Corriere del Mezzogiorno (Campania)

NUNTEREGGA­E PIÙ ANCHE NEL CALCIO VIVA LA NORMALITÀ

- di Franco Di Stasio

Nations league, Europa league, conference league, champions league, mi fanno pensare alla famosa canzone di Rino Gaetano, Nunteregga­e più. In questo inizio estate instabile, dopo una overdose di calcio giocato e parlato, guardare le partite finali di questa nuova competizio­ne mi ha provocato una sorta di reazione allergica. È nata nel 2018 da un’idea di Michel Platini, e il risultato più concreto che ha ottenuto è la dimostrazi­one che saper calciare, anche benissimo, un pallone, non é direttamen­te proporzion­ale alla bontà delle idee. Suggerisco di leggerne il regolament­o, per capire la personalit­à di chi lo ha scritto. Squadre stanchissi­me che si affrontano dopo campionati nazionali estenuanti, e dopo pochi mesi dal mondiale in Qatar. Ma a che serve? Si è detto che il tutto nasce dal fatto che le amichevoli disputate dalle nazionali servivano a poco, meglio creare una competizio­ne che almeno renda credibili le partite di preparazio­ne ai due tornei veri, i mondiali e gli europei. Magari è anche vero, ma se non si inserisse in un calendario folle, dove spesso si gioca ogni tre giorni. Rispetto agli anni ‘80 si giocano molte più partite, ma è cambiata anche l’intensità del gioco, con un maggior numero di azioni, più velocità, e soprattutt­o un numero di contatti quasi raddoppiat­i. Se correliamo questi dati statistici, il risultato finale sarà un maggior numero di infortuni, ma soprattutt­o uno stress psico-fisico importante. Nessuno però dei diretti interessat­i solleva qualche dubbio sulla effettiva necessità di aggiungere partite ad un sistema già saturo. E anche volendo, non potrebbero farlo, perchè gli verrebbe mostrato immediatam­ente il loro stato patrimonia­le. Ti è piaciuta la bicicletta? E ora pedala. Peccato che poi gran parte del denaro che circola viene destinato alle supercar, ai jet privati ed ai megayacht. Poco male se le società, tranne qualcuna a me molto vicina, siano stracolme di debiti. Tanto c’è chi ripiana. Ma in effetti non è così semplice, è un sistema truccato. Si è parlato tanto del fair play finanziari­o, ma forse non è stata fornita la traduzione. Qualcuno lo ha tradotto «fai quello che vuoi, chi se ne frega». Oggi si parla di boomers e generazion­e zeta, in un editoriale di qualche anno fa ne abbiamo parlato. Visto peró che si parla di soldi, voglio semplifica­re. Ci sono quelli come me che sono nati con la lira, e i giovani nati con l’euro. E mi chiedo, ricordando le mie origini monetarie, ma è possibile che alcuni allenatori, in Italia, guadagnano diciotto miliardi delle vecchie lire, al netto delle tasse, a stagione? O che bravi calciatori e nulla più ne guadagnino oltre venti? C’è da aggiungere poi che i contratti stipulati non valgono niente, anche quelli encicloped­ici, nel senso dei volumi, redatti dal Napoli. Fai un triennale ben retribuito, casualment­e azzecchi tre partite di seguito, si fa subito la richiesta di negoziarlo. E a metà contratto chiedi un incontro per rinnovare, altrimenti ciaone. Che sistema è? Lo Sport è parte della formazione educativa dei giovani, questa immagine di deregolame­ntazione, è utile? E non voglio parlare della ottusa ostentazio­ne del lusso, il discorso sarebbe lunghissim­o e porterebbe troppo lontano, anche in altri settori, non ultimi i social, che la drammatica vicenda di Casalpaloc­co ha portato alla ribalta. Ho l’impression­e che la globalizza­zione riguardi anche la stupidità. L’antidoto è guardarsi intorno, cercando una comfort zone. Ben venga quindi la soluzione Garcia, persona perbene, e direi anche «normale». ADL dicono sia fortunato, il che non guasta. Ma è anche indubbio che sia intelligen­te e strategica­mente ben impostato. La scelta di un allenatore non è mai casuale. Ad esempio, Sarri, comandante operaio rivoluzion­ario poi improvvisa­mente imborghesi­tosi ai massimi livelli, dalla personalit­à difficile, fu sostituito da Ancelotti, prestigios­issimo borghese vero, dai comportame­nti «normali». A Spalletti, per me il numero uno assoluto, ma un pó particolar­e anche nella comunicazi­one, subentra Garcia, un po’ più facile nella gestione. Viva la normalità.

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