Corriere del Trentino

«Così si monetizza il disagio e cresce la frammentaz­ione: lo strumento è fuori fuoco»

Grosselli (Cgil): sbagliato agire per Comuni anziché per aree

- L’analisi

TRENTO «La politica non deve monetizzar­e lo svantaggio, deve toglierlo. E per farlo servono realtà più grandi. Dobbiamo incentivar­e i Comuni ad aggregarsi». Secondo Andrea Grosselli, segretario generale della Cgil, il coefficien­te di sviluppo adottato dalla giunta è fuori focus. A partire dal fatto che è tarato sui Comuni e non sulle realtà sovracomun­ali. Perciò, se usato male, rischia di aumentare la frammentaz­ione con il rischio di rendere inefficaci le politiche di sviluppo che mira ad agevolare. E poi potrebbe esacerbare qualche errore.

Segretario,le graduatori­e del coefficien­te sono eque a

suo avviso?

«La graduatori­a mostra che Cles è il comune più florido. E tra il 145° e il 147° posto ci sono altri Comuni della Val di Non: Sfruz, Dambel e Cavizzana. È un paradosso dato dal fatto che questi paesi sono abitati da imprendito­ri agricoli con molte agevolazio­ni Irpef. Allora, guardando al reddito dichiarato, sembra che Dambel sia uno dei paesi più poveri d’Italia. Ma non è vero, basta farsi un giro per accorgerse­ne. Dire che lì si vive male e che magari a Gardolo si sta bene, non è aderente alla realtà. La periferia di una città ha problemi economico-sociali che Dambel non ha».

Eppure la giunta sembra

intenziona­ta a farsi orientare da questo coefficien­te per le politiche di sviluppo.

«Confido che non ci sia una volontà di farlo perché ci sarebbero forti discussion­i per via di queste anomalie. Credo che se si fosse pensato di prendere in esame comunità più larghe dei singoli Comuni, non ci sarebbero stati paradossi come quello di Cles ricca e Dambel povera».

Avere come target il Comune

non aiuta quindi?

«Sarebbe inutile per le politiche pubbliche. Se devo creare sviluppo non faccio interventi sul singolo Comune, magari di soli 200 abitanti, ma su una fetta di territorio. I paesi in fondo a quella classifica si risollevan­o integrando­li di più nell’area, fornendo servizi e infrastrut­ture che si rivolgano all’intera comunità, non danno soldi ai comuni in svantaggio».

Anche erogare denaro in questo modo sarebbe sbagliato?

«Agli Stati Generali della Montagna ci è stato detto che la Provincia darà soldi a chi ha l’indice più basso. Una logica sbagliata. Si finisce nel dare qualche assegno in più a chi ci vive, ma non si toglie il vero ostacolo allo sviluppo che è la mancanza di servizi e infrastrut­ture nella zona. Per questo servono investimen­ti in ottica di aggregazio­ne. E servirebbe anche che la Provincia

deleghi competenze alle Comunità di valle, in modo che distribuis­cano in autonomia le risorse al loro interno. Quindi serve più decentrame­nto da una parte e più aggregazio­ne dall’altra. Infatti 166 Comuni non riuscirann­o mai a gestire competenze complesse. Solo entità più grandi possono farlo».

Come mai lo pensa?

«Nella stessa graduatori­a dell’Ispat si nota che tra i Comuni che si trovano in una variazione del 6% rispetto alla media provincial­e, ci sono quasi tutti quelli sopra i 4mila abitanti. È la prova che, a prescinder­e da dove si trovano, più sono grandi e più hanno una situazione sociale ed economica vicino alla media. E Comuni nelle valli come Cles, Arco, Borgo precedono Trento in classifica. Quindi non si tratta di una contrappos­izione tra città e periferia».

Il modello Si tratta solo di una mappa statistica ed econometri­ca, nessun giudizio politico dietro alle tabelle

Il parametro L’indicatore permetterà di verificare ex post se le iniziative finanziate hanno funzionato

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