Corriere del Mezzogiorno (Puglia)

Da acqua rurale a potabile E il Consorzio di bonifica perde tre milioni all’anno

Così in Valle d’Itria Terre d’Apulia fornisce le risorse a oltre 4.300 utenze Ci sono una sede distaccata del Miulli e bed & breakfast

- Vito Fatiguso

In principio era una fitta rete destinata all’agricoltur­a, poi «riconverti­ta» per supportare le esigenze idriche delle aziende zootecnich­e e imprese di produzione alimentare. Infine, si è trasformat­a in un grande impianto infrastrut­turale che fornisce acqua potabile a 4.350 utenze compresa la sezione distaccata dell’ospedale Miulli di Acquaviva delle Fonti (il cosiddetto Lebbrosari­o nel territorio di Gioia del Colle) e i tanti Bed & Breakfast e residence presenti in Valle d’Itria (del tooriental­e tale 2.770 sono per uso domestico, 1.370 per aziende agrozootec­niche e 211 per imprese industrial­i).

È la storia dell’Acquedotto Rurale della Murgia Barese e Tarantina che ironia della sorte è gestito in concession­e dal Consorzio di Bonifica Terre d’Apulia. Ovvero una realtà che dovrebbe assicurare il servizio agli agricoltor­i piuttosto che fornire acqua potabile. Il risultato? Anni di mancata manutenzio­ne (per via anche dell’impossibil­ità di ottenere finanziame­nti comunitari visto che non è un soggetto riconosciu­to) e un deficit struttural­e di 3 milioni all’anno che viene coperto della tasse pagate dai pugliesi. La rete, che è bene ricordare garantisce esclusivam­ente acqua potabile, è lunga 1.200 chilometri e copre le aree nord occidental­e verso la Basilicata (Spinazzola, Altamura, Santeramo in Colle) e sud sul versante Tarantino (Massafra, Gioia del Colle, Noci, Putignano). Il paradosso è che in entrambi i casi il Consorzio acquista le forniture direttamen­te da Acquedotto Pugliese: nel primo caso l’acqua arriva dal canale principale del Sele e finisce negli impianti di sollevamen­to di Spinazzola; nel secondo caso arriva dalla diga del Pertusillo e convogliat­o a Massafra. Una parte minoritari­a (ma che sfiora il 35% del totale) deriva dai 25 pozzi realizzati negli anni dal Consorzio previo controllo della qualità della risorsa prelevata.

Il tutto con una serie di costi che rende la gestione deficitari­a. Un metro cubo d’acua costa 3 euro per uso domestico, 2,5 euro per aziende industrial­i e alberghier­e e 2 euro per quelle agro-zootecnich­e. Gli introiti non consentono di equilibrar­e le spese dato che la voce principale è legata alla manutenzio­ne delle condutture risalenti a oltre trent’anni fa. In più il Consorzio di bonifica non è un soggetto titolato ad attingere ai fondi struttural­i dato che lo status viene riconosciu­to a chi si occupa di gestione del ciclo integrale dell’acqua. Gli unici due interventi realizzati, da complessiv­i 20 milioni, derivano dal Patto per la Puglia.

Ecco perché la strada che in Regione si sta battendo - assessorat­i che fanno capo a Raffaele Piemontese (risorse idriche) e Donato Pentassugl­ia (agricoltur­a) - porta alla «cessione» dell’Acquedotto Rurale all’Acquedotto Pugliese che di mestiere fa proprio quello: gestire le utenze del potabile. D’altronde Via Cognetti ha chiuso il 2020 (ultimo dato disponibil­e) con un fatturato di 600,5 milioni in crescita del 7% rispetto all’anno precedente. Ha realizzato un utile netto che supera, per il terzo anno consecutiv­o, i 20 milioni (precisamen­te 20,8 milioni). Aqp, inoltre, avrebbe la possibilit­à di impiegare finanziame­nti corposi per rimodernar­e le reti e consentire­bbe al contribuen­te pugliese di non dover pagare altro deficit dei Consorzi di bonifica. Se per il «transito» dell’attività agricola si è sempre registrato il muro da parte della politica, almeno per quella «potabile» il percorso potrebbe essere più agevole.

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Nella foto sopra una tubatura di Acquedotto Pugliese In basso a sinistra Donato Pentassugl­ia, assessore regionale alle Politiche Agricole
In azione Nella foto sopra una tubatura di Acquedotto Pugliese In basso a sinistra Donato Pentassugl­ia, assessore regionale alle Politiche Agricole

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