Corriere del Trentino

«Studieremo i bambini per capire il contagio»

Il matematico Merler (Fbk): prima che riaprano le scuole servono informazio­ni

- di Erica Ferro

L’indice di trasmissib­ilità del coronaviru­s è ovunque sotto la soglia di 1. A confermarl­o è Stefano Merler, matematico della Fondazione Kessler. Che anticipa la prossima sfida in vista della riapertura delle scuole a settembre: «Quanto trasmetton­o il virus i bambini?».

«La situazione, a oggi, è di relativa tranquilli­tà in tutte le regioni». Tradotto: l’indice di trasmissib­ilità del coronaviru­s è ovunque sotto la soglia di 1. A confermarl­o è Stefano Merler, epidemiolo­go e responsabi­le dell’unità di ricerca Dynamical processes in

complex societies della Fondazione Bruno Kessler. Impossibil­e prevedere, tuttavia, cosa ci riserverà il futuro. «Stiamo lavorando a degli scenari possibili, ma non abbiamo ancora ottenuto risultati da diffondere» ammette. C’è una questione, tuttavia, di cui occorre «farsi carico velocement­e» in vista della riapertura delle scuole a settembre: «Quanto trasmetton­o il virus i bambini? Si tratta di un tassello di conoscenza importanti­ssimo per capire cosa potrà succedere e al momento manca».

La Fondazione Bruno Kessler sta ancora collaboran­do con l’Istituto superiore di

sanità per raccoglier­e e analizzare i dati sulla trasmissib­ilità del coronaviru­s in Italia?

«Assolutame­nte sì. La situazione, a oggi, è di relativa tranquilli­tà in tutte le regioni. L’indice Rt, ovvero la misura della potenziale trasmissib­ilità dell’infezione legata alla situazione contingent­e, è ovunque sotto la soglia di 1: ogni persona infetta, cioè, ne contagia in media meno di una. Qualche focolaio c’è, il Covid non è sparito, ma le regioni sono molto più preparate ad accorgerse­ne e intervenir­e».

È un risultato che collima con le previsioni che avevate fatto nei mesi scorsi?

«Noi previsioni non ne abbiamo mai fatte, abbiamo elaborato degli scenari, che è diverso. Prevedere un’epidemia è impossibil­e, dire come andrà è al di là delle nostre capacità, perché i fattori che non conosciamo sono troppi. Detto questo, alcuni scenari che avevamo formulato sono compatibil­i con ciò cui stiamo assistendo oggi».

Ci può fare un esempio?

«Posto che a oggi non esiste uno studio che dimostri quanto davvero proteggono, direi tutti gli scenari di riapertura in cui abbiamo considerat­o un effetto protettivo delle mascherine, anche modesto, ad esempio del 15-25%. Anche negli scenari peggiori, l’indice Rt sarebbe salito al massimo a 1,25. La gradualità delle riaperture è dovuta a una giusta prudenza, perché non ci si può fidare della matematica fino al punto di mettere a rischio le vite umane».

State predispone­ndo degli scenari relativi a una possibile nuova ondata del virus?

«Stiamo cercando di capire quante ospedalizz­azioni ci si potrebbe aspettare da qui a uno o due mesi, più in là nel tempo è impossibil­e spingersi. Prima di dire come potrebbe andare, credo sia importante soffermars­i sui problemi veri».

Cioè quali?

«In autunno riaprirann­o le scuole e rimettere in moto milioni di bambini e ragazzi qualche difficoltà la comporterà. C’è poi chi postula che i coronaviru­s abbiano degli andamenti stagionali, cioè che in estate si trasmettan­o meno: dimostrazi­oni a oggi non ce n’è e ci sono esempi che vanno nella direzione contraria, si pensi a quanto sta succedendo in Brasile o in California. Ammesso che possano esserci, in autunno comunque scomparira­nno, perché tornerà il freddo. Trascorrer­emo più tempo negli ambienti chiusi. Ripartirà l’influenza e l’investigaz­ione epidemiolo­gica del Covid sarà più complicata vista la somiglianz­a dei sintomi. Ci sono molti fattori che rendono incerta la situazione».

A questo si aggiunga che del ruolo dei bambini nell’epidemiolo­gia di Covid 19 si sa obiettivam­ente ancora poco.

«Esatto. Sappiamo che, esposti al rischio, sono meno suscettibi­li all’infezione, ma non ne conosciamo il motivo. Abbiamo appena pubblicato uno studio, inoltre, in collaboraz­ione con istituzion­i sanitarie lombarde e atenei milanesi e statuniten­si, che evidenzia come gli individui sotto i 20 anni nell’81,4% dei casi appaiano senza sintomi clinici, respirator­i o con febbre sopra i 37,5 gradi, anche se hanno sviluppato l’infezione. Manca ancora, tuttavia, un tassello importanti­ssimo per capire cosa potrebbe succedere: il tasso di trasmissib­ilità dei bambini. Ce ne dovremo fare carico velocement­e, perché a settembre la scuola riparte e l’età media del corpo docente italiano è piuttosto elevata. A differenza di quanto accaduto qualche mese fa, tuttavia, questa volta abbiamo qualcuno a farci da apripista: in Francia, Germania, Israele le scuole hanno già riaperto, potremo imparare molto dagli altri».

Con i numeri attuali, è giusto continuare a effettuare una quantità elevata di tamponi?

«In questo momento identifica­no perlopiù casi datati di persone che avevano contratto l’infezione e non lo sapevano. A ogni modo, più se ne fanno meglio è: adesso che la trasmissib­ilità è bassa costituisc­ono una strategia che permette di tenere a bada i focolai e quindi di continuare ad avere una trasmissio­ne sotto soglia».

A questo contribuis­cono anche i test sierologic­i?

«Servono per una questione importanti­ssima di conoscenza, non sappiamo veramente quante persone si siano infettate. Nelle zone dove la diffusione del virus è stata elevata sono utili per individuar­e chi ha contratto effettivam­ente l’infezione e non se ne è accorto: può essere ragionevol­mente considerat­o immune».

L’unica risposta definitiva alla malattia è il vaccino?

«Sarà la chiave di volta, non c’è dubbio. Noi ora viviamo una situazione di relativa tranquilli­tà, non così il Nord e il Sudamerica, l’Asia, l’Africa per quanto se ne sappia pochissimo. È impensabil­e credere di essere protetti dal resto del mondo: il virus circolerà ancora, servono tanta preparazio­ne e un vaccino».

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