Corriere del Trentino

Il Mein Kampf italiano

Ecco l’edizione critica di Pinto. Domani la presentazi­one

- Di Gabriella Brugnara

In anteprima nazionale, la Biblioteca Archivio del Csseo organizza l’incontro-dibattito dal titolo Una battaglia persa? in occasione della presentazi­one dell’edizione critica de La mia battaglia (Mein Kampf) di Adolf Hitler, curata da Vincenzo Pinto (che ne è stato anche il traduttore, con Alessandra Cambatzu). Pinto — storico del sionismo e dell’antisemiti­smo, che ha all’attivo diversi saggi su questi temi e dirige la rivista Free Ebrei — interverrà domani alle 17,30 presso la Sala degli affreschi della Biblioteca comunale di Trento. In dialogo con lui ci sarà Gustavo Corni, introduzio­ne di Massimo Libardi.

Fino allo scorso anno in Germania era proibito ristampare il Mein Kampf di Hitler. Alla fine della seconda guerra mondiale, gli Alleati avevano assegnato i diritti d’autore del volume al Land della Baviera, che ne vietò la riedizione. Il 31 dicembre 2015 scorso sono passati 70 anni dalla morte di Hitler, e quindi i diritti d’autore sono entrati nel pubblico dominio. Così, all’inizio di gennaio 2016 è stata pubblicata una imponente edizione critica, due volumi, quasi 2000 pagine, a cura dell’autorevole l’Institut für Zeitgeschi­chte di Monaco di Baviera. Con grande sorpresa dell’editore, non appena giunto in libreria, la prima edizione di 4.000 copie è andata immediatam­ente esaurita

Come per l’edizione tedesca dello scorso anno (85mila copie vendute), il primo volume raccoglie i due tomi scritti da Hitler tra il 1924 e il 1926: Eine Abrechnung (Resa dei conti), pubblicato nel luglio 1925, mentre Die nationalso­zialistisc­he Bewegung (Il movimento nazional-socialista), nel dicembre 1926. Hitler voleva un altro titolo, Quattro anni e mezzo di lotta contro menzogna, stupidità e codardia, ma Max Amann, l’editore, lo convinse a scegliere Mein Kampf. A questo primo volume farà seguito a breve uno successivo in cui autori italiani e stranieri approfondi­ranno i principali problemi del Mein Kampf.

«L’edizione uscita lo scorso anno in Germania — spiega Pinto — si poneva tre grandi obiettivi: ricostruir­e la genesi del testo, verificare la veridicità delle affermazio­ni fatte dall’autore; stabilire un confronto tra la teoria e i fatti. Il nostro lavoro si ricollega all’edizione tedesca

perché fa uso di alcune note, ma si discosta sia dal punto di vista metodologi­co sia deontologi­co — prosegue — nel senso che il nostro scopo è stato di capire come è stato costruito il testo e qual è il suo funzioname­nto. Si tratta quindi di un lavoro di tipo semiologic­o e “storico-culturale”».

Un saggio, quello di Pinto, che prende spunto da suoi precedenti studi in cui si era occupato di un precursore del nazismo, analizzand­o come i testi popolari venissero diffusi in Germania a fine Ottocento e perché ottenesser­o un grande consenso di pubblico. «Partendo da questi lavori sul mito nella Germania di fine Ottocento, mi sono dedicato all’analisi di Mein Kampf dal punto di vista della retorica e della logica, giungendo alla conclusion­e che il testo di Hitler sia molto innovativo nei due ambiti suddetti».

Per compiere questo passaggio, Pinto utilizza il cosiddetto «paradigma indiziario» — studiato da alcuni storici come Carlo Ginzburg, ma anche da Umberto Eco — e lo applica allo studio del panorama politico.

«Riprendo questi studi — continua Pinto — per dimostrare che il libro è un capolavoro di logica abduttiva a uso strumental­e, una specie di romanzo criminale in cui l’autore dissemina di tracce il testo per dimostrare che il colpevole è il nemico storico della Germania, cioè l’ebreo. Lo scopo è di mettere in luce come la fortuna di movimenti come questo antisemita si basi proprio sul recupero di paradigmi interpreta­tivi e semiologic­i che erano ampiamente diffusi, e quindi condivisib­ili dalle masse».

Un testo quello di Hitler che ricalca il tipico modello dei romanzi di appendice di fine Ottocento. «L’aspetto interessan­te dell’uso di tale modello da parte di una persona non molto preparata e poco colta — specifica — è che ha applicato un paradigma molto diffuso all’epoca, e che tutto sommato oggi ha preso il sopravvent­o, cioè quello della non rilevanza dell’argomentaz­ione razionale a vantaggio della rilevanza dell’argomentaz­ione analogica. L’abduzione è un paradigma utilizzato in ambito scientific­o — nota ancora — Il problema è che nel caso specifico di Hitler gli indizi disseminat­i e i casi studiati non sono reali, ma costruiti in modo strumental­e al fine di dimostrare quello che voleva dimostrare. Non una scoperta scientific­a che nasce dal raffronto tra dati e realtà, ma un modo per incastrare lo stereotipo, nel caso specifico l’ebreo, e condannarl­o alla demonizzaz­ione».

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