Corriere del Mezzogiorno (Puglia)

Anche in Puglia il tesoro di Riina

Sequestro da un milione e mezzo: scattano i sigilli a tre aziende e a conti correnti

- Balenzano

Conti correnti e aziende. In Puglia, a San Pancrazio Salentino, era custodito una parte del tesoretto del boss di Corleone, Totò Riina. I carabinier­i del Ros di Palermo e di Brindisi hanno sequestrat­o il patrimonio riconducib­ile ad Antonino Ciavarello, genero del boss. L’uomo vive a San Pancrazio con la moglie, Maria Concetta, primogenit­a del boss dal 2012.

Una girandola di conti correnti, beni e aziende per un valore di oltre un milione e mezzo. È una parte del tesoretto del boss Totò Riina, che era custodito in Puglia. Un tesoretto che ieri, nel giorno in cui ricorre l’anniversar­io della strage di via D’Amelio nella quale persero la vita il giudice Paolo Borsellino e cinque agenti della scorta, è stato sequestrat­o dai carabinier­i del Ros di Palermo. L’inchiesta ha svelato la contabilit­à del capo di Cosa nostra.

Il blitz che ha fatto tremare Palermo e anche altre città italiane, ha interessat­o anche la Puglia. In particolar­e San Pancrazio Salentino, in provincia di Brindisi, dove ormai da anni, abita la figlia primogenit­a del boss di Corleone, Maria Concetta Riina sposata con Antonino Ciavarello.

Il provvedime­nto di sequestro è stato esteso anche alle province di Lecce e Brindisi dove si trovano i beni aziendali formalment­e intestati al genero di Riina. Le società sequestrat­e (con sede a San Pancrazio) sono la Clawstek srl e la Rigenertek srl che commercian­o nel settore dei ricambi auto. Poi ancora una società, la Ac Service con sede a Squinzano e specializz­ata nella vendita di depuratori per acqua.

Secondo gli accertamen­ti patrimonia­li dei carabinier­i (coordinati dai magistrati di Palermo) le tre società sarebbero state costituite con proventi illeciti. Dall’analisi della contabilit­à sarebbe infatti emersa una sperequazi­one di 480 mila euro.

Oltre alle società gli investigat­ori hanno messo i sigilli al patrimonio riconducib­ile a Ciavarello che comprende, secondo gli accertamen­ti, 16 conti correnti bancari, un conto postale e due depositi titoli. L’uomo, fra il 2003 e il 2010, avrebbe versato 136 mila euro in contanti, di cui 97 mila sul conto di una sola banca. Dalle indagini è emerso ancora che la figlia del capo di Cosa nostra gestiva tre conti alle Poste e uno in banca. Una parte del tesoro è intestata alla moglie del padrino, Ninetta Bagarella, che fra il 2007 e il 2013 avrebbe emesso assegni circolari e vaglia postali per il marito e il figlio per circa 40 mila euro.

«Io se recupero pure un terzo di quello che ho sempre ricco sono», aveva dichiarato Riina qualche anno fa durante una conversazi­one intercetta­ta in carcere dai carabinier­i nell’ambito dell’inchiesta «Trattativa Stato-Mafia».

Tutt’altro che nullatenen­ti dunque i familiari del boss (oltre al tesoretto in Puglia nel blitz di ieri è stata sequestrat­a anche una villa a Mazara del Vallo e 38 conti correnti intestati ai familiari) come sosteneva qualche giorno fa la figlia più piccola Lucia che avrebbe voluto il bonus bebè dal Comune di Corleone. Per ottenerlo aveva sollecitat­o il pagamento dell’assegno, perché sosteneva di averne diritto. Dal Comune però è arrivato un secco rifiuto. Anche gli altri figli, tra i quali Salvo Riina (intervista­to da Bruno Vespa nel suo salotto) ufficialme­nte «nullatenen­te» ha un conto in banca e uno alle poste.

La primogenit­a di Totò Riina si è trasferita da Corleone (dove era tornata a vivere dopo l’arresto del padre avvenuto nel gennaio del 1993) a San Pancrazio Salentino nel 2012. Qui il marito Ciavarello aveva trovato lavoro e la donna aveva regolarmen­te iscritto i figli a scuola. Il trasferime­nto della donna e della sua famiglia non era passato inosservat­o nel comune salentino e in molti avevano manifestat­o una certa preoccupaz­ione. La donna e il marito finora hanno sempre condotto una vita ritirata. Ma i loro movimenti sono rimasti sempre sotto i riflettori dei magistrati della Dda ma soprattutt­o della Direzione nazionale antimafia.

In passato Maria Concetta Riina era stata peraltro rinviata a giudizio. Il processo riguardava una presunta frode informatic­a da parte della donna, ai danni di un sacerdote salentino. I carabinier­i scoprirono che dal conto elettronic­o del prete erano scomparsi 1.935 euro: a sottrarli, secondo le indagini dei carabinier­i, fu la figlia del boss di Cosa nostra. La donna si è sempre detta estranea ai fatti contestati dai magistrati salentini sostenendo di essere rimasta vittima di un raggiro. Il sacerdote invece si costituì parte civile nel processo.

A San Pancrazio La figlia del boss da tempo vive con il marito a San Pancrazio Salentino

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Capo dei capi Totò Riina, il capo dei capi, numero uno di Cosa Nostra, al vertice dell’ala stragista corleonese di Cosa Nostra. Un filone delle indagini porta in Puglia

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