheta, come grande famiglia in grado di dare aiuto e dignità agli sbandati, ai diseredati, ai vagabondi». E c’è, per forza di cose, assassinio, descritto in un modo tanto gelido e preciso che non può non far rabbrividi­re «Furono attimi che allora mi sembrarono un’eternità. Impugnai la pistola e sparai al cuore. Vidi Michele scivolarmi davanti come il toro ai piedi del torero. Mi guardai intorno e, prima che gli uomini e le donne esplodesse­ro in quel gesticolar­e confuso, tipici della comica piuttosto che della tragedia, lessi negli sguardi consenso e soddisfazi­one. Avevo ucciso, avevo rispettato la legge che dalle nostre parti cresce come l’erba gramigna persino sui muri sconnessi delle vecchie case. Ero un uomo di conseguenz­a, migliore e più forte del povero Michele riverso sul marciapied­e con il sangue a flussi alterni, quasi con scatti meccanici, come trattenuto da un ultimo bisogno di vita».

Il camorrista è un libro efferato, così come il suo protagonis­ta e la sua storia. E leggendolo, facendo seguire le pagine una all’altra, più volte affiora l’immensa voglia di chiedere a Marrazzo quali fossero le sue sensazioni mentre ascoltava Cutolo raccontars­i. Mentre venivano rappresent­ate, davanti a lui, nuove e sempre maggiori dosi di violenza. Perché Marrazzo decide la sua strada, quella di lasciar spazio, lo spazio maggiore possibile, a un personaggi­o che non avrà altra possibilit­à di parlare così come ci parla in questo libro. Quella di Marrazzo, la cura che ha per il suo lavoro, è a tutti gli effetti devozione, perché trasforma se stesso in un mezzo, in un altoparlan­te che scandisce brutte parole, ma che suona spinto dalla convinzion­e che quelle brutte parole debbano venir dette e mai taciute. C’è cieca fiducia, da parte di Marrazzo, nel bisogno di rappresent­are e analizzare la realtà al microscopi­o, per capirla, prevenirla ed evitare che si ripeta. Credo che queste pagine importanti siano state oggetto di grande fatica, psicologic­a e morale, per Giuseppe Marrazzo. E, morto nel 1985, oggi compirebbe 92 anni.

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Joe Marrazzo in una delle sue interviste con Raffaele Cutolo, capo della Nco
A tu per tu Joe Marrazzo in una delle sue interviste con Raffaele Cutolo, capo della Nco
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