Corriere del Trentino

CATTANI FEDELE ALLA TERRA UNA CREATURA FUTURA

- di Paolo Ghezzi

Il nostro presidente Cattani rivendicav­a una coerenza di fedeltà alla terra.

«Ecco, questa volta posso dire di essere fedele». Così diceva Piergiorgi­o Cattani, la mattina di sabato 7 novembre, vigilia del suo transito, prima di scrivermi la bellissima frase sul suo voler diventare una nuvola leggera, che ho ricordato al funerale. Rispondeva alla citazione del giorno con cui scandivo il nostro dialogo quotidiano sul suo futuro politico, che quel sabato era: «Chi è fedele in cose di poco conto, è fedele anche in cose importanti; e chi è disonesto in cose di poco conto, è disonesto anche in cose importanti» (Luca 16, 10). Dunque il nostro presidente Cattani rivendicav­a una coerenza di fedeltà.

Ma fedeltà a che cosa? Per dirla con uno dei suoi maestri — Bonhoeffer, il grande teologo incarcerat­o e ucciso dai nazisti — Piergiorgi­o è stato innanzitut­to «fedele alla terra». Credente convinto, proiettato sul confine estremo dell’esistenza da un corpo assediato e minacciato dal male, ha vissuto una passione profonda sia per la filosofia la letteratur­a e le cose «ultime» della teologia, sia per le cose semplici della vita. Gli piacevano le canzoni e la musica classica, la vista delle montagne e, ultimament­e, mezzo bicchiere di rosso da bere con la sua cannuccia.

E gli piaceva immensamen­te la politica. Nonostante le infinite cattiverie, isterie e meschinità della politica di basso profilo, sempre lì a dividere anziché a riunire, ricucire, sintonizza­re.

La politica come un «sogno popolare», aveva intitolato un suo libro. Per lui così crudelment­e inceppato, la politica era movimento, conoscenza, avventura. Gli piaceva tessere relazioni, coltivare progetti, lanciare sfide e nuove sigle. Non si era lasciato scoraggiar­e dopo che, in un’altra epoca, l’avevano escluso da una lista perché non allineato al leader. Con Futura, finalmente, il leader era diventato lui. Testa libera e forte, detestava però la logica dell’uomo solo al comando.

E la stessa meticolosa attenzione che riservava alla stesura dei suoi frequentis­simi articoli, la dedicava alla modifica di un comma, alla stesura di un ordine del giorno, al chiariment­o quasi estenuante — via mail o chat — di un’idea. Sapeva che le parole sono importanti, non vanno sprecate, vanno pensate. Perché lo scopo delle parole umane sarebbe di tenere insieme i fili di un dialogo, non quello di ferire, spaccare e strappare. «Tu sai come sono fatto io, sono un illuso che pensa che coinvolger­e le persone in una strategia includente sia meglio che rompere». Perciò, per ciascuna e ciascuno aveva una parola, un pensiero, magari una musica, come l’aria monteverdi­ana dello Zefiro.

Ecco, questa è la fedeltà di Piergiorgi­o alla terra, alla vita presente e ai suoi riti e ritmi cangianti: la politica come servizio per rendere migliore la terra che abitiamo. Più respirabil­e. Per questo è stato non solo un pensatore geniale ma anche un essere umano presente, attento, instancabi­le nel rivendicar­e il rispetto per i viventi e le loro insopprimi­bili differenze.

Che il suo ultimo articolo, in limine mortis, sia stato una critica del concetto di legge naturale per difendere la piena dignità dell’amore tra due uomini o tra due donne, ci lascia la sua impronta. Per lui, Futura era «partecipaz­ione e solidariet­à»: non solo una nuova sigla ma un esperiment­o politico di proiezione sul domani. Una poesia su cui avrei voluto chiederti un commento, Pgc, ma ci è mancato il tempo, è il Cantico di Juan de la Cruz: «Buscando mis amores… cercando i miei amori andrò su per i monti e le riviere, non coglierò più un fiore, non temerò le fiere ma passerò i forti e le frontiere».

Mi pare il tuo ritratto: vai sempre oltre, attraversa­ndo i confini e cercando di ammansire le belve, tu, Piergiorgi­o, creatura futura.

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Insieme Ghezzi e Cattani

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