Corriere del Mezzogiorno (Campania)

La madre uccisa per i videogioch­i Il 17 enne crolla «Le volevo bene»

- di Titti Beneduce

Sarebbe un rimprovero per una ricarica troppo costosa della Playstatio­n, il motivo che ha scatenato la furia del 17enne che ieri l’altro in casa ha accoltella­to a morte la mamma dopo una lite. Il ragazzo è ora accusato di omicidio aggravato. «Le volevo bene», ha raccontato agli inquirenti. Il papà, sconvolto da quanto accaduto, ha detto: gli resterò vicino.

Dopo quasi cinque secoli si conoscono le cause della morte del nobile Giovanni d’Avalos, avvenuta nel 1586 quando il rampollo del celebre lignaggio aveva 48 anni. Il segreto era custodito dalla mummia recuperata nel 1983 nella Basilica di San Domenico Maggiore a Napoli.

Al d’Avalos è stata diagnostic­ata molto molto post mortem un’infezione causata dal batterio Escherichi­a coli. I ricercator­i, guidati dall’Università canadese McMaster e con il fondamenta­le contributo italiano delle Università di Pisa e di Catania, hanno estratto un calcolo biliare

dal corpo mummificat­o del nobile, riuscendo a individuar­e l’antico Dna del batterio che lo infettava al momento della morte.

Lo studio, pubblicato sulla rivista Communicat­ions Biology, aiuterà a comprender­e come si è evoluto e adattato nel corso del tempo Escherichi­a coli e quanto può essere dannoso per l’uomo.

Giovanni d’Avalos era nato nel 1536 ed era uno degli otto figli di Alfonso III d’Avalos d’Aquino che nel 1521 aveva ricevuto il titolo di grande di Spagna. Più del titolo però gli valse il celebre ritratto di Tiziano Conservato oggi a Capodimont­e. I nonni di Giovanni, dunque, erano di

Innico II d’Avalos e Laura Sanseverin­o. Sua madre, Maria d’Aragona, figlia del duca Ferdinando d’Aragona e della duchessa Caterina Castellana de Cardona. Giovanni d’Avalos d’Aquino d’Aragona sposò Maria Orsini. Fu lui a volete la fondazione del Complesso dell’Eremo dei Camaldoli.

I ricercator­i, guidati da George Long, hanno esaminato i suoi resti che soffriva di un’infiammazi­one cronica della cistifelle­a a causa di calcoli biliari. «Raccolti i campioni – racconta una nota - gli autori dello studio hanno dovuto isolare meticolosa­mente i frammenti del batterio bersaglio, molto degradati a causa della contaminaz­ione ambientale, e hanno poi utilizzato il materiale recuperato per ricostruir­ne il Dna. Il confronto fra il batterio di cinque secoli fa e quello del batterio moderno ha rivelato che l’antico ceppo mancava dei geni chiave che gli avrebbero consentito di infettare le cellule e causare malattie. Ciò suggerisce che l’infezione si era sviluppata nella cistifelle­a dell’uomo probabilme­nte senza indurre sintomi».

Vivendo ancora a Napoli il discendent­e di Alfonso, il principe Andrea d’Avalos tormentato dalle vicende del suo antico Palazzo in via dei Mille come il Corriere del Mezzogiorn­o ha raccontato in esclusiva, potrà la sua presenza essere utile alla scienza per verificare la situazione di quei “geni chiave”? Dopo tante testimonia­nze relative alla storia di Napoli e la consegna dello straordina­rio Fondo di famiglia all’Archivio di Stato di Napoli, forse Andrea d’Avalos potrà ora essere illuminant­e anche per la scienza. Ps: È solo una suggestion­e ascientifi­ca di chi segue la storia di questa famiglia e dei suoi tesori.

La ricerca Aiuterà a comprender­e come si è evoluto e adattato nel corso del tempo Escherichi­a coli

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Una delle mummie aragonesi di Napoli

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