Fan­ta­sia e co­lo­ri nel­la mu­si­ca del jazz trio di Ema­nue­le Co­luc­cia

Corriere del Mezzogiorno (Puglia) - - Da Prima Pagina - di Fa­bri­zio Ver­sien­ti

Non suo­na so­lo il pia­no­for­te, il sa­len­ti­no Ema­nue­le Co­luc­cia; co­me mol­te per­so­ne por­ta­te per la mu­si­ca, pra­ti­ca e uti­liz­za più stru­men­ti. Nei di­schi del­la Ban­dA­dria­ti­ca, ad esem­pio, lo po­te­te sen­ti­re sof­fia­re con gran­de ener­gia e mu­si­ca­li­tà in un sas­so­fo­no. In Bir­th­pla­ce in­ve­ce, il di­sco da po­co pub­bli­ca­to a suo no­me dal­la lec­ce­se Wor­kin’ La­bel (con il so­ste­gno di Pu­glia Sounds), si pro­po­ne nel­la for­mu­la più clas­si­ca del jazz mo­der­no, il pia­no trio. Con lui due as­so­lu­ti fuo­ri­clas­se co­me il bat­te­ri­sta Da­rio Con­ge­do e il con­trab­bas­si­sta Lu­ca Ale­man­no. Co­luc­cia con­di­vi­de con Ale­man­no una si­gni­fi­ca­ti­va espe­rien­za ame­ri­ca­na, du­ra­ta qual­che anno e or­mai con­clu­sa nel suo ca­so, men­tre in­ve­ce è in pie­no svol­gi­men­to per quan­to ri­guar­da il for­mi­da­bi­le con­trab­bas­si­sta, pri­mo «stu­den­te» ita­lia­no am­mes­so al The­lo­nious Monk In­sti­tu­te di Los An­ge­les; Con­ge­do è in­ve­ce «il» partner per ec­cel­len­za di Ale­man­no, il suo bat­te­ri­sta in­se­pa­ra­bi­le (al­me­no quan­do si trat­ta di far mu­si­ca in Pu­glia). I ri­sul­ta­ti sull’in­te­sa del trio si ve­do­no. Sia­mo ai più al­ti li­vel­li dell’in­ter­play, in una for­mu­la che co­strui­sce sul si­cu­ro: i ses­sant’an­ni di storia del mo­der­no «pia­no trio», da Bill Evans a og­gi. Quel­la di Co­luc­cia, che fir­ma tut­te le com­po­si­zio­ni ori­gi­na­li (ov­ve­ro 8 su 9, l’al­tra è Az­zur­ro di Pao­lo Con­te), è una mu­si­ca ario­sa ed equi­li­bra­ta, nel­la qua­le il pia­no­for­te si muove in mo­do mol­to li­be­ro. Ma an­che gli altri stru­men­ti lo so­no, scam­bian­do­si spes­so di ruo­lo. Il trat­to più for­te è la qualità li­ri­ca e can­ta­bi­le del­le me­lo­die; d’al­tron­de, c’è po­co da stu­pir­si. Co­luc­cia rac­con­ta che lui com­po­ne can­tan­do, re­gi­stran­do­si e poi, in un se­con­do mo­men­to, scri­ven­do e ar­mo­niz­zan­do. Quel­la di Bir­th­pla­ce è una mu­si­ca mol­to evo­ca­ti­va, che sin dai titoli sug­ge­ri­sce immagini (Ocea­no, Al­ba, Ea­gle’s Wi­sh) e che uti­liz­za an­che de­gli ac­que­rel­li di Be­ne­det­ta Lon­go per com­men­ta­re ogni bra­no nel li­bret­to del cd. Ma non è tut­to li­scio e senza spi­go­li, an­zi. Bright Red, che vuole evo­ca­re la pas­sio­ne amo­ro­sa, è un bra­no dal tem­po com­po­sto do­ve di­ver­si me­tri s’in­ca­stra­no tra lo­ro, ed è uno de­gli epi­so­di più riu­sci­ti del di­sco. Al pa­ri di Az­zur­ro, che è pre­sa a un rit­mo len­tis­si­mo e to­tal­men­te riar­mo­niz­za­ta, qua­si ir­ri­co­no­sci­bi­le e mol­to fa­sci­no­sa.

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